Numero1954

 

RIFLESSIONI

Qualcuno, sul WEB, ha scritto alcuni disarmanti pensieri.

Da meditare e condividere.

 

Ci siamo addormentati in un mondo, e ci siamo svegliati in un altro.

Improvvisamente Disney è fuori dalla magia,
Parigi non è più romantica,
New York non si alza più in piedi,
la Muraglia Cinese non è più una fortezza,
e la Mecca è vuota.

Abbracci & baci diventano improvvisamente armi, e non visitare genitori e amici diventa un atto d’amore.

Improvvisamente ti rendi conto che il potere, la bellezza e il denaro non hanno valore e non riescono a prenderti l’ossigeno per cui stai combattendo.

Il mondo continua la sua vita ed è bellissimo.
Mette solo gli esseri umani in gabbie.
Penso che ci stia inviando un messaggio:
“Non sei necessario. L’aria, la terra
l’acqua e il cielo senza di te stanno bene.
Quando tornate, ricordate che siete miei ospiti.
Non i miei padroni”.

Numero1953

 

Mangiate il vostro cibo come medicina.

Altrimenti, mangerete le vostre medicine come cibo.

 

Ratan Tata.

Numero1952

 

Il matrimonio è l’unica guerra

in cui si dorme con il nemico.

 

Francois de la Rochefoucault.

Numero1951

 

Triste quel discepolo

che non supera il maestro.

Numero1950

 

UNA  CURIOSITÀ  DELLA  SERENISSIMA

San Marco non abita più a Venezia.

Una vetrata di SS.Giovanni e PaoloSulla figura dell’evangelista Marco si sviluppò l’intera civiltà di Venezia – lo sanno tutti – tanto da esserne bandiera, Santo patrono, anima … e vanto.  Pochi sanno che le spoglie di Marco furono trafugate da Alessandria d’Egitto (in mano ai musulmani) racchiuse in una pelle di maiale. (N.d.R. Vi chiederete perché. Perché i mussulmani non possono toccare, secondo la legge coranica, il maiale, considerato animale immondo).  Ancor meno sono quelli che sanno il resto della storia: venne accolto in pompa magna, tutto il mondo ne venne a conoscenza… ma venne sepolto in un punto segreto della basilica a scanso di rapimenti.   Le spoglie vennero “ritrovate” solo molto tempo dopo, rinchiuse in un pilastro.  Solo alcuni veneziani sanno che le sue spoglie non si trovano più in città. Sono state riportate in Egitto (Il Cairo) nella basilica a lui intitolata dalla comunità cristiana Copta, che lì nacque per sua mano.

PAX TIBI MARCE EVANGELISTA MEVS ???

Numero1949

 

UN’ ALTRA  CURIOSITÀ  DELLA  SERENISSIMA

Da dove viene l’espressione : “Paga Pantalone”?

 

Chi non conosce la maschera di Pantalone? Sembra che il nome del vecchiaccio avaro e scorbutico derivi dalla figura di un commerciante ebreo.  Gli ebrei veneziani infatti potevano assumere personale da imbarcare nelle galere commerciali, ed i loro “uffici” lungo la via erano contrassegnati da una bandiera col leone di S.Marco piantata a terra.  Proprio da “pianta leone” il nome nacque, anche se qualcuno dice derivi dai pantaloni che egli indossava (…un po’fiacca, vero?).

Secondo altre ipotesi l’illustrissimo Signor Pantalon de’ Bisognosi era la caricatura piuttosto veritiera del commerciante veneziano, ed il “pianta leone” potrebbe, in tal caso, essere riferito ai veneziani in generale, spesso dediti a piantare bandiere sui territori conquistati…  Sapevate che il buggeratissimo Pantalone diede il suo nome ad un giornale, anche se per soli tre numeri ?

 

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Abbiamo, così, scoperto insieme da dove viene l’espressione “PAGA  PANTALONE”.

Numero1948

 

RIcevuto da un’amica.

 

PENSIERI  DI ….POI

Ne usciremo con i capelli più lunghi e più bianchi.
Con le mani e le case pulite, ed i vecchi vestiti.
Con la paura e la voglia di essere fuori.
Con la paura e la voglia di incontrare qualcuno.
Ne usciremo con le tasche vuote, e le dispense piene.
Sapremo fare pane e pizza, e non mandare sprecato il cibo che avanza.
Ci ricorderemo che un medico o un infermiere dovrebbero essere applauditi più di un calciatore, e che il lavoro di un bravo insegnante non lo può sostituire uno schermo.
E che cucire mascherine, in certi momenti è più importante che fare alta moda.
Che la tecnologia è importantissima, anzi vitale, quando viene usata bene , ma può essere deleteria se qualcuno la vuole usare per fini propri.
E che non sempre è indispensabile salire in macchina e fuggire chissà dove.
Ne usciremo più soli, ma con la voglia di stare insieme.
E capiremo che la vita è bella perché si vive .
E che siamo gocce di un unico mare.
E che solo insieme si esce da certe situazioni.
Che a volte il bene o il male, ti arriva da chi e quando meno te lo aspetti .
E ci guarderemo allo specchio. E decideremo che forse i capelli bianchi non sono così male.
E che la vita in famiglia ci piace, e impastare del pane per loro, ci fa sentire importanti.
E impareremo ad ascoltarci i respiri, i colpi di tosse, e a guardarci negli occhi, per proteggere chi amiamo.
E a rispettare alcune regole base di convivenza . E ad impararne altre, di nuove.
Magari sarà così.
Oppure no.
Ma stamattina , in un giorno di primavera, voglio sperare che tutto sia possibile e che si possa cambiare in meglio.

TENIAMO  DURO !

 

Numero1947

 

Mandata da Alan

Gira sul WEB

Anno 2030…Nonno raccontami quando l’Italia divenne una nazione così bella !
E il nonno cominciò: ….era il 2020, dieci anni fa. All’improvviso una epidemia investi tutto il mondo, proveniva dalla Cina …ma era stata portata da altri, forse da militari americani…ma non si seppe mail la verità ! L’Italia fu colpita prima di tutti in Europa, tanti morti, tutti chiusi in casa….paura, diffidenza, gli ospedali erano pieni di gente. Durò alcune settimane….fu dura…tanto! il governo dopo un primo momento di incertezza reagì bene, con forza e coraggio. Tutti gli Italiani dettero prova di grande esempio e spirito di sacrificio. Le persone riscoprirono il valore dell’aiutarsi a vicenda.
Purtroppo la chiusura delle fabbriche e di tantissimi negozi fu il vero problema che dovemmo affrontare. Una crisi spaventosa, alla quale non eravamo preparati. Chiedemmo aiuto all’Europa. All’epoca avevamo una Comunità…così si chiamava: Comunità Europea. Doveva servire per fare un grande Nazione, come gli Stati Uniti. Ma altre Nazioni, come la Germania e l’Olanda….dissero che dovevamo fare da soli. Oppure dargli le nostre aziende, gli aereoporti, le autostrade, l’oro della Banca d’Italia…i nostri risparmi…ma come…dopo quello che avevano combinato, proprio loro!
E allora nonno cosa accadde…..?
Accadde che ci rendemmo conto che dovevamo fare da soli: il Presidente della Repubblica chiamò tutte le aziende e la Banca d’Italia emise un prestito solo per gli Italiani di 100 miliardi…. si chiamava SALVA ITALIA e doveva servire per risollevare le sorti del Paese. Successe l’incredibile… i politici rinunciarono ai loro stipendi per 6 mesi; tutti i dirigenti d’azienda fecero allora la stessa cosa……ed anche tutti coloro che potevano …..investirono la metà dei loro risparmi…..quindi le aziende sane comprarono così tanti titoli che lo Stato Italiano raccolse 300 miliardi in poche settimane. A quel punto chiamarono un grande banchiere…un certo Draghi!
Con quei soldi, non solo superò la crisi del momento, ma ricomprò anche una parte del debito estero che avevamo. Diminuì le tasse per consentire di produrre a costi più bassi….Dopo 4 mesi appena, eravamo la Nazione più in forma del momento, mentre le altre ci stavano a guardare sperando che non c’è la facessimo. Alcune aziende che avevano spostato le loro produzioni all’estero, come la Fiat, tornarono in Italia. A quel punto per far lavorare tutti diminuirono l’orario di lavoro così da non perdere il tempo da passare assieme alla famiglia. Il maggior fatturato consenti di ricomprare ancora i debiti che avevamo fatto negli anni passati.
Eravamo così orgogliosi di essere Italiani, furono anni di grande intensità emotiva e riscoprimmo di essere un grande popolo, fortunato….perché vivevamo nel paese più bello del mondo !
Grazie Nonno …… domani me la ripeti ?
È una storia così bella !!!!! ??

Numero1946

 

Mandata da Alan

I Sei migliori medici del Mondo:
1. Luce solare
2. Riposo
3. Esercizio
4. Dieta
5. Fiducia in Se Stessi
6. Amici.

Mantienili in tutte le fasi della vita e avrai una vita sana.

Numero1945

 

Mandata da Alan

 

Alcune belle righe di Ratan Tata, imprenditore indiano, uno degli uomini più potenti al mondo:

1.?Non educate i vostri figli ad essere ricchi: educateli ad essere felici.
Cosi quando cresceranno sapranno riconoscere il valore delle cose e non il loro prezzo.

2.?Mangiate il vostro cibo come medicina.
Altrimenti mangerete le vostre medicine come cibo.

3.?Chi vi ama veramente non vi lascerà mai.
Perché anche se ci saranno 100 motivi per andar via, troverà sempre una ragione per restare.

4.?C’è molta differenza tra esseri umani ed essere umano.
Solo pochi la capiscono.

5.?Sei amato quando nasci, e sarai amato quando muori.
Il tempo che c’è tra i
due momenti lo devi gestire tu!

6.?Se vuoi camminare veloce, cammina da solo!
Ma se vuoi andare lontano, cammina in compagnia!

Numero1944

 

CIAO

La parola ciao  è la più comune forma di saluto amichevole e informale della lingua italiana. Essa è utilizzata sia nell’incontrarsi, sia nell’accomiatarsi, rivolgendosi a una o più persone a cui si dà del tu. Un tempo diffusa soprattutto nell’Italia settentrionale, è divenuta anche di uso internazionale.

In riferimento ai bambini, “fare ciao” indica un gesto di saluto ottenuto aprendo e chiudendo la mano o agitando la mano.

 

Come nacque ciao? Questo saluto semplice che si va sempre più diffondendo, ed è la prima parola alla quale chi non sa ancora l’italiano si aggrappa per stabilire un contatto, il nostro ciao nasce da un saluto cerimonioso e affettato in lingua veneta: “sciao” (pronunciando s e c separate, come in scentrare) cioè schiavo (sciao  era scritto sciavo, e viene dal latino sclavus): come dire schiavo vostroservo vostro: lo troviamo comunemente usato nel teatro di Carlo Goldoni. Passando in Lombardia, terra meno cerimoniosa e più sbrigativa, lo sciao perse la s e divenne ciao. E dalla Lombardia si diffuse in tutta Italia: ma questo avvenne solo all’inizio del Novecento. Oggi ciao viaggia per il mondo.

Ma oggi, molti l’hanno già osservato, il vecchio, glorioso monosillabo che ha varcato gli oceani e le montagne portando dovunque un po’ d’italianità è sempre più insidiato da un ciao ciao ciao, pronunciato frettolosamente, spesso sottovoce, in un’unica emissione di fiato. Il triplice ciao è certamente di origine telefonica: occupa lo spazio di tempo che occorre per deporre il ricevitore, va dunque bruciato velocemente. Si adatta anche al telefono cellulare e qui sta la sua possibilità di durare a lungo.

N.d.R.    Ma è mai possibile che il saluto più diffuso, nella nostra lingua e conosciuto in tutto il mondo, abbia a che fare con la schiavitù, il servilismo, la deferenza ad una classe sociale superiore, che mi ricorda il saluto siciliano “Baciamo le mani, a bossia”. (a bossia = a vossia, cioè a vostra signoria) ?
Eppure è così.
A dire il vero, se incontrate, anche oggi, un Austriaco vi sentirete salutare con un “Servus!”, un loro antico saluto.

Infatti,

Servus è un saluto informale diffuso in gran parte dell’Europa centrale. Deriva dal latino servus (servo, schiavo) e può essere considerato la forma breve dell’espressione “sono vostro servo” o “sono al vostro servizio”.

È comune in BavieraFranconiaAustriaAlto Adige (anche nella forma servas), SloveniaCroazia (servus o serbus), Ungheria (szervusz / szervusztokszia / sziasztok), SlovacchiaTransilvania e nord-ovest della Romania (servus / serus. L’area di diffusione fuori dalla Germania ricalca i territori dell’ex Impero Austroungarico.

In molte parti della Germania meridionale, in Austria, in Alto Adige e nella Romania di nord ovest servus è uno dei saluti più comuni utilizzati dai giovani.

A me non piacciono queste forme di saluto: servilismo, sottomissione, che sanzionano o, soltanto, evocano le differenze sociali o di classe, non devono appartenere alla dignità umana e dei popoli.
Propongo, provocatoriamente, di sostituire, almeno in Italia, il “ciao” con il saluto più bello che io conosco. E non lo dico solo perché è il saluto della lingua friulana, la mia. Ma perché ha un suono e un significato meravigliosi: MANDI.

Anzi, sono due le etimologie più accreditate per questa parola che deriva, chiaramente, dal latino: scegliete voi quella che più vi suggestiona.

Mandi = in manu Dei, cioè “(stai) nelle mani del Signore”, “che il Signore sia con te”. Oppure,
Mandi = mane diu, cioè “rimani a lungo”, “vivi a lungo”: augurio di lunga vita.

Sono entrambi espressione ed interpretazione del carattere riservato, schietto e profondo della nostra gente, che ha mantenuto la sua nobiltà d’animo ed affabilità, nonostante si tratti della popolazione che più di ogni altra, in Italia, ha subito invasioni barbariche e militari della peggior specie.
Friulani, siamo orgogliosi di questa parola di saluto: è il nostro emblema e blasone.
Buoni con tutti, servi di nessuno. Mandi.

 

Numero1943

 

CURIOSITÀ  STORICHE  D’ ATTUALITÀ

 

Il necroforo (dal greco antico nekró(s)=”morto” + phor(eüs)=”portatore”), anche detto popolarmente becchino o, più volgarmente, beccamorto, a Roma vespillone, è una persona la cui professione è la sepoltura o la cremazione.

 

I monatti, ossia coloro che, che nei periodi di epidemia, erano incaricati di raccogliere e trasportare nei lazzaretti i malati e i cadaveri, a Venezia erano chiamati Pizzigamorti. 

Pizzigamorti o Pizzicamorti erano i becchini veneziani, ossia coloro che erano deputati a vestire e seppellire i morti. La parola becchino o beccamorto deriva dal verbo “beccare”, che significa prendere, e quindi il becchino sarebbe colui che raccoglie i morti. Si consideri anche la maschera con il lungo becco ricurvo, riempito di spezie e unguenti contro la pestilenza, che essi indossavano. La parola potrebbe però anche derivare da fatto che si afferravano “coll’uncino i morti nei tempi di contagio”; altra spiegazione sarebbe collegata al fatto che venivano anche chiamati in modo dispregiativo “corvi … quasi campassero delle carni de’ morti”, nel senso che vivevano e guadagnavano sulla morte altrui.

Pizzicamorti veneziani erano vestiti con un lungo mantello marrone, simile a quello dei frati e con un berretto del medesimo colore.  Durante le pestilenze, non era però questo l’abito utilizzato dai pizzicamorti, che indossavano casacche di grossa tela e guanti, entrambi coperti di catrame, per evitare qualsiasi contatto con i contagiati, e portavano dei campanelli di ottone per avvertire del loro arrivo. Durante la peste del 1485, indossavano una stola con una croce rossa davanti e dietro come i medici.

“Nel 1485 fuvvi un attacco di peste . S’osservò che la Città da molto tempo non potevasi liberare. I Preti, che andavano a confessare i malati avevano certe vesti , che solevano usare a tal bisogno . Queste per ordine pubblico furono loro tolte e bruciate . Fu pure ordinato, che niuno vendesse tele o abiti vecchi, che i Preti i quali visitavano ammorbati , portassero una stola biava , e così pure i Medici , e quelli che maneggiavano morti o appestati , una Croce rossa di dietro e dinanzi per essere conosciuti” .

Il  Magistrato della Sanità faticava naturalmente a trovare persone disposte a fare il mestiere del becchino nei periodi in cui imperversava la pestilenza. I Pizzigamorti, di solito sottopagati, chiedevano notevoli aumenti di stipendio durante le epidemie. Non essendo comunque essi in numero sufficiente, il governo era costretto ad assoldare dei detenuti, promettendo loro una buona retribuzione. Per lo stesso motivo, le infermiere dei lazzaretti erano quasi tutte prostitute.

Si trattava, in ogni modo, di personale poco affidabile, che rubava dalle case vuote, spogliava dei vestiti e di ogni avere i morti, per poi rivendere la merce rubata e probabilmente infetta. I Pizzicamorti vennero anche accusati di aver intenzionalmente diffuso l’infezione, per poter essere assunti con stipendi più vantaggiosi e guadagnare con il contrabbando. Pur essendo necessari per la salvaguardia della salute pubblica, i Pizzicamorti erano odiati dalla popolazione: nessun altra figura della sanità pubblica aveva contatti così stretti con la peste come loro, e per questo erano considerati pericolosi; al tempo stesso, si sapeva che rubavano ai morti e venivano perciò considerati privi di qualsiasi compassione umana, al pari delle bestie. I Pizzigamorti non erano comunque gli unici a trarre vantaggio dal dramma del contagio; esiste una vasta documentazione archivistica che prova che anche barcaioli e guardie dei lazzaretti  furono condannate per reati di questo genere.

Da un breve opuscolo del notaio veneziano Rocco Benedetti, veniamo a sapere che, durante la peste del 1575, intere famiglie venivano condotte all’aperto e costrette a spogliarsi in pubblico, così che i dottori potessero verificare che non erano infette. I Pizzicamorti giravano per la città e penetravano nelle case di quelli che vivevano da soli e di cui non si avevano più notizie da giorni, abbattendo le porte o entrando dalle finestre; trovavano i residenti morti nei loro letti o per terra, li trasportavano fuori e li caricavano sulle barche, che si muovevano continuamente avanti e indietro dai lazzaretti . Dato che parte del contagio era causato dal fatto che molte persone infette si ostinavano a voler rimanere nelle proprie case, fu decretato per pubblico Editto che:

“per l’avenire, gli feriti senza remissione alcuno si mandassero subito al Lazzaretto vecchio, e gli sani, che in quella casa che si trovassero al Lazzaretto novo, e quelli che non vi volessero o facessero resistentia d’andarvi, se gli gettavano giù la porta dal capo della sanità, e fossero da pizzamorti tratti per forza fuora di casa, e condotti via […] acciò che non si potesse fare contrabandi furono fatte inquisitioni per li sestieri, che andassero inquirendo e formando processo delle case infette, oltra di ciò sentendosi ogni giorno molti ricchiami e querele contra pizzicamorti dell’insolentia e robbarie, che essi facevano per la Città, fu dato a diversi il debito castigo del laccio, e tra gl’altri, alli 3 de Noveb. furono in pleno populo tra le due colonne di S. Marco appesi 4 insieme con una bella giovine d’età de 22 anni per haver dato a loro ricetto la notte in casa, e commodità d’ascondere gli furti”.

 

Caricatura del medico della peste, in Paul Fürst, Die Karikatur und Satire in der E. Hollander, Medizin mediko-kunsthistorische Studie, 1921

                                                                 Caricatura del medico della peste

Lo Stato, durante la terribile epidemia del 1575, dimostrò, in ogni modo, capacità di gestione, fornendo anche le giuste dotazioni ai pizzicamorti per la loro sicurezza.

In una città morta, in cui migliaia di persone abbassano i cestelli dalle finestre per chiedere la carità («fattasi tutta la città questuante», annota tristemente il Fuoli) il governo dà prova della consueta saggezza e sangue freddo: i lazzaretti sono mantenuti efficienti, i rifornimenti di viveri sono assicurati anche nei momenti più difficili, i pizzicamorti, grazie alla dotazione delle casacche di tela incatramata e dei guanti, abbondano, insomma nell’anormalità di una catastrofe senza precedenti si coglie la presenza di un ordinato e razionale intervento dell’apparato dello stato.

Numero1942

 

Ho voluto riservare a questo Numero1942 (è l’anno della mia nascita) un argomento perfettamente attinente, suggerito da una cara amica.

 

Bel poema di Mario de Andrade (San Paolo 1893-1945) Poeta, romanziere, saggista e musicologo.
Uno dei fondatori del modernismo brasiliano.
________

LA MIA ANIMA HA FRETTA
Ho contato i miei anni e ho scoperto che ho meno tempo per vivere da qui in poi rispetto a quello che ho vissuto fino ad ora.
Mi sento come quel bambino che ha vinto un pacchetto di dolci: i primi li ha mangiati con piacere, ma quando ha compreso che ne erano rimasti pochi ha cominciato a gustarli più intensamente.
Non ho più tempo per riunioni interminabili dove vengono discussi statuti, regole, procedure e regolamenti interni, sapendo che nulla sarà raggiunto.
Non ho più tempo per sostenere le persone assurde che, nonostante la loro età cronologica, non sono mai cresciute.
Il mio tempo è troppo breve: voglio l’essenza, la mia anima ha fretta. Non ho più molti dolci nel pacchetto.

Voglio vivere accanto a persone umane, molto umane, che sappiano ridere dei propri errori,  che non siano gonfiate dai propri trionfi e che si assumano le proprie responsabilità. Così si difende la dignità umana e si va verso la verità e l’onestà.
È l’essenziale che fa valer la pena di vivere.
Voglio circondarmi di persone che sanno come toccare i cuori, di persone a cui i duri colpi della vita hanno insegnato a crescere con tocchi soavi dell’anima.

Sì, sono di fretta, ho fretta di vivere con l’intensità che solo la maturità sa dare.
Non intendo sprecare nessuno dei dolci rimasti. Sono sicuro che saranno squisiti, molto più di quelli mangiati finora.
Il mio obiettivo è quello di raggiungere la fine soddisfatto e in pace con i miei cari e la mia coscienza.
Abbiamo due vite e la seconda inizia quando ti rendi conto che ne hai solo una.

Numero1941

 

La “social catena” per combattere il nemico

“Siamo tutti uniti in un grande sforzo contro un nemico invisibile, temibile, che ci fa ricordare quanto è importante la solidarietà. Nella “Ginestra”, Giacomo Leopardi ci ricorda che l’unica difesa, l’unico modo per sopravvivere è la social catena”, ha commentato Olimpia Leopardi, discendente del poeta.

e quell’orror che primo
contra l’empia natura
strinse i mortali in social catena

e quando il terrore che per primo
unì gli uomini contro la natura malvagia
in una catena di solidarietà

Che cos’è la “social catena”

Composta a Torre del Greco nel 1836, “La Ginestra” esprime l’estremo messaggio della riflessione leopardiana. Il messaggio è un invito a prendere atto dell’infelicità degli uomini, così da stabilire un rapporto di solidarietà fra i componenti del genere umano, contro il vero nemico, che è la natura. Contro di essa, gli uomini non possono far altro che allearsi e costruire una rete di solidarietà e soccorso reciproco. È questa una delle grandi lezioni che ci ha consegnato il poeta Giacomo Leopardi attraverso i suoi versi. Versi che oggi risuonano quanto mai attuali, di fronte al dilagare di un’epidemia, che può essere sconfitta soltanto insieme.

Numero1940

 

Segnalata da Rita

 

Attribuita a TRILUSSA
(N.d.R. : Io non ci credo, Trilussa scrive assai meglio le “sue” poesie. Infatti, le mie perplessità riscontrano conferma, perché ho trovato quanto segue) :

La poesia è stata erroneamente attribuita a Trilussa, probabilmente sia per  il dialetto romanesco in cui è scritta, sia per lo stile carico di salutare ironia. S’intitola Io e Dio ed è stata scritta, in realtà, da Piero Infante:

 

IO E DIO

Ve vojo riccontà ‘na storia strana,
che m’è successa propio l’artra settimana.

Camminavo pe’ r vialone, davanti alla chiesa der paese
quanno ‘na strana voja d’entrà me prese.

​Sia chiaro non so mai stato un cristiano praticante,
se c’era un matrimonio, se vedevamo al ristorante.

​Ma me so sentito come se quarcuno,
me dicesse: “dai entra, nu’ c’è nessuno”.

Un misto de voja e paura m’aveva preso,
Ma ‘na vorta dentro, restai sorpreso.

La chiesa era vota, nun c’era nessuno;
la voce che ho sentito era la mia, no de quarcuno.

C’erano quattro panche e un vecchio crocifisso de nostro Signore:
“Guarda te se a chiamamme è stato er Creatore”.

Me gonfiai er petto e da sbruffone gridai: “ So passato pè un saluto”.
Quanno na voce me rispose: ”mo sei entrato, nu fa lo scemo mettete seduto!”

Pensai: mo me giro e vado via,
quanno quarcuno me rispose: “Nu te ne ‘nnà. Resta … famme compagnia”.

“Famo n’altra vorta , poi mi moje chi la sente: è tardi sarà già  tutto apparecchiato”.
“Avvicinate nu fa lo scemo, ‘o so che nu sei sposato.

Me sentivo troppo strano, io che nun avevo mai pregato
me sentivo pregà dar Signore der creato.

“Signore dateme na prova, devo da crede
che sete veramente Iddio che tutto vede”.

“Voi na prova ? Questo nu te basta? Te sei mi fijo,
e io sto qua inchiodato pe er bene che te vojo!”

“Me viè da piagne, me sento de scusamme.
Signore ve prego perdonate le mie mancanze.

A sapello che c’eravate pe davero …
venivo più spesso, ve accennevo quarche cero”.

“Ahahahahhaha ma te pensi che io sto solo qua dentro?
Io so sempre stato co te, nella gioia e nel tormento.

Te ricordi quanno eri piccolino,
io pe te ero Gesù bambino

Prima de coricatte la sera,
me dedicavi sempre na preghiera.

Era semplice, quella che po’ fa er core de un bambino,
me facevi piagne e con le mie lacrime te bagnavo er cuscino.

Poi anni de silenzio… te s’è indurito er core.
Proprio verso de me, che t’ho fatto co tanto amore.

Te gridavo fijo mio sto qua,
Arza l’occhi guarda tuo papà!

Ma te niente… guardavi pe tera
E te ostinavi a famme la guera.

Poi quanno tu padre stava male
e te già pensavi ar funerale,

sul letto de morte… nelle ultime ore
t’è scappata na preghiera… “Te affido ar core der Creatore”.

Ecco perché t’ho chiamato,
pe ditte quanto me sei mancato.

Ho cominciato a piagne dalla gioia e dar dolore…
Ho scoperto de esse amato dar Signore…

​Questa è na storiella che nun ’ha niente da insegnà,
​solo che in cielo c’è un Dio che piagne se lo chiami papà!

 

Chiedo scusa all’autore, ma ho voluto dare un’aggiustata alla metrica e alla rima e ho scritto, rispettando la struttura dell’idea e del contesto, questa versione, riveduta e corretta, che segue.

IO  E  DIO

Stavorta, ve vojo riccontà ‘na storia strana
che m’è successa proprio l’artra settimana.

Stavo passanno davanti alla chiesa der paese,
quanno ‘na voja d’entrà, d’un tratto, me prese.

Io nun sono mai stato un cristiano praticante:
se c’è un matrimonio, se vedemo ar ristorante.

Chissà perché, me so’ sentito come se quarcuno
me dicesse de botto: “Entra, che nun c’è nessuno”.

M’aveva preso un misto de voja e de paura,
ma, ero da solo, nun potevo fa’ brutta figura.

La chiesa era proprio vota, nessuno che pregava;
forse me dispiaceva, se quarcuno me guardava.

Quattro panche, ‘na gran croce co’ nostro Signore,
“Guarda te, se a chiamamme è stato er Creatore!”

Me feci coraggio e sussurrai: “So’ passato pe ‘n saluto”.
‘Na voce me rispose: “Sei entrato, mo mettete seduto!”.

Presi paura e me pensai: “Chi è? Mo me ne vado via”.
Ma la voce “Nun te ne annà – disse – famme compagnia”.

“Famo n’artra vorta, mi moje ha già apparecchiato”.
“Nun fa’ lo scemo, ‘o so bene che nun sei sposato”.

Me sentivo troppo strano, io non avevo mai pregato,
ma, però, me sentivo pregà dar Signore der Creato.

“Signore, dateme ‘na prova – dissi – devo da crede
che voi siete veramente Iddio che tutto vede?”.

“Voi ‘na prova? Guardame, sto ‘n croce, fijo mio,
Sto  inchiodato pe’ te, anche se so’ fijo de Dio.

“Me vie’ da piagne. Scusateme, ma proprio tanto,
perdonateme, Signore, se nun so’ stato un santo.

Se lo sapevo mai che voi c’eravate per davero….
venivo più spesso, ve accennevo quarche cero!”.

“Vabbè, ma adesso che stai qua dentro con me,
sappi che, ner bene e ner male, io sempre fui con te.

Forse nun te lo ricordi, ma quann’eri piccolino,
bé, io sono stato, per te, il tuo “Gesù Bambino”.

So anche, che, prima de coricatte, ogni sera,
tu me dedicavi sempre ‘na piccola preghiera.

Era semplice, quer che viene dar core de un bambino,
me facevi piagne, e le lacrime te bagnaveno er cuscino.

Poi, anni de silenzio,….chissà, te s’era indurito er core
proprio co’ me, che t’avevo fatto co’  tanto amore.

Io aspettavo e te gridavo: “Fijo mio, ecco, sto qua,
perché nun arzi l’occhi in su, guarda tuo papà!

Ma niente, tu te ne annavi avanti a guardà pe’ tera
mentre, ostinato, co’ me stavi sempre in  guera.

Un brutto giorno, quanno tuo padre stette male
e nun te restava, ormai, che pensare ar funerale,

però, sur suo letto de morte, in quell’urtime sue ore,
te scappò ‘na preghiera: “T’affido ar core der Signore”.

Ecco, caro, adesso sai er perché che t’ho chiamato:
era pe’ ditte, finalmente, quanto me sei mancato”.

Ho cominciato a piagne, dalla gioia e dar dolore,
perché avevo scoperto d’esse amato dar Signore.

Questa storiella, sì, c’ha quarcosa da insegnà:
che, in cielo, quarcuno piagne, se lo chiami papa!