Numero1438

Per moltissimo tempo,

anche senza rendermene

conto, non facevo che

cercare di essere mio

padre, che era un tipo

affascinante, un

giocatore, un po’

poeta, un po’

intrigante, un po’

cialtrone…. un tipo

fra Rimbaud e

Fitzgerald. Mio padre

era un amorale, non

gliene fregava niente

di niente. Io, invece,

sono moralissimo,

anche se non in senso

cattolico. Sento una

discriminante tremenda

fra il bene e il male.

Nel momento in cui

sono riuscito a

distaccarlo, ho

cominciato a

liberarmene. Sì,

bisogna assolutamente

uccidere la figura

paterna. O almeno,

castrarla, come

racconta il mito di

Urano, e il mito è

alla base di tutto.

Castrare il padre non

tanto perché, come

dice Freud, ti

toglie la madre, ma

soprattutto perché

toglie la forza

a te stesso.

 

Roberto Vecchioni.

Numero1437

Mormora fioco l’inverno

nei ricordi di carta.

Ancora nella tua stanza

chiusa si sente

l’alito di brace spenta.

Un desiderio di vento

scavalca la vetrata

e s’interrompe, e sparge

brace sui pavimenti.

 

Tu mi hai raccolto, perché avevo freddo.

 

Roberto Vecchioni.

Numero1436

Non ho voglia di niente: cavalli,

poeti, inganni, bicchieri. Non ho sonno,

né fame, niente di tuo

non mi appartiene, sarai domani

la donna mia di ieri.

 

Roberto Vecchioni.

Numero1435

E tutto quanto tu volevi,

giusto o sbagliato, lo prendevi,

senza pensarci su un minuto.

E poi non ubbidivi mai

e combinavi sempre guai.

Che si trattasse di una gara?

Un colpo il mondo, un colpo tu,

a chi stupiva un po’ di più.

 

Per un vecchio bambino     1977    Roberto Vecchioni

Numero1434

In principio erat Verbum.

 

In principio era il Verbo.

Poi venne il nome,

il pronome,

l’aggettivo;

l’articolo, la prassi, la frase,

il sostantivo

maschile, femminile.

 

E non capimmo più niente.

 

Roberto Vecchioni

Numero1433

Figlio chi ti insegnerà le stelle

se da questa nave non potrai vederle?

Chi ti indicherà le luci della riva?

Figlio, quante volte non si arriva!

Chi ti insegnerà a guardare il cielo

fino a rimanere senza respiro?

A guardare un quadro per ore e ore,

fino ad avere i brividi dentro al cuore?

Che al di là del torto e la ragione,

contano soltanto le persone?

Che non basta premere un bottone

per un’emozione?

 

Figlio,figlio,figlio.        Roberto Vecchioni

Numero1432

…..perché basta anche un niente per essere felici,

basta vivere come le cose che dici

e dividerti in tutti gli amori che hai

per non perderti, perderti, perderti mai.

 

Canzone per Alda Merini     Roberto Vecchioni.

Numero1431

Il 20 Settembre 2013, alle redazioni dei giornali di tutto il mondo, quindi anche di quelli Italiani, arriva una notizia di Agenzia, (in Italia ADNKRONOS) che lascia di stucco i destinatari e che, lì per lì, viene scambiata per una “fake news”.
Dice il testo che l’Accademia Reale Svedese, responsabile incaricata delle “nominations” ai “Premi Nobel”, starebbe per comunicare che , per il “Nobel” della Letteratura 2013, esiste una terna di nomi di candidati “a sorpresa”.
Veramente, a sorpresa, c’era già stata, nel 1997, l’assegnazione del “Nobel” per la Letteratura ad un personaggio molto impegnato nel mondo dello spettacolo, più che  nella produzione libraria: quel geniale, strampalato “giullare medioevale”, che rispondeva al nome di Dario Fo. Evidentemente, si sta instaurando la moda che, per la Letteratura, si deve far riferimento anche ad altre e diverse forme espressive che non siano solo quelle della consueta produzione letteraria cartacea: lo spettacolo, gli audiovisivi, e quant’altro si sta diffondendo come mezzo di comunicazione e di trasmissione del messaggio d’arte letteraria. Questa volta toccherebbe al mondo della canzone, come veicolo culturale che, per la prima volta, viene elevato al rango di arte popolare.

Infatti, questi sono i nomi dei 3 candidati:

Leonard Cohen, cantautore, poeta, scrittore Canadese, chiaramente di religione Ebraica, conosciuto in tutto il mondo per le sue composizioni di canzoni profondamente ispirate alla sfera intima dell’uomo, alla religione, all’isolamento, alla sessualità. Al momento della notizia, Cohen ha 79 anni.

Bob Dylan, anche lui cantautore, poeta e scrittore, mostro sacro di generazioni di giovani, contestatori e pacifisti, anche lui di religione Ebraica, in seguito convertito al Cristianesimo, ma niente affatto coinvolto e piuttosto agnostico.
Vero “guru” dei generi musicali “folk rock”, “country rock”, “gospel” e via dicendo. Nel 2013, Dylan (vero cognome Zimmerman) ha 72 anni.

Il terzo candidato della terna, e qui sta la vera sorpresa, è un cantautore Italiano.

La notizia non ebbe seguito. Si pensò ad una presa in giro. Infatti, il “Nobel” per la Letteratura del 2013 venne assegnato ad Alice Munroe, scrittrice Canadese regina del “romanzo breve”, di larga divulgazione.
Alcuni giornalisti interpellarono la Segreteria dell’Accademia Svedese, chiedendo se avesse fondamento la notizia di cui sopra. La risposta fu che non era loro abitudine riferire alcunché in merito a “candidature”, “nominations” o quant’altro, per motivi di riservatezza o privacy delle persone coinvolte.

Ma chi sarebbe il cantautore Italiano che avrebbe avuto la candidatura?
Sì, è proprio lui, il nostro “professur” di latino e greco al Liceo Beccaria di Milano e in altri Licei Classici della Lombardia, che andava a scuola con i jeans e la camicia bianca sbottonata e che parlava ai suoi studenti come a suoi pari, grande poeta e musicista raffinato e paradossale nella sua “classicità”, che attinge l’ispirazione nel passato per  cristallizzare l’eternità dei pensieri e dei sentimenti in una compartecipe modernità: Roberto Vecchioni.

Leonard Cohen è morto il 7 Novembre 2016. Non avrà mai il “Premio Nobel” perché non viene assegnato postumo o alla memoria.

Bob Dylan ha avuto il “Premio Nobel” per la Letteratura a 75 anni, il 13 Ottobre dell’anno 2016, lo stesso in cui muore, 25 giorni dopo, Leonard Cohen. Lo ha ritirato il 1 Aprile 2017.

Allora, forse quella notizia, poco credibile e stravagante, non era una bufala.

Senza atteggiarmi presuntuosamente a mago o veggente, avanzo qui e ora, 10 Luglio 2019, la previsione che, in uno dei prossimi anni a venire, Roberto Vecchioni riceverà il “Premio Nobel” per la Letteratura.
“Giorno verrà, presago il cor mel dice”.

 

Numero1430

Folle,

chi parla alla luna,

stolto,

chi non le dà ascolto.

Numero1429

Mi piace pensare alla musica,

come a una scienza delle emozioni.

George Gershwin.

Numero1428

IL  TEMPO  PASSÒ
Il tempo veloce passò
su favole appena iniziate
su giochi bambini
finiti in castigo
su grandi avventure
sognate sui libri di scuola.
Il tempo veloce passò
su candidi giovani amori
su lunghe poesie
mai dette a nessuno
su timidi sguardi
su piccoli grandi segreti
e passò…
Il tempo veloce passò
sul volto dell’unica donna
sul sogno di vivere
insieme per sempre
su grandi promesse
su poche parole d’addio.

Numero1427

Prendete la vita con leggerezza,

perché la leggerezza

non è superficialità.

Italo Calvino.

Numero1426 (Testo completo dal 1426 al 1421)

Detto fra noi, ho la netta consapevolezza di essere un ignorantello. Eppure, dicono e lo dico anch’io, ho studiato tanto, nel passato, perché ho sempre avuto una curiosità sfrenata di conoscere le cose. Ma lo scibile umano è immenso e, per quanto mi sforzi, ho la sensazione che sto tentando di riempire continuamente un recipiente senza fondo, o di svuotare il mare con un secchiello. Però, non è solo la mia limitatezza nell’applicazione che mi fa sentire inadeguato, è anche e, soprattutto, il cambiamento e l’aggiornamento delle notizie che, oggi molto più che in passato, rimescolano le carte e modificano le regole del gioco del sapere.
Sto passando in rassegna tante cose, che costituiscono, il patrimonio consolidato dei dati storici acquisiti, nel comune notiziario degli studi scolastici ed accademici e, qua e là, mi accorgo di uno stillicidio di errori od omissioni o, verosimilmente, di cattive e capziose interpretazioni dei dati, che sono passati per veri e costituiscono il nostro comune, consueto, tradizionale bagaglio del sapere corrente.
Insomma, mi sto accorgendo che non me l’hanno raccontata giusta, nelle aule delle scuole, seppur qualificate, nei libri di testo, spesso infarciti di luoghi comuni, nell’approccio ad una verità che possa essere storicamente accettabile, probabile, condivisibile.
So bene che la verità non è mai stereotipata, sclerotizzata, dogmatica. Mentre, invece, è in costante cammino di revisione, di aggiornamento: la verità storica, in particolare, è “in fieri” per definizione, ed io mi sto appassionando ad una serie di “gialli storici”, in cui mi sento, e mi diverto a impersonare, una sorta di Commissario Montalbano.
Intendiamoci bene, io non voglio riscrivere la storia, Voglio solo, invece, interpretarla a modo mio, forse pretestuosamente o presuntuosamente, ma mi piace farlo in barba a tutte le autorità accademiche che possano eccepire e confutare.

Numero1425 (Testo completo dal 1426 al 1421)

Uno dei “gialli storici” che più mi stanno appassionando in questi tempi, è quello che riguarda la “Gioconda”, il dipinto di Leonardo da Vinci, ad olio su tavola di legno di pioppo di 77 X 53 cm e 13 mm di spessore, che si trova al Museo del Louvre di Parigi.
La sua datazione è imprecisata, ma copre un arco di tempo che va dal 1503-4 al 1512-13 e anni seguenti fino alla data della morte del Maestro, nel 1519.
Va subito detto che si tratta di un dipinto incompiuto. Da quando Leonardo cominciò a dipingerlo, vi pose mano continuamente fino ai suoi ultimi giorni. Con grande pazienza e amorevole devozione. Vi si notano, infatti, affioramenti dei colori di base. In alto, a destra, vicino alla cornice, si nota un piccolo tratto color blu brillante, che non è il colore del cielo, come alcuni critici scrivono, bensì il colore di fondo. Mentre il color marrone affiora, a chiazze, dietro le spalle del personaggio. Leonardo, come altri pittori, partiva dalla tavola di legno levigata, vi applicava del gesso duro, che lasciava asciugare. Poi, applicava del blu nella metà alta e del marrone in quella bassa e, una volta seccati questi due colori di fondo, cominciava a dipingere.
Il quadro è integro, non è stato tagliato o ridotto. Si può riscontrare solo una maggiore opacità, causata da una disastrosa pulitura con solvente effettuata nel 1809 e da una successiva applicazione d’una vernice che provocò la comparsa della finissima “craquelure” oggi visibile.
Già studi radiografici avevano reso noto che, sulla tavola di pioppo, c’erano almeno 3 versioni del dipinto.
Nel 2004, lo scienziato francese Pascal Cotte, fondatore della Società di Ingegneria Elettronica “Lumiere Technology” di Parigi, ha analizzato, con la sua equipe, migliaia di immagini multispettrali, archiviato 3 miliardi di punti dati e individuato 155 elementi nascosti sotto la vernice e non visibili ad occhio nudo.
Cotte non si lancia in interpretazioni da critico d’arte, ma racconta così quello che ha trovato.
“Abbiamo analizzato esattamente cosa c’è fra i vari strati del dipinto e siamo in grado di ricostruire tutta la cronologia della creazione del quadro”. Ci sarebbe un primo ritratto, nascosto sotto la Gioconda che noi vediamo, che Leonardo avrebbe iniziato a dipingere nel 1503; era più grande rispetto alla cosiddetta “Monna Lisa”, che noi oggi vediamo, più grande la mano e la manica destra, più grandi e orientate verso il basso le dita della mano sinistra. Poi, ci sarebbe un secondo ritratto con l’aggiunta di molti dettagli stupefacenti: ampie cancellature del ritratto precedente, che sembrano eseguite con la mano destra (Leonardo era mancino naturale ma, anche, ambidestro), aghi o spilloni per sorreggere l’acconciatura dei capelli e diversi elementi decorativi a forma di stella sulla veste. Le mani sono già impostate e così la balaustra e il paesaggio, ma subiranno ulteriori trasformazioni. Gli accessori e le gioie sono proprie di un ritratto di dama facoltosa: in questo caso, sembrano corrispondere bene e riferirsi credibilmente, anche a una Lisa Gherardini, il cui marito, Francesco del Giocondo, , mercante e strozzino, era molto ricco.
Nel terzo ritratto nascosto, lo studio di Cotte rileva come Leonardo abbia cancellato e ridisegnato alcuni contorni, stendendo un nuovo strato di fondo. Spariscono spilloni e perle, cambia la cuffia, l’acconciatura dei capelli sulle spalle è differente da quella della versione precedente e della quarta, e finale, visibile oggi.
Modificati anche i lineamenti del volto e del naso, la veste ha più volume, la bocca appare molto più piccola, il collo e le spalle diverse dalla versione conclusiva; la camicia con décolleté è differente dall’attuale e così, anche, molti dettagli delle maniche.
Una sottolineatura particolare merita il sottilissimo velo (o veletta) di seta scura che si trova sul capo e sui lati del volto della figura femminile. Va  ricordato che questo accessorio, nella vita comune dell’epoca, era il segno distintivo della donna in gravidanza o in puerperio e, quindi, la sua presenza è un rafforzativo dell’ipotesi che il volto abbia a che fare con “la maternità”.
Pensate anche voi quello che penso io? Che, presto o tardi, il Louvre dovrà cambiare la targhetta con il nome del personaggio dipinto? Vedremo.

Numero1424 (Testo completo dal 1426 al 1421)

La denominazione “La Gioconda” o “Monna Lisa” deriverebbe dall’interpretazione di un passo, contenuto nel “Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori” di Giorgio Vasari (1511-1564), che mai conobbe Leonardo e mai vide il quadro, dove parla diffusamente di una testa, non mai di un ritratto, che Leonardo dipinse raffigurando Monna Lisa Gherardini (1479-1542), andata in sposa (per lui era la terza moglie) a Francesco del Giocondo (1460-1528). Tale testa sarebbe stata eseguita da Leonardo al tempo del suo soggiorno a Firenze (1504-1506), dopo le campagne militari di Cesare Borgia.
Della testa il Vasari così scrive: “Prese Lionardo a fare, per Francesco del Giocondo, il ritratto di Monna Lisa sua moglie, e, quattro anni penatovi, lo lasciò imperfetto, la quale opera è appresso il re Francesco di Francia, a Fontanableò”. Attenzione, dunque, al fatto che il dipinto era incompiuto e non si poteva parlare di ritratto finito. Si dilunga, in seguito, in una serie di lodi del dipinto, in realtà piuttosto generiche.
Ma dalla descrizione del Vasari, sorgono molti dubbi: egli parla, infatti, della peluria delle sopracciglia magnificamente dipinte ed esalta la grazia delle fossette sulle guance. Invito il lettore ad osservare attentamente il volto della donna dipinta e si accorgerà che non vi è traccia di sopracciglia (cosa piuttosto rara ed inconsueta), né, tanto meno, di fossette. Le une e le altre sono completamente assenti.
Il Vasari potrebbe aver attinto la sua descrizione, da un “sentito dire”, a memoria, sull’opera, com’era visibile a Firenze fino al 1508, quando il pittore lasciò la città. D’altra parte Il Vasari era ed è ritenuto uno spregiudicato e superficiale raccoglitore di “fake news” sensazionali, piuttosto che uno storico rigoroso.
Sta di fatto che la descrizione del Vasari non concorda con la realtà visibile a tutt’oggi. Chissà dove sarà finita la testa di cui parla Vasari; potrebbe essere il primo volto trovato da Cotte, ma lui e i posteri recensori l’hanno fatta coincidere con il dipinto che si trovava a Fontaineblau, quello che che noi oggi vediamo. Il quadro è passato dalle mani di Gian Giacomo Caprotti, chiamato dal maestro “Salaì”, giovane, scapestrato allievo e amante di Leonardo, destinatario della donazione di molte opere del Maestro, alla proprietà di Francesco I, previo esborso di una considerevole somma, si dice addirittura a peso d’oro. Non è vero dunque che il dipinto sarebbe stato “rubato” dai Francesi. In un documento del 1525, in cui vengono elencati alcuni dipinti, che si trovavano tra i beni di Gian Giacomo Caprotti, l’opera viene menzionata, per la prima volta, come “La Joconda”.
Devo, tuttavia, sottolineare che, nell’Italiano antico, “gioconda” significava allegra, che vivifica, che consola e ispira gioia. Infatti San Francesco d’Assisi, nel suo “Cantico delle Creature”, definisce “jocundo” il fuoco.
Può essere mai, che l’appellativo “gioconda” si riferisca non alla appartenenza familiare, bensì al sorriso indecifrabile e imperscrutabile, all’enigmatico, ironico e misterioso atteggiamento del volto? In una canzone degli anni ’60, Nat King Cole la canta, chiamandola “the Lady with a mystic smile”.
A proposito del sorriso, dirò che a me non pare di cogliervi granché di sensuale o, addirittura, di sessuale, bensì una calma, serena, benevola espressione materna. Così come, dirò delle mani, che trovo in una elegantissima, abbandonata, “protettrice” postura.
Altra precisazione doverosa è che, nella Firenze di Leonardo, una donna (specialmente se bella, perché spesso additata, indicata o sparlata), riceveva un nomignolo tratto dal cognome paterno (patronimico), non da quello del marito. Per esempio, Ginevra de’ Benci, che aveva sposato Luigi Niccolini, era nota come la Bencina, non come la Niccolina. Dunque, Lisa Gherardini, che fu brava moglie e brava mamma, ma non una sex symbol, la si doveva chiamare,semmai, “La Gherardina”, figlia di Antonmaria Gherardini di Montagliari, e non “La Gioconda”. Il termine “Monna”, che troviamo davanti al nome, è un diminutivo, per crasi, di “Madonna”, derivante, a sua volta, dal latino “Mea Domina”, che oggi avrebbe lo stesso significato di “Signora”.
Ultima notazione, di non poco rilievo, è che nel 1503, quando il dipinto sarebbe stato cominciato, Lisa Gherardini avrebbe dovuto avere 24 anni. A me pare, francamente, che la donna ritratta sia più vicina alla quarantina, che ne dite?
Al Vasari, il mondo accademico storico e artistico ha creduto. Io no.
Così come non credo alla congerie, improbabile e fumosa di altre attribuzioni, snocciolate nei secoli da illustri recensori. Altre ipotesi, più o meno fondate sull’identità della signora riguardano: Costanza di Avalos, Caterina Sforza, Bona Sforza, la napoletana Isabella Gualandi, Isabella d’Aragona, duchessa di Milano nel 1489. C’è anche chi ha formulato l’ipotesi che la figura femminile ritratta sia nient’altro che “Salaì”: Il Maestro, notoriamente omosessuale e amante del bello, sopra tutto di quello mascolino effeminato, si sarebbe divertito a rappresentare l’allievo e amante, vestito da donna, con gli abiti femminili che “Salaì” indossava fra le mura domestiche.
Tutto questo appartiene al “sapere diffuso”, alla credulità popolare, tramandato sui libri di scuola e accettato supinamente, acriticamente, per vero.
Da qui, comincia un’altra storia, sulla quale mi sono documentato: la mia.