Numero1768

LETTERA  SULLA  FELICITÀ

Non si è mai troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi eta, è bello occuparsi del benessere dell’anima. Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l’età. Da giovani come da vecchi, è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani, quando saremo in avanti con gli anni, in nome del grato ricordo della felicità avuta in passato, e, da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l’avvenire. Cerchiamo allora di conoscere le cose che fanno la felicità, perché, quando essa c’è, tutto abbiamo; altrimenti, tutto facciamo per averla.

Pratica e medita le cose che ti ho sempre raccomandato : sono fondamentali per una vita felice. Prima di tutto, considera l’essenza del divino, materia eterna e felice, come rettamente suggerisce la nozione di divinità che ci è innata. Non attribuire alla divinità niente che sia diverso dal sempre vivente o contrario a tutto ciò che è felice, vedi sempre, in essa, lo stato eterno congiunto con la felicità. Gli dei esistono, è evidente a tutti, ma non sono come crede la gente comune, la quale è portata a tradire sempre la nozione innata che ne ha. Perciò, non è irreligioso chi rifiuta la religione popolare, ma colui che i giudizi del popolo attribuisce alla divinità.

Tali giudizi, che non ascoltano le nozioni ancestrali, innate, sono opinioni false.
A seconda di come si pensa che gli dei siano, possono venire da loro le più gradi sofferenze, come i beni più splendidi. Ma noi sappiamo che essi sono perfettamente felici, riconoscono i loro simili, e chi non è tale, lo considerano estraneo. Poi, abìtuati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza. L’esatta coscienza che la morte non significa nulla per noi, rende godibile la mortalità della vita, togliendo l’ingannevole desiderio dell’immortalità.

Non esiste nulla di terribile, nella vita, per chi davvero sappia che nulla c’è da temere nel non vivere più. Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l’affligge la sua continua attesa.. Ciò che, una volta presente, non ci turba, stoltamente atteso, ci fa impazzire. La morte, il più atroce, dunque, di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo, la morte non c’è; quando c’è lei, non ci siamo noi. Non è nulla, né per i vivi, né per i morti. Per i vivi, non c’è, i morti non ci sono più.
Invece la gente ora fugge la morte come il peggior male, ora la invoca come requie ai mali che vive.

Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più.
La vita, per lui, non è un male, né un male il non vivere. Ma, come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce. Chi ammonisce, poi, il giovane a vivere bene e il vecchio a ben morire è stolto, non solo per la dolcezza che c’è sempre nella vita, anche da vecchi, ma perché una sola è l’arte del ben vivere e del ben morire. Ancora peggio, chi va dicendo : bello non essere mai nato, ma, nato, al più presto, varcare la soglia dell’Ade (Regno dei morti N.d.R.).

Se è così convinto, perché non se ne va da questo mondo? Nessuno glielo vieta, se è veramente il suo desiderio. Invece, se lo dice così per dire, fa meglio a cambiare argomento. Ricordiamoci, poi, che il futuro non è del tutto nostro, ma neanche, del tutto, non nostro. Solo così, possiamo non aspettarci che assolutamente si avveri, né, allo stesso modo, disperare del contrario. Così pure, teniamo presente che, per quanto riguarda i desideri, solo alcuni sono naturali, altri sono inutili e, fra i naturali, solo alcuni quelli proprio necessari, altri naturali soltanto. Ma, fra i necessari, certi sono fondamentali per la felicità, altri per il benessere fisico, altri per la stessa vita.

Una ferma conoscenza dei desideri fa ricondurre ogni scelta o rifiuto al benessere del corpo e alla perfetta serenità dell’animo, perché questo è il compito della vita felice, a questo noi indirizziamo ogni nostra azione, al fine di allontanarci dalla sofferenza e dall’ansia. Una volta raggiunto questo stato, ogni bufera interna cessa, perché il nostro organismo vitale non è più bisognoso di alcuna cosa, altro non deve cercare per il bene dell’animo e del corpo. Infatti, proviamo bisogno del piacere, quando soffriamo per la mancanza di esso. Quando, invece, non soffriamo, non ne abbiamo bisogno.

Per questo noi riteniamo il piacere principio e fine della vita felice, perché lo abbiamo riconosciuto bene primo e a noi congenito. Ad esso ci ispiriamo per ogni atto di scelta o di rifiuto, e scegliamo ogni bene in base al sentimento del piacere e del dolore. È bene primario e naturale per noi, per questo non scegliamo ogni piacere. Talvolta conviene tralasciarne alcuni, da cui può venirci più male che bene, e giudicare alcune sofferenze preferibili ai piaceri stessi, se un piacere più grande possiamo provare, dopo averle sopportate a lungo. Ogni piacere, dunque, è bene per sua intima natura, ma noi non li scegliamo tutti. Allo stesso modo, ogni dolore è male, ma non tutti sono sempre da fuggire.

Bisogna giudicare gli uni e gli altri, in base alla considerazione degli utili e dei danni. Certe volte sperimentiamo che il bene si rivela, per noi, un male, invece, il male un bene. Consideriamo, inoltre, una gran cosa l’indipendenza dai bisogni, non perché sempre ci si debba accontentare del poco, ma per godere anche di questo poco, se ci capita di non avere molto, convinti, come siamo, che l’abbondanza si gode con più dolcezza, se meno da essa dipendiamo. In fondo, ciò che veramente serve non è difficile a trovarsi, l’inutile è difficile.

I sapori semplici danno lo stesso piacere dei più raffinati : l’acqua e un pezzo di pane fanno il piacere più pieno a chi ne manca. Saper vivere di poco, non solo porta salute e ci fa privi di apprensione verso i bisogni della vita ma anche, quando, ad intervalli, ci capita di menare un’esistenza ricca, ci fa apprezzare meglio questa condizione e rimanere indifferenti verso gli scherzi della sorte. Quando, dunque, diciamo che il bene è il piacere, non intendiamo il semplice piacere dei goderecci, come credono coloro che ignorano il nostro pensiero, o lo avversano, o lo interpretano male, ma quanto aiuta il corpo a non soffrire e l’animo a essere sereno.

Perché non sono per se stessi i banchetti, le feste, il godersi fanciulli e donne, i buoni pesci e tutto quanto può offrire una ricca tavola che fanno la dolcezza di una vita felice, ma il lucido esame delle cause di ogni scelta o rifiuto, al fine di respingere i falsi condizionamenti, che sono, per l’animo, causa di immensa sofferenza. Di tutto questo, principio e bene supremo è la saggezza, perciò questa è anche più apprezzabile della stessa filosofia, è madre di tutte le virtù. Essa ci aiuta a comprendere che non si dà vita felice, senza che sia saggia, bella e giusta, né vita saggia bella e giusta è priva di felicità, perché le virtù sono connaturate alla felicità e da questa inseparabili.

Chi suscita più ammirazione di colui che ha un’opinione corretta e reverente riguardo agli dei, nessun timore della morte, chiara coscienza del senso della natura, che tutti i beni che realmente servono sono facilmente procacciabili, che i mali, se affliggono duramente, affliggono per poco, altrimenti, se lo fanno a lungo, vuol dire che si possono sopportare? Questo genere d’uomo sa anche che è vana opinione credere il fato padrone di tutto, come fanno alcuni, perché le cose accadono o per necessità, o per arbitrio della fortuna, o per arbitrio nostro. La necessità è irresponsabile, la fortuna instabile, invece il nostro arbitrio è libero : per questo può meritarsi biasimo o lode.

Piuttosto che essere schiavi del destino dei fisici, era meglio, allora, credere ai racconti degli dei, che almeno offrono la speranza di placarli con le preghiere, invece dell’atroce, inflessibile necessità. La fortuna, per il saggio, non è una divinità, come per la massa – la divinità non fa nulla a caso – e neppure qualcosa priva di consistenza. Non crede che essa dia agli uomini alcun bene o male determinante per la vita felice, ma sa che può offrire l’avvio a grandi beni o mali.

Però, è meglio essere senza fortuna ma saggi, che fortunati e stolti, e nella pratica, è preferibile che un bel progetto non vada in porto, piuttosto che abbia successo un progetto dissennato. Medita, giorno e notte, tutte queste cose ed altre congeneri, con te stesso e con chi ti è simile, e mai sarai preda dell’ansia.
Vivrai, invece, come un dio fra gli uomini. Non sembra più nemmeno mortale l’uomo che vive fra beni immortali.

Lettera a Meneceo                        Epicuro   (341 – 270  avanti Cristo)

Ἐπίκουρος, Epíkouros, “alleato” o “compagno, soccorritore”.
Fondatore della corrente filosofica ellenistica dell’ Epicureismo.
Di questa “Weltanshaung”, o visione del mondo, desidero qui riportare i principi della sua branca più importante :

l’Etica

Nell’etica Epicuro riprende concettualmente l’edonismo dei Cirenaici, ma mentre per questi il piacere è dinamicamente inteso come continua ricerca del piacere, sempre goduto effimeramente, per Epicuro è statico, assicurato cioè dalla eliminazione del dolore, avvenuta una volta per tutte, procurando così la salute dell’anima non più costretta ad un’affannosa ricerca del piacere. Un’anima che «è una sostanza corporea composta di sottili particelle» cioè di atomi molto mobili. Grazie a questa concezione egli libera l’uomo dalla paura della morte poiché quando questa si verifica il corpo, e con esso l’anima, ha già cessato di esistere e quindi cessa anche di provare sensazioni. Per questo motivo sarebbe stolto temere la morte come causa di sofferenza in quanto la morte è privazione di sensazioni.

Il male e gli dei

Inoltre egli affronta anche la questione degli dei che, secondo Epicuro, non si occupano dell’uomo in quanto vivono negli intermundia, cioè in spazi situati fra gli infiniti mondi reali, e del tutto separati da questi; essi perciò non hanno esperienza dell’uomo. Affronta quindi la questione del male rispetto agli dei e procede per gradi:

  • Gli dei non vogliono il male, ma non possono evitarlo (gli dei risulterebbero buoni ma impotenti, non è possibile).
  • Gli dei possono evitare il male, ma non vogliono (gli dei risulterebbero cattivi, non è possibile).
  • Gli dei non possono e non vogliono evitare il male (gli dei sarebbero cattivi e impotenti, non è possibile).
  • Gli dei possono e vogliono; ma poiché il male esiste allora gli dei esistono ma non si interessano dell’uomo. Questa è la conclusione che Epicuro considera vera: gli dèi sono indifferenti alle vicende umane e si chiudono nella loro perfezione.

Tali considerazioni di tipo fisico, cosmologico e teologico spingono Epicuro a considerare la felicità come coincidente con l’assenza di paure e timori che condizionano l’esistenza in modo negativo. Ritiene inoltre che il male derivi dai desideri che, se non appagati, generano insoddisfazione e quindi dolore. Questi possono essere artificiali e naturali (necessari e non necessari).

È inoltre doveroso aggiungere che il motivo per cui Epicuro afferma che gli dei si disinteressino dell’uomo è che essi, nella loro beatitudine e perfezione, non hanno bisogno di occuparsi degli uomini. Affermare che per gli dei sia necessario occuparsi di qualcosa, in questo caso degli uomini, significherebbe dare un limite al potere immenso degli dei, che, invece, non hanno bisogno di interessarsi della vita terrena.

Il «tetrafarmaco o quadruplice rimedio»

Epicuro ritiene che la filosofia debba diventare lo strumento, il mezzo, teorico e pratico, per raggiungere la felicità liberandosi da ogni passione irrequieta.

«Se non fossimo turbati dal pensiero delle cose celesti e della morte e dal non conoscere i limiti dei dolori e dei desideri, non avremmo bisogno della scienza della natura]»

Propone quindi un “quadrifarmaco” capace di liberare l’uomo dalle sue quattro paure fondamentali:

TETRAFARMACO
Mali Terapia
1) Paura degli dei e della vita dopo la morte Gli dei sono perfetti quindi, per non contaminare la loro natura divina, non si interessano delle faccende degli uomini mortali e non impartiscono loro premi o castighi.
2) Paura della morte Quando noi ci siamo ella non c’è, quando lei c’è noi non ci siamo più.
3) Mancanza del piacere Esso è facilmente raggiungibile seguendo il calcolo epicureo dei bisogni da soddisfare, che saranno quelli fondamentali, e non quelli superflui.
4) Dolore fisico Se il male è lieve, il dolore fisico è sopportabile, e non è mai tale da offuscare la gioia dell’animo; se è acuto, passa presto; se è acutissimo, conduce presto alla morte, la quale non è che assoluta insensibilità. Per quanto riguarda i mali dell’anima Epicuro afferma che essi sono prodotti dalle opinioni fallaci e dagli errori della mente, contro i quali ci sono la filosofia e la saggezza.

Il piacere

Parte fondamentale dell’etica epicurea, comunque, è l’edonismo:

«Non si è mai troppo vecchi o troppo giovani per essere felici.
Uomo o donna, ricco o povero, ognuno può essere felice.»

Epicuro ritiene che il sommo bene sia il piacere (ἡδονή, edonè). È necessario comprendere a fondo questo termine; Epicuro distingue due fondamentali tipologie di piacere:

Per piacere cinetico si intende il piacere transeunte, che dura per un istante e lascia poi l’uomo più insoddisfatto di prima. Sono piaceri cinetici quelli legati al corpo, alla soddisfazione dei sensi.

Il piacere catastematico è invece durevole, e consta della capacità di sapersi accontentare della propria vita, di godersi ogni momento come se fosse l’ultimo, senza preoccupazioni per l’avvenire. La condotta, quindi, deve essere improntata verso una grande moderazione: meno si possiede, meno si teme di perdere.

«Dei desideri alcuni sono naturali e necessari, altri naturali e non necessari, altri né naturali né necessari, ma nati solo da vana opinione.»

Epicuro elabora una specie di catalogazione dei bisogni che se soddisfatti procurano eudemonia (letteralmente “star insieme a un buon demone”, “serenità”):     (Un dèmone; dal greco antico δαίμων, trasl. dáimōn, «essere divino» è, nella cultura religiosa e nella filosofia greca, un essere che si pone a metà strada fra ciò che è divino e ciò che è umano, con la funzione di intermediario tra queste due dimensioni. Nel linguaggio poetico e letterario, il termine demone è usato talvolta col significato di “diavolo, demonio“.)

  • Bisogni naturali e necessari, come ad esempio bere acqua per dissetarsi: questi soddisfano interamente poiché essendo limitati possono essere completamente colmati.
  • Bisogni naturali ma non necessari: come ad esempio per dissetarsi bere vino, certo non avrò più sete ma desidererò bere vini sempre più raffinati e quindi il bisogno rimarrà in parte insoddisfatto.
  • Bisogni né naturali né necessari, come ad esempio il desiderio di gloria e di ricchezze: questi non sono naturali, non hanno limite e quindi non potranno mai essere soddisfatti.

Da qui nacque l’accusa dei padri della Chiesa cristiani che Epicuro suggerisse uno stile di vita rozzo e materiale indegno dell’uomo. In realtà Epicuro non indica quali debbano essere i bisogni naturali e necessari da soddisfare poiché è demandato alla ragione dell’uomo stabilire quali per lui siano i bisogni essenziali, naturali da soddisfare. Come è stato commentato, per Cesare, ad esempio, poteva essere ininfluente il bisogno di mangiare e bere mentre per lui era veramente naturale e necessario soddisfare il suo ineliminabile desiderio di gloria.

Epicuro paragona la vita ad un banchetto, dal quale si può essere scacciati all’improvviso. Il convitato saggio non si abbuffa, non attende le portate più raffinate, ma sa accontentarsi di quello che ha avuto ed è pronto ad andarsene appena sarà il momento, senza alcun rimorso. Il piacere catastematico è profondamente legato ai concetti di atarassia (ἀταραξία) e aponia (ἀπονία).

L’amicizia sostituta della politica

«Ogni amicizia è desiderabile di per sé anche se ha avuto il suo inizio dall’utilità.»

Importante è quindi l’amicizia, intesa come reciproca solidarietà tra coloro che cercano insieme la serena felicità.

«Di tutte le cose che la sapienza procura in vista della vita felice, il bene più grande è l’acquisto dell’amicizia».
«L’amicizia trascorre per la terra annunziando a tutti noi di destarci per darci gioia l’un con l’altro.»

L’amicizia sostituisce in un certo modo i rapporti sociali poiché Epicuro contesta l’identificazione dell’uomo con il cittadino anche se riconosce l’utilità per la società delle leggi, che vanno rispettate poiché calpestandole non si può avere la certezza dell’impunità e quindi rimarrebbe il timore di un castigo che turberebbe la serenità per sempre.

La politica è «un inutile affanno» e l’uomo dovrà invece essere contento del vivere appartato secondo la concezione epicurea del “vivere nascostamente” (“vivi nascosto”, in greco antico λάθε βιώσας, lathe biòsas).

Il disimpegno degli epicurei, che teorizzano una vita serena e ritirata, congiunto ad una interpretazione superficiale del concetto epicureo di “piacere”, ha portato nei secoli ad una visione distorta dell’epicureismo, spesso associato all’edonismo egoistico o a quello dei cirenaici, con cui nulla ha a che fare. La filosofia epicurea si distingue al contrario per una notevole carica “illuministica” e morale: insegna a rifiutare ogni superstizione o pregiudizio in una serena accettazione dei propri limiti e delle proprie potenzialità.

L’etica epicurea quindi, come l’utilitarismo, è stata anche definita consequenzialista poiché identificherebbe il bene a seconda degli effetti dei propri comportamenti. Questa interpretazione è stata contestata poiché si fonderebbe su una singola frase della Lettera a Meneceo non ripresa negli altri testi epicurei.

Epicuro non prescrisse il vegetarianismo, tuttavia, almeno secondo la testimonianza del platonico Porfirio di Tiro, egli era personalmente vegetariano e spinse i discepoli al rispetto per gli animali e ad una dieta priva di carni. Nei frammenti a noi pervenuti delle sue opere, Epicuro raccomanda più volte di cibarsi frugalmente, preferibilmente di pane, formaggio e acqua, come faceva lui stesso.

Nell’antichità, la figura di Epicuro fu considerata “sacra”. Questa sacralità del personaggio si ritrova nelle espressioni di Tito Lucrezio Caro che chiamava Epicuro «un Dio» e nel II secolo d.C. Luciano di Samosatasofista simpatizzante dell’epicureismo, si riferiva al maestro come «divino sacerdote della verità» e «liberatore di coloro che ne seguono le dottrine». Lo stesso Lucrezio, difatti, nel poema De rerum natura, scrive tre “inni ad Epicuro” (detti anche “elogi” o “trionfi di Epicuro”).

Epicuro venne screditato dalle scuole rivali, in primis dai platonici, e poi dai cristiani, a causa del suo materialismo e della teoria del piacere. Nel Medioevo la parola “epicureo” era sinonimo di “ateo, irreligioso ed eretico“, in tal senso è usato da Dante Alighieri che condanna come epicurei Cavalcante dei Cavalcanti (padre del suo collega Guido Cavalcanti), l’imperatore Federico II e Farinata degli Uberti, tutti e tre personaggi per cui prova stima umana e politica, ma che condanna dal punto di vista ideologico.

Saranno il Rinascimento umanistico, tranne le correnti neoplatoniche, e l’abate Pierre Gassendi nel XVII secolo, a rivalutare il suo pensiero. In particolare Gassendi nel Syntagma philosophiae Epicuri del 1649 (“Compendio della filosofia di Epicuro”), interpretava la filosofia epicurea in senso cristiano e se ne serviva per respingere l’astratta metafisica cartesiana. Proponendolo come maestro di vita e di morale, attingeva al suo pensiero nella polemica anti-scolastica e anti-platonica. Nelle discussioni circa la nuova visione scientifica dell’universo affermava che l’atomismo epicureo, ponendo il vuoto, fosse l’unica filosofia compatibile con la realtà scientifica che si andava allora delineando. Epicuro è stato considerato come uno dei precursori anche dall’utilitarismo.

L’epicureismo fu, poi, stimato anche da vari intellettuali dell’illuminismo, come il barone d’Holbach, e in epoca successiva da Ugo FoscoloGiacomo LeopardiPercy Bysshe ShelleyKarl MarxArthur SchopenhauerFriedrich Nietzsche.

 

Numero1767

L’ INFERNO  E  IL  PARADISO

Dopo una lunga ed eroica vita, un valoroso Samurai giunse nell’aldilà e fu destinato al Paradiso. Era un tipo pieno di curiosità e chiese di poter dare prima un’occhiata anche all’inferno. Un angelo lo accontentò e lo condusse all’inferno. Si trovò in un vastissimo salone che aveva al centro una tavola imbandita con piatti colmi di pietanze succulente e di golosità inimmaginabili.
Ma i commensali, che sedevano tutt’intorno, erano smunti, pallidi e scheletriti da far pietà.
“Com’è possibile?” chiese il Samurai alla sua guida, “Con tutto quel ben di Dio davanti!”.
“Vedi : quando arrivano qui, ricevono tutti due bastoncini, quelli che si usano come posate per mangiare, solo che sono lunghi più di un metro e devono essere, rigorosamente, impugnati alle estremità. Solo così possono portarsi il cibo alla bocca”.
Il Samurai rabbrividì. Era terribile la punizione di quei poveretti che, per quanti sforzi facessero, non riuscivano a mettersi neppur una briciola sotto i denti.
Non volle vedere altro e chiese di andare subito in Paradiso.
Qui lo attendeva una sorpresa. Il Paradiso era un salone assolutamente identico a quello dell’inferno! Dentro l’immenso salone, c’era l’infinita tavolata di gente e un’identica sfilata di piatti deliziosi. Non solo: tutti i commensali erano muniti degli stessi bastoncini lunghi più di un metro, da impugnare alle estremità per portarsi il cibo alla bocca.
C’era una sola differenza : qui la gente, intorno al tavolo, era allegra, ben pasciuta, sprizzante di gioia.
“Ma com’è possibile ?” chiese il Samurai.
L’angelo sorrise.
“All’inferno, ognuno si affanna ad afferrare il cibo e portarlo alla propria bocca, perché si sono sempre comportati così, nella vita. Qui, al contrario, ciascuno prende il cibo con i bastoncini e poi si preoccupa di imboccare il proprio vicino”.

Antica Storia Giapponese.

Numero1766

La giostra della vita gira sempre,

ma c’è chi vi sale e chi,

purtroppo, deve scendere.

Ho controllato anche oggi ed io,

fra quelli che sono scesi,

grazie a Dio, non ci sono.

Numero1765

Io credo in Dio.

Non nel Dio Cattolico,

non esiste un Dio Cattolico :

esiste Dio.

Papa Francesco.

Numero1764

Signore, liberami

da me.

Fernando Antonio Nigueira Pessoa.

Nuovo1762

La felicità di oggi

fa parte del dolore di domani,

e il dolore di oggi

fa parte della felicità di ieri.

 

Dal film  Viaggio in Inghilterra.

Numero1761

La fede è l’uccello

che percepisce la luce

e canta quando

l’alba è ancora buia.

Rabindranath Tagore.

 

Numero1760

Il mio regno

non è di questo mondo.

Jehoshua ben Jusef al Nazri     (Gesù).

Numero1759

L’ultimo passo della ragione

è il riconoscere che ci sono

un’infinità di cose che la sorpassano.

Blaise Pascal.

Numero1758

CONOSCI  TE  STESSO       NOSCE  TE  IPSUM       γνῶθι σεαυτόν

Al pari di Nulla di troppo (μηδὲν ἄγαν).

«Conosci te stesso» (in greco antico γνῶθι σαυτόνgnōthi sautón, o anche γνῶθι σεαυτόνgnōthi seautón) è una massima religiosa greco antica iscritta nell’ingresso del tempio di Apollo a Delfi :

Ti avverto, chiunque tu sia :
Oh tu, che desideri sondare gli arcani della Natura,
se non riuscirai a trovare dentro te stesso ciò che cerchi,
non potrai trovarlo nemmeno fuori.
Se ignori le meraviglie della tua casa,
come pretendi di trovare altre meraviglie?
In te si trova occulto il tesoro degli Dei.
Oh Uomo, conosci te stesso e conoscerai l’Universo e gli Dei.

La locuzione latina corrispondente è nosce te ipsum.] È anche utilizzata in latino la versione temet nosce.

Un concetto simile si trova anche nel monito di Sant’Agostino“Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas” («Non andare fuori, rientra in te stesso: è nel profondo dell’uomo che risiede la verità»).

Molteplici classificazioni tipologiche

Nella nostra vita ci capita spesso di distinguere e classificare noi stessi e gli altri sulla base di caratteristiche le più diverse: alto /basso, bello /brutto, interessante / non interessante, colto / non colto, ricco /povero, credente non credente…. Alcune di queste tipologie si riferiscono in particolare a caratteristiche psicologiche; ad esempio: attivo / passivo, introverso /estroverso, stabile / instabile, ottimista /pessimista, battagliero /arrendevole, materialista / spirituale, disciplinato / ribelle, progressista / conservatore, rigido / adattabile, affidabile / inaffidabile.

Distinzioni tipologiche sono anche:

i 12 segni zodiacali : a loro volta suddivisi in, maschili e femminili, – cardinali, fissi e mobili – acqua, fuoco, terra e aria.

l’enneagramma (vedi la tabella  degli “enneatipi” in fondo al Numero),

i gruppi sanguigni ( esistono quattro gruppi sanguigni diversi: il gruppo A, il gruppo B, il gruppo AB, il gruppo 0 (zero),

i quattro temperamenti secondo Steiner , (sanguinico, collerico, flemmatico e melanconico),

le quattro costituzioni omeopatiche (Carbonica, Sulfurica, Fosforica, Fluorica),

 le categorie di personalità distinte in base alla subpersonalità primaria prevalente (ossessivo, depresso, ansioso, istrionico, narcisista paranoico, etc.).


Non per niente, non esiste sulla terra un uomo uguale ad un altro.

            Classificare vuol dire suddividere un insieme di oggetti in gruppi omogenei, in classi, in  categorie. L’uomo tende a classificare tutto ciò con cui viene in contatto: le sostanze chimiche, le creature viventi, le stelle, i libri, gli abiti, le automobili e così via. Non c’è oggetto che non sia classificabile e che in qualche modo non sia stato classificato. Viene spontaneo chiedersi: perché tanto impeto classificativo? Una delle possibili risposte richiama il fatto che classificare è uno dei processi insiti al nostro meccanismo di conoscenza: da un lato conoscere ci porta a classificare, dall’altro classificando conosciamo e approfondiamo la nostra conoscenza. Una seconda risposta possibile ci riporta alla nostra natura di manipolatori e trasformatori della realtà con cui veniamo in contatto; classificare ci aiuta a definire la materia prima su cui poter intervenire con la trasformazione e ci facilita l’utilizzo degli oggetti.

Ciascuno di noi usa di continuo giudizi, valutazioni e classificazioni su se stesso e sugli altri. È importante prendere coscienza che i giudizi possono causare molta sofferenza o viceversa piacere, possono nutrire l’autoapprezzamento e essere stimolo alla crescita; vanno pertanto usati in modo consapevole e saggio.

 

Le classificazioni tipologiche di Assagioli: Psicologia Differenziale in Psicosintesi

Roberto Assagioli, psichiatra fondatore della Psicosintesi, espone il suo pensiero sulle classificazioni  tipologiche basate sulle caratteristiche psichiche nell’Appendice quinta al testo “L’atto di volontà” e in alcuni scritti raccolti nel libretto intitolato “I tipi umani”.

Nell’Appendice quinta Assagioli introduce i termini “Psicologia differenziale”: “Secondo il Dictionary of Psychological and Psychoanalytical Terms, la psicologia differenziale è la branca della psicologia che studia i tipi, le quantità, le cause e gli effetti delle differenze individuali e di gruppo nelle caratteristiche psicologiche.”

Una parte dell’interesse di Assagioli per le tipologie deriva probabilmente da un simile interesse di uno dei suoi maestri: K. G Jung.  Jung ha identificato quattro tipologie di persone sulla base del prevalere di una delle quattro funzioni psichiche che egli riconosce nell’uomo: sensazione, sentimento, pensiero ed intuizione. La classificazione di Jung diviene poi ottuplice considerando che il prevalere di una funzione si può associare ad un modo di essere principalmente estroversi o introversi.

E’ interessante notare che il fondatore della Psicosintesi mette in guardia i lettori sul rischio di attribuire una eccessiva importanza alle classificazioni tipologiche nessuna delle quali è al momento pienamente soddisfacente peccando di incompletezza o di parzialità ed unilateralità nella scelta dei criteri di suddivisione dei temperamenti.

Su questa base, le classificazioni tipologiche non devono essere però rifiutate bensì opportunamente scelte ed utilizzate. Scrive Assagioli: “una classificazione basata su divisioni artificiose, arbitrarie, o superficiali, sarà di scarso valore pratico, e può diventare un ostacolo e distorcere la nostra percezione della realtà.

Con queste riserve le descrizioni tipologiche basate sulle differenze fondamentali, e quindi in grado di tenere pienamente conto della complessità e della fluidità della vita psicologica degli individui, possono, se usate saggiamente, fornire un sostanziale aiuto per una comprensione più profonda e più precisa.

Ma richiedono di essere perfezionate ulteriormente e di tenere giustamente conto delle molte dimensioni psicologiche. Soprattutto, devono essere sottili e flessibili, aperte alle sfumature e le coloriture individuali, alle sovrapposizioni e alle interpenetrazioni. Non devono essere semplicistiche né pretendere di essere definitive, ma tenere conto del mutamento continuo e dell’illimitato potenziale di crescita di ogni individuo.”

Le classificazioni tipologiche possono condizionare sia in senso positivo che negativo. A questo proposito è interessante ricordare una ricerca di diversi anni fa: alcuni studenti furono divisi alla cieca in due gruppi. Alcuni furono trattati come fossero bravi, gli altri come meno bravi. A fine anno quelli considerati bravi avevano effettivamente ottenuto risultati migliori. Inoltre le classificazioni applicate agli esseri umani e ai gruppi sociali possono portare a sottovalutare ciò che accomuna rispetto a ciò che fa differire con conseguente stimolo alla conflittualità sociale, razziale, religiosa.

Assagioli ha distinto sette principali tipologie di persone. Ciò che caratterizza maggiormente l’appartenere ad una delle diverse tipologie sono gli aspetti vitali che maggiormente realizzano una persona:

  • Tipo Amore: realizza se stesso attraverso rapporti positivi e affettivi con gli altri. Compito evolutivo è integrare in particolare le caratteristiche della tipologia “volontà”. Principalmente è importante che sviluppi la capacità di riconoscere ed esercitare la propria libertà.
  • Tipo Volontà: realizza se stesso attraverso l’espressione libera della propria volontà. Compito evolutivo è integrare in particolare le caratteristiche della tipologia “amore”. Principalmente è importante che sviluppi la capacità di assumersi responsabilità (integrazione libertà-responsabilità), che diventi responsabile per gli altri.
  • Tipo devozionale-idealistico: realizza se stesso spendendosi per un ideale o un valore, dedicandosi con generosità a un progetto, iniziativa, organizzazione.
  • Tipo attivo-pratico: realizza se stesso traducendo le leggi della vita, le idee, le intuizioni in azioni, dando concretezza e tangibilità a ciò che sa e in cui crede.
  • Tipo creativo artistico: si realizza creando delle sintesi. Ricerca l’armonia essendo particolarmente sensibile e insofferente alle dicotomie (es. vita/morte, bello/brutto; es. dell’artista che si cimenta in una ricerca di sintesi tra l’intuizione che ha in testa e la materia con cui realizzarlo)
  • Tipo scientifico:si realizza comprendendo le leggi che sottostanno ai fenomeni, indagando i principi dell’esistenza.
  • Tipo organizzativo:si realizza mettendosi al servizio di un gruppo, promuovendo la crescita di un gruppo o di una istituzione più che la propria

Ciascun individuo ha in realtà tutte e sette queste tipologie ma spesso una o alcune prevalgono su altre come modo abituale di esprimersi.

Dagli scritti di Assagioli è possibile trarre per ognuna delle sue sette tipologie un elenco di caratteristiche psichiche che le descrivono ed identificano:

    Tipo amore:    attaccamento – avidità – golosità – amore per gli agi, pigrizia – indecisione – procrastinazione – paura dell’abbandono – paura di stare soli – tristezza per relazioni insoddisfacenti – necessità di sentirsi amati – necessità interiore di sentirsi innamorati – interesse per le piccole cose, i dettagli –  piacere di insegnare, educare – desiderio di proteggere, nutrire, rinforzare gli altri – sensibilità – costruttività – spirito di cooperazione –  prudenza – giustizia – lealtà – accettazione – tolleranza, rispetto – umiltà – socievolezza – mitezza –  generosità – compassione – empatia – gentilezza – tatto – amore oblativo .

Tipo volontà: separatività – distruttività – aggressività – impazienza – scarsa considerazione dei sentimenti altrui e propri – egoismo, egocentrismo – isolamento – competitività – irritabilità – amore per la discussione e la critica (combattività mentale) – ostinazione – ambizione – desiderio di dominio  – attivismo – fiducia in sé – decisione – fermezza – coraggio – capacità di assumersi responsabilità –  concentrazione – chiara visione .

Tipo devozionale-idealistico: fanatismo – intolleranza – pregiudizio – unilateralità – rinuncia ai compromessi – criticismo – invadenza – ostinazione – venerazione, devozione – idealismo – combattività –  fervore – capacità  di sacrificio di sé – sopportazione –costanza –  ascetismo – misticismo – sincerità – lealtà – fedeltà – assenza di paura .

    Tipo attivo-pratico: attivismo sfrenato – impazienza – fretta ansimante, agitazione – tendenza ad una visione materialista – attaccamento al denaro – arrivismo  –  abilità manuale – capacità di manipolare – abilità nell’osservazione – capacità di analisi – intraprendenza – efficienza – inventiva .

Tipo creativo-artistico: scarsa praticità – perfezionismo – creatività – intuizione – amore per la natura –   amore del bello e dell’armonia – senso estetico – percezione dei contrasti – umorismo – comprensione umana – sensibilità –  imparzialità – equilibrio .

    Tipo scientifico: indifferenza e freddezza – orgoglio ed arroganza – criticismo – disordine materiale – mancanza di concretezza e praticità – distacco –  perseveranza –  concentrazione – accuratezza – intelligenza – visione ampia – onestà intellettuale – elasticità e apertura mentale – chiarezza mentale – diplomazia – capacità di analisi e sintesi – comprensione .

Tipo organizzativo: formalismo – rigidità – pedanteria – eccessiva identificazione nelle regole piuttosto che nello scopo –  orgoglio – pazienza –  perseveranza  sicurezza di sé – cortesia – abilità pratica – cura dei dettagli – accuratezza – attività costruttiva – cooperazione -capacità organizzativa –  mente chiara – disciplina .

Leggendo le caratteristiche possiamo riconoscerci in alcune di queste e ciò può aiutarci a comprendere a quali tipi noi apparteniamo.

E’ importante notare che ne “I tipi umani” troviamo una trattazione a scopo esplicativo di sette tipologie “pure” e delle relative caratteristiche. Nella realtà questi tipi puri  non esistono o sono molto rari. Solitamente una persona appartiene a più di un tipo e questo può creare varie combinazioni e conflitti.

Sempre nell’Appendice quinta al testo “L’atto di volontà” Assagioli presenta la classificazione binaria in estrovertiti (estroversi) ed introvertiti (introversi) a seconda che la tendenza o direzione dell’interesse vitale sia rivolta al mondo esteriore o ai contenuti interiori.
Sia gli estroversi che gli introversi si dividono poi in attivi e passivi a seconda dell’atteggiamento assunto nei confronti del mondo esteriore o dei contenuti psichici. Se l’interesse vitale è “rivolto verso il basso” ovvero all’inconscio nei suoi aspetti inferiori si parla di subversione; se è rivolto verso l’alto ovvero verso gli aspetti superiori della psiche, il supercosciente ed il Sé si parla di sopraversione.

Assagioli distingue poi, in base alle direzioni nel tempo dell’interesse vitale, fra persone anteroverse, orientate verso il futuro, innovatrici e persone retroverse orientate verso il passato, conservatrici.
Conclude Assagioli: “il fine psicosintetico è quello di acquistare la capacità di dirigere le energie a volontà  – vale a dire, per mezzo della funzione direttiva della volontà – in ogni direzione e maniera, secondo gli scopi, le intenzioni, le necessità e le richieste specifiche. Questa può essere chiamata poliversione.”

Assagioli sostiene che le classificazioni tipologiche per essere adeguate devono essere aperte alle “sovrapposizioni e interpenetrazioni”. Ognuna delle diverse classificazioni ci dà una differente visuale di noi e ci aiuta ad aggiungere elementi nuovi di auto-conoscenza. Di contro, una classificazione che desse una visione univoca di noi escludendo altri percorsi bloccherebbe il nostro processo di auto-conoscenza.

Appare chiaro che la distinzione dei sette tipi umani bene si integra con le classificazioni dicotomiche che Assagioli espone nell’Appendice quinta al testo “L’atto di volontà”. Ad esempio le persone che si riconoscono nel tipo amore sono solitamente estroversi. Spesso in alcuni prevale, consciamente o inconsciamente, una atteggiamento più passivo che si esprime in un desiderio di essere amati dagli altri (mariti, mogli ,figli, amici, colleghi etc.) mentre in altri può prevalere un atteggiamento più attivo di amore per ciò che gli altri sono realmente, di amore che si fa dono.

In Psicosintesi si distinguono quattro livelli di espressione della persona: il livello fisico, l’emotivo e mentale, il relazionale e lo spirituale. Attraverso questi livelli la personalità si esprime nelle sue caratteristiche distintive e le nostre tipologie si manifestano.

Che una persona possa presentare a livelli diversi caratteristiche tipologiche differenti è un corollario del fatto che raramente esistono tipi puri e che in realtà la maggior parte di noi è un tipo misto con alcune note tipologiche prevalenti che possono trovare nei diversi livelli vie preferenziali di espressione.

Per approfondire la conoscenza di noi stessi possiamo quindi osservare ed analizzare come le nostre caratteristiche psichiche tipologiche si esprimono ai diversi livelli.

Scoprire in noi stessi e negli altri le note tipologiche prevalenti sarebbe relativamente semplice se non ci fossero i desideri.
I desideri complicano terribilmente le cose condizionando pesantemente la percezione di ciò che noi siamo e di ciò che gli altri sono. In alcuni casi l’idea di ciò che siamo e di ciò che vogliamo diventare è condizionata dall’idea di noi che hanno altri (altrui desideri). A volte ci piace, spesso inconsciamente, dare agli altri una immagine diversa di noi e, nelle nostre intenzioni, migliore rispetto a ciò che siamo veramente (desiderio di apparire diversi).
A questo proposito è importante osservare che non è opportuno considerare una tipologia superiore all’altra ma ciascuna va considerata come l’inizio di una via personale di evoluzione.

Del desiderio di apparire diversi da ciò che si è parla Assagioli ne “I tipi umani” presentando i concetti di “meccanismo di compensazione” e di “iper-compensazione” : “Lo stesso principio [di compensazione] è attivo nella nostra vita psicologica, nella quale tende a correggere gli eccessi e le deviazioni, risvegliando gli elementi che sono opposti o complementari a quelli dominanti. Per varie ragioni, però, questo potere di auto-regolazione di compensazione non sempre funziona alla perfezione, sia nella nostra vita fisica che in quella psicologica.
Talvolta esso è insufficiente; in altri casi opera all’eccesso, producendo reazioni esagerate, o ciò che potrebbe essere chiamato iper-compensazione. Infatti abbiamo spesso la tendenza a sopravvalutare proprio le qualità che ci mancano.”

Spesso quindi nella vita possiamo esprimere caratteristiche tipologiche che non sono autentiche ma condizionate dai desideri; ci è quindi richiesto un particolare sforzo per una profonda comprensione. Quanto detto per la conoscenza di noi stessi vale anche per la conoscenza degli altri. Non di rado nell’attribuire ad altri una tipologia di appartenenza siamo condizionati e tratti in inganno dalla parzialità della nostra conoscenza  e dal nostro desiderio di come vorremmo che gli atri fossero.

 

Riconoscere le proprie e altrui tipologie di appartenenza

Scrive Angela Maria La Sala nel suo trattato “I sette temperamenti umani”: “La maggior parte dell’infelicità umana deriva dal fatto che l’uomo non conosce se stesso, non sa distinguere, in mezzo alle molteplici fluttuazioni della sua psiche, la sua vera e intima essenza, la sua nota permanente”.

Comprendere ciò che siamo, la nostra intima natura, le nostre caratteristiche psichiche è spesso opera assai lunga e ardua. Un pungolo molto efficace nello spingerci verso la ricerca di questa comprensione è rappresentato dall’infelicità. Essere infelici, insoddisfatti della nostra vita, ci induce ad essere diversi, a trasformarci.

Per poter diventare diversi, cambiare, migliorare e crescere è innanzitutto necessario conoscere ciò che siamo. Ogni viaggio ha un punto di partenza; e la scoperta di ciò che siamo è al tempo stesso punto di partenza e possibile meta del viaggio. Si parte dalla scoperta di ciò che siamo in questo momento per arrivare a scoprire ciò che siamo veramente e per riuscire ad esprimerlo.

Nel viaggio alla scoperta di noi stessi, così come in ogni altro viaggio, sono di grande aiuto le mappe di riferimento. Le mappe sono disegnate da altri viaggiatori che prima di noi hanno intrapreso la stessa avventura e che descrivono quanto hanno imparato mettendolo a nostra disposizione per renderci il viaggio più agevole.

Le tipologie umane possono essere viste come una  mappa della nostra psiche  e rappresentano pertanto uno strumento utile per imparare a conoscerci.

Riconoscere negli altri le tipologie di appartenenza è per Assagioli “un esercizio interessante e utile per affinare la nostra percezione psicologica”. Inoltre comprendere le caratteristiche psichiche e le tipologie di appartenenza delle persone con cui abbiamo un rapporto ci aiuta a stabilire con loro una relazione più consapevole, più efficace e matura.

Nell’Introduzione a “I tipi umani” Assagioli  illustra le difficoltà che possiamo  incontrare nel collocare alcuni individui all’interno delle tipologie. Questo può essere dovuto ad uno scarso sviluppo e ad apatia per cui le caratteristiche tipologiche non hanno avuto modo di manifestarsi oppure può essere dovuto alla situazione opposta: un individuo evoluto, poliedrico e versatile che ha sviluppato numerose qualità delle diverse tipologie.

Vi sono poi situazioni della vita nelle quali particolari esperienze possono nascondere il tipo fondamentale. E’ il caso di una persona mentale-scientifica che si innamora; o di una persona organizzativa che per un forte dolore o lutto subisce uno svuotamento energetico. A rendere più complicata la identificazione dei tipi prevalenti in un individuo si aggiungono poi i su accennati meccanismi di compensazione e iper-compensazione.

Lavorare in gruppo sul riconoscimento delle proprie e altrui tipologie è un esercizio molto utile. Gli altri con le loro osservazioni e giudizi, con le loro risonanze, con le loro testimonianze possono aiutarci a riconoscere e comprendere aspetti di noi che da soli non riusciamo a cogliere. Un punto di vista esterno è una risorsa preziosa.

Altro aspetto interessante è l’osservazione di quali aspetti tipologici mettiamo in gioco nelle relazioni con gli altri e come quindi veniamo percepiti dagli altri in base a questi aspetti.
Vi sono ad esempio delle persone timide che vengono scambiate per fredde, distaccate ed altere; questo può essere dovuto al fatto che pur presentando molte caratteristiche del tipo amore quando sono in relazione con gli altri tendono a mettere in gioco difese di tipo intellettuale che li possono far erroneamente interpretare come tipi scientifici freddi e distanti dal mondo emotivo.

 

Utilizzare le tipologie come strumento di crescita

Dopo aver utilizzato la classificazione in tipologie come occasione di conoscenza e comprensione di noi stessi, di ciò che siamo e di ciò che desidereremmo essere, possiamo impiegare questo stesso strumento per la nostra trasformazione ed evoluzione.

Assagioli ne “I tipi umani” suggerisce tre modalità di lavoro complementari con le tipologie:

1) Espressione : accettare interiormente il tipo cui apparteniamo, le sue caratteristiche e potenzialità, esprimendolo e sviluppandolo “nel modo più puro e più evoluto possibile”.

2) Controllo :   scrive Assagioli: “Tutti noi abbiamo la tendenza a seguire la linea di minor resistenza, a continuare cioè ad esprimere e sviluppare le facoltà che sono già attive in noi. […] E’ quindi necessario che le facoltà prevalenti siano saggiamente controllate e tenute entro certi limiti.”

3) Armonizzazione : “consiste nel coltivare le facoltà finora non sviluppate in noi e che non fanno parte del nostro bagaglio psicologico attuale.”

Assagioli indica chiaramente anche la meta del processo di trasformazione e di crescita della personalità: “lo scopo ultimo della nostra evoluzione, è quello di produrre  individui     completi , con tutte le loro facoltà sviluppate a tutti i livelli. ”  ( “I tipi umani” pag. 10)

            Come nella ghianda c’è già la quercia, così in ciascuno di noi ci sono delle vibrazioni tipologiche principali costitutive, spesso presenti fin dalla nascita. Compito che ci attende è riconoscere queste note tipologiche e utilizzarle per la crescita ed il benessere.

I nove Enneatipi in sintesi

Tipo Carattere Ruolo Ego Idea fondamentale Paura fondamentale Desiderio fondamentale Tentazione Vizio/Passione Virtù (cardinali) Stress Sicurezza
1 Istintivo Riformatore, Perfezionista Risentimento Perfezione Corruzione, parzialità, essere malvagio Bontà, integrità, equilibrio Ipocrisia, ipercriticismo Ira Serenità (Fortezza) 4 7
2 Emotivo Altruista,Aiutante Adulazione Libertà, volontà Non essere amato Essere amato Negare i propri bisogni, manipolazione Superbia Umiltà (Prudenza) 8 4
3 Emotivo Vincente, Esecutore Vanità Speranza, legge Mancanza di valore Essere valutato bene Essere reputato il migliore Inganno Autenticità (Prudenza) 9 6
4 Emotivo Individualista, Artista Malinconia Idea di sè Non avere identità/essere insignificante Essere se stessi Abusare di immaginazione in cerca di sè Invidia Equanimità (Giustizia) 2 1
5 Razionale Investigatore, pensatore Conservazione Onniscienza, Trasparenza Incompetenza, incapacità Maestria, comprensione Sostituire le esperienze reali con concetti Avarizia Non attaccamento (Temperanza) 7 8
6 Razionale Leale, Difensore Preoccupazione Fiducia Non avere supporto o guida Avere supporto o guida Indecisione, dubbi, cercare rassicurazione Paura / Codardia Coraggio (Fortezza) 3 9
7 Razionale Entusiasta, Avventuriero Pianificazione, Anticipazione Saggezza Provare dolore e deprivazione Essere felici e soddisfatti Credere che la felicità vada cercata altrove Gola Sobrietà (Temperanza) 1 5
8 Istintivo Competitivo, Leader Rivalsa Verità Essere debole, controllato, manipolato Protezione di sè Crede di essere forte e autosufficiente Lussuria Innocenza (Temperanza) 5 2
9 Istintivo Pacificatore, Mediatore Indolenza Amore Conflitto Integrità, pace mentale Evitare conflitti Accidia Azione (Fortezza) 6

Numero1757

OGNI  LETTORE  SI  TROVI  IL  PROPRIO  PROFILO

Gli 8 tipi umani fondamentali

La suddivisione dell’umanità in 8 tipi fondamentali, descritti in questo sito a partire dall’articolo del 25/06/2009, non è una teoria astratta dovuta a qualche psicologo, ma è il risultato di una ricerca empirica (proprio secondo il metodo galileiano).

Questa ricerca è stata iniziata dall’olandese Heymans e completata dal francese Le Senne come segue:

  • Hanno dapprima analizzato un gran numero di biografie e la vita di persone che conoscevano, individuando così tre fattori di base per classificare i caratteri: l’Emotività, l’Attività e la Primarietà/Secondarietà (che danno origine ad 8 combinazioni).
  • Hanno preparato un questionario: le prime 26 domande sono relative ai fattori di base citati sopra, le altre 64 sono relative a tutt’altro: gli interessi politici, religiosi, culturali ecc..
  • Hanno verificato, dalle risposte alle prime domande, che i tre fattori fossero stati scelti bene: ad esempio, sarebbe potuto risultare che non esistono emotivi attivi.
  • Hanno verificato che le caratteristiche risultanti dalle rimanenti domande si distribuissero in maniera coerente sugli 8 tipi.
  • Hanno verificato che i caratteri complessivi venuti fuori dalle risposte corrispondessero effettivamente all’umanità reale.

La mia opinione è che si tratta di una classificazione valida. Chiaramente la realtà è complessa:

  • occorre tenere in conto il peso relativo dei tre fattori: ad esempio, un Collerico che possiede un’ Attività più forte della sua Emotività/Primarietà è diverso da un Collerico che presenta la situazione opposta. Le Senne ha descritto anche queste sfumature.
  • alcune persone si trovano al confine tra due caratteri: è un caso particolare di quanto detto sopra
  • il carattere può essere migliorato/peggiorato (ma non cambiato) dalle esperienze della vita concreta

Ecco una tabella di sintesi (che si aggiunge alle descrizioni già pubblicate) per permettere al lettore di giudicare:

Tipo

Valore

Difetto

Caratteristiche Aspetti positivi Aspetti negativi
Nervoso

Emotivo

non Attivo

Primario

I Diversivi Esagerazione Ricco di sentimenti, vive nell’attimo presente.

Molto sensibile, è influenzabile e suggestionabile.

Ama attirare l’attenzione altrui.

Amabile, dolce e servizievole.

Sa essere diplomatico.

Gusto artistico.

Vanitoso e superficiale.

Indisciplinato e disordinato.

Di umore variabile, si agita per piccolezze.

Sentimentale

Emotivo

non Attivo

Secondario

 

l’Intimità Gelosia Profondità e stabilità dei sentimenti.

Solitario e pessimista, tende a disprezzarsi.

E’ ricco di fantasia, ma anche di dubbi e paure.

Fedele, umile e semplice.

Riflessivo e caritatevole.

Triste, indeciso, poco coraggioso.

Pieno di preoccupazioni e di scrupoli.

Orgoglioso.

Collerico

Emotivo

Attivo

Primario

l’Azione Collera Azione, lotta, energia, spirito di iniziativa.

Istinto di dominazione e di potenza.

Ricco di sentimenti e di passioni.

Ama la vita e dice quel che pensa.

Alti ideali, capacità di portare a termine imprese difficili.

Seduttore, simpatico, cordiale e amabile.

Volontà di ferro.

Buon oratore.

Reazioni violente, dure e improvvise.

Temerario, manca di prudenza.

Orgoglioso e vanitoso, non riconosce i suoi difetti mentre critica gli altri.

Passionale

Emotivo

Attivo

Secondario

gli Ideali Orgoglio Costante e riflessivo.

Attento alle esperienze del passato.

Non dimentica e non perdona facilmente.

Organizzato, ordinato e testardo.

Semplice, onesto e fedele.

Gran lavoratore, serio e prudente.

Uomo di fiducia, riconoscente.

Ama i grandi ideali e vuole primeggiare.

Impaziente e vendicativo.

Grande amor proprio.

Individualista, vuole essere sempre il migliore.

Sanguigno

non Emotivo

Attivo

Primario

Il Successo Egoismo Tollerante, liberale, espansivo, gaio.

Incostante, vive nel presente.

Si lascia guidare dalle apparenze.

Amabile, socievole e servizievole.

Attivo e deciso.

Perdona facilmente.

Egoista e vanitoso.

Può arrivare a servirsi degli altri.

Non ascolta la voce della coscienza.

Flemmatico

non Emotivo

Attivo

Secondario

la Legge Inflessibilità Attivo, riflessivo, metodico e tenace.

Realista e pacifico.

Non esprime i suoi sentimenti.

Poco socievole.

Molto equilibrato.

Sobrio, paziente e moderato

Ideali forti e seri.

Semplice e sincero.

Autosufficiente e poco sensibile.

Molto abitudinario.

Non ama lavorare in gruppo.

Lento nel decidere.

Amorfo

non Emotivo

non Attivo

Primario

Il Piacere Sensualità Pigro e poco metodico.

Amabile e ottimista.

Si lascia trascinare dall’ambiente.

Fa solo ciò che è obbligatorio.

Molto socievole, ma si lascia guidare dagli altri.

Coraggioso di fronte ai pericoli.

Egoista e privo di ideali, vive nel presente.

Ricerca il piacere e l’ozio.

Apatico

non Emotivo

non Attivo

Secondario

la Tranquillità Mancanza di Attività Solitario, non ha amici.

Vive nelle abitudini e nella pigrizia.

Tranquillo e disciplinato.

Tenace nelle sue convinzioni.

 

Passivo, egoista, melanconico e pessimista.

Formalista, rigido e lento nell’azione.

Numero1756

«Ebrei più intelligenti, lo dice il Dna» Lo studio che divide l’America
Rivolta della comunità scientifica: «Tesi pericolosa e razzista»
NEW YORK— «Oppenheimer, Einstein, Freud, Marx, Kafka, Bellow, Levi-Strauss, Allen, Dylan: la storia degli ultimi duecento anni è costellata da una miriade di scienziati, pensatori e intellettuali ebrei», recita il controverso studio intitolato The Natural History of Ashkenazi Intelligence. «Nonostante gli ebrei costituiscano un mero 0,25% della popolazione mondiale e solo il 3% di quella Usa—prosegue— essi rappresentano il 27% di tutti i premi Nobel e il 50% dei campioni mondiali di scacchi».
Il motivo? «Gli ebrei hanno un quoziente di intelligenza più elevato, a causa delle continue persecuzioni che li hanno costretti ad affinare l’intelletto per sopravvivere», replicano gli autori del saggio, Henry Harpending e Gregory Cochran. I due studiosi dell’ Università dello Utah che l’estate scorsa hanno sollevato un vespaio, spedendo a varie riviste scientifiche Usa la loro ricerca dove sostengono che la presunta superiorità intellettuale degli ebrei ha una base genetica.
Ma quella che all’inizio sembrava solo l’ennesima querelle medico-scientifica destinata al dimenticatoio, ha finito per scatenare un furioso dibattito negli Stati Uniti dopo la decisione della prestigiosa casa editrice Cambridge University Press di pubblicare lo studio sia online, sia nel suo bimestrale Journal of Biosocial Science entro l’anno prossimo. L’annuncio ha conferito autorevolezza istantanea ad uno studio screditato da dozzine di storici, evoluzionisti ed esperti di Dna, ma al quale la stampa ufficiale—dal New York Times all’Economist — ha accordato uno spazio inaspettatamente ampio. Forse imbaldanziti dai riflettori, Harpending e Cochran hanno deciso di tornare all’attacco, premendo l’acceleratore sugli aspetti più controversi del loro studio.
«Nel Dna degli ebrei ashkenaziti c’è la prova della loro intelligenza superiore—dichiarano i due studiosi al New York Magazine, che dedica loro la copertina del suo ultimo numero —. Le malattie genetiche tipiche degli ebrei ashkenaziti, quali il Tay-Sachs e il Niemann-Pick, sono collegate e anzi responsabili dell’intelletto superiore di tali soggetti». Per suffragare la loro tesi, i due citano uno studio di Steven Walkley, neuroscienziato all’Albert Einstein College of Medicine, che mostra un aumento notevole di dendriti — i trasmettitori dei neuroni — nel tessuto cerebrale di individui a f f e t t i da Tay-Sachs e Niemann- Pick. «Nel percorso genetico- evolutivo, l’intelligenza degli ebrei si è sviluppata in tandem con certe malattie genetiche — teorizzano — come risultato della discriminazione subita nei ghetti dell’Europa medievale ».
Senza quella auto-difesa cromosomica, ipotizzano i due ricercatori, gli ebrei ashkenaziti non sarebbero mai riusciti a sopravvivere. «Soprattutto se si considera che gli unici mestieri che erano autorizzati a svolgere nell’Europa medievale, dove l’usura era vietata ai cristiani — mercante, esattore delle tasse, banchiere —, richiedevano doti matematiche e un quoziente d’intelligenza superiore alla media». Ma la tesi è confutata dall’establishment scientifico americano come «pericolosa» e «razzista». «E’ scienza da strapazzo—punta il dito Harry Ostrer, capo del programma di genetica umana della New York University — non in quanto provocatoria, ma piuttosto perché si tratta di pessima genetica e ancor peggiore epidemiologia».
Molti temono l’uso strumentale dello studio da parte degli ideologi dell’estrema destra, che cercano una giustificazione scientifica alle loro tesi razziste sin dai tempi lontani di Louis Agassiz. Quando il noto biologo elaborò le famigerate «tipologie razziali» alla base della schiavitù, nel 1850. «Il risvolto della medaglia è chiaro—punta il dito lo storico Sander Gilman —: l’intelligenza degli ebrei è alla base della paranoia anti-semita sin dal sedicesimo secolo, quando Lutero affermava che i dottori ebrei erano così intelligenti, da aver ideato un veleno che poteva uccidere un cristiano in meno di un giorno».
E se i bambini ebrei spesso finiscono per essere i primi della classe, concordano storici, antropologi e genetisti, il motivo è un altro. «Se dovessi scegliere tra geni ebrei e madri ebree, sceglierei queste ultime — afferma David Goldstein, direttore del Center for Population Genomics and Pharmacogenetics alla Duke University —. Sono loro che hanno dato vita alle tante barzellette sull’intelligenza degli ebrei». Come quella, famosissima, usata anche da Woody Allen in un film: «Sai quando un feto ebreo diventa umano? Quando si laurea in medicina ».

Numero1755

Se mungi le mucche 

sei uno zoofilo

molestatore sessuale.

È questa la nuova lotta

delle attiviste femministe.

Numero1754

La Donazione di Costantino, bugia dalle gambe lunghe

Smascherato da Lorenzo Valla nel 1440, il falso documento, su cui per secoli la Chiesa fondò il proprio potere temporale, ha fatto la storia più di tanti documenti veri.

Ludovico Ariosto suggeriva di cercarla sulla Luna. Era lì, secondo la fantasia del poeta, che era andata a finire la Donazione di Costantino, il falso decreto imperiale che legittimava il potere temporale della Chiesa. Quando il paladino Astolfo va alla ricerca del senno di Orlando, si ritrova in una misteriosa valle lunare che custodisce quanto sulla Terra è andato perduto. Ci sono le lacrime e i sospiri degli amanti, la gloria e le corone degli antichi re. In mezzo, svetta una montagnola di fiori marci. A questo, secondo il poeta, si era ridotta la celebre Donazione: una cianfrusaglia lunare. Destino favoloso e irreale, per un testo che è l’apoteosi del falso. Un falso che ha fatto la storia più di tanti documenti veri.

Dal Medioevo in poi, tutte le volte che si discuteva il potere temporale della Chiesa, si finiva sempre per tirare in ballo la Donazione. Sono solo tremila parole, eppure hanno per secoli impegnato Papi e imperatori, filologi e giuristi, poeti e profeti. Il testo si presenta come una lettera dell’imperatore Costantino che prima racconta le circostanze (false anche queste) della sua conversione al Cristianesimo e poi conferisce alla Chiesa una serie di privilegi: il Papa potrà rivestire la porpora imperiale, Roma avrà il primato su tutte le sedi ecclesiastiche. E, soprattutto, avrà un suo regno terreno: Costantino regala al papato il dominio sull’Italia e su tutte le regioni occidentali dell’impero.

L’insigne umanista Lorenzo Valla non dovette faticare troppo per smascherare il falso. La Donazione, per esempio, attribuisce a Roma il primato su Costantinopoli. Ma com’è possibile, argomenta Valla, se Costantinopoli fu fondata solo nel 330, mentre il documento si pretende datato al 313? Valla era noto per il suo caratteraccio. Con la scusa della filologia, spara bordate durissime contro il papato. Il suo pamphlet, scritto nel 1440, è comunque passato alla storia come un modello di metodo filologico. Un frutto virtuoso dell’umanesimo, dove i lumi della ragione disperdono le leggende del Medioevo.

Il veleno del diavolo

In realtà, l’imperatore Ottone III aveva denunciato la Donazione come un falso già nell’anno 1001. L’aveva attribuita al diacono Giovanni, un dignitario ecclesiastico soprannominato «il monco», perché, in seguito a un’accusa di tradimento, gli erano stati mozzati il naso, la lingua e due dita della mano. Probabilmente la Donazione non è uscita dalle mani monche di Giovanni. Ma il vero autore è ancora ignoto. Forse gli autori furono più d’uno, forse il testo è stato riscritto e modificato in diverse occasioni, a partire da una prima versione databile all’VIII secolo.

Quello che è certo, è che il papato intuì la formidabile forza propagandistica della Donazione. Ancora nel 1493, infischiandosene della filologia del Valla, papa Alessandro VI, lo spregiudicato Roderigo Borgia, ritirò fuori la Donazione. La usò per rivendicare alla Chiesa il diritto di spartire tra Spagna e Portogallo le nuove isole scoperte l’anno prima da Cristoforo Colombo: se Costantino aveva concesso ai Papi il dominio su tutte le terre a Occidente di Roma, è ovvio che nel lascito rientrava anche l’America! Viceversa, i riformatori religiosi e i pauperisti che volevano riportare il Cristianesimo alla purezza originaria deprecavano la Donazione. La consideravano un dono avvelenato, che aveva inquinato la Chiesa, contaminandola con i beni mondani. Per questo, si raccontava, quando fu annunciata la donazione, si udì la voce del diavolo che gridava trionfante: «Oggi ho infuso il mio veleno nella Chiesa». Un punto di vista che influisce anche su Dante, il quale, pur ritenendo la Donazione genuina, la giudicava un errore e una sciagura.

La leggenda del miracolo

La Donazione è come una scatola cinese: un falso che ne contiene molti altri. Il testo, per esempio, inventa un profilo di Costantino che è del tutto immaginario. Il biografo più attendibile dell’imperatore, Eusebio di Cesarea, scrive che Costantino si convertì al Cristianesimo solo sul letto di morte. Viceversa, la Donazione narra una vicenda del tutto favolosa: un miracolo avrebbe portato fin dall’inizio l’imperatore sulla via della vera fede. A Costantino, ammalato di lebbra, i sacerdoti pagani avevano consigliato di ammazzare un congruo numero di bambini e poi farsi il bagno nel loro sangue. Ma i santi Pietro e Paolo appaiono in sogno all’imperatore e gli indicano un diverso lavacro purificatore, quello del battesimo. Costantino accetta di farsi cristiano e riemerge guarito dal fonte battesimale.

È falsificata pure la figura di Silvestro, il Papa a cui Costantino si rivolge nella Donazione. I documenti storici lo delineano come una figura scialba. Ma nella leggenda, accreditata dalla Donazione, Silvestro svetta come un gigante della fede. Ed è anche merito della Donazione se si è consolidato il culto di Silvestro come santo: quel santo che ancora oggi celebriamo nei veglioni di fine anno, il 31 dicembre, giorno della sua morte nell’anno 335.

Lutero indignato

La Donazione, insomma, sarà pur finita tra le cianfrusaglie lunari, come immaginava Ariosto. Ma, anche dopo essere stata smascherata, ha continuato a fare sentire i suoi effetti. Nel febbraio del 1520, a Wittemberg. un monaco tedesco legge avidamente le pagine di Lorenzo Valla, appena stampate in Germania. S’indigna per quella truffa colossale, per la bugia su cui è fondato il potere della Chiesa di Roma. «Non ho più alcun dubbio che il Papa sia l’Anticristo», scrive subito dopo a un amico. Quel monaco si chiamava Martin Lutero. La falsa Donazione continuava a fare la storia.

Numero1752

Certo, sono più sapiente io di quest’uomo, anche se poi, probabilmente, tutti e due non sappiamo proprio un bel niente; soltanto che lui crede di sapere e non sa nulla, mentre io, se non so niente, ne sono per lo meno convinto, perciò, un tantino ne so più di costui, non fosse altro per il fatto che ciò che non so, nemmeno credo di saperlo.

Socrate.