Anche se il timore
avrà più argomenti,
tu scegli la speranza
e metti fine alla tua angoscia.
Seneca

Cosa ci insegna la vita… testamento spirituale di un libero pensatore
Anche se il timore
avrà più argomenti,
tu scegli la speranza
e metti fine alla tua angoscia.
Seneca
Nella vita ci sono rischi
che non possiamo
permetterci di correre
e ci sono rischi che
non possiamo permetterci
di non correre.
Peter F. Drucker
TECNICHE DI MANIPOLAZIONE
Mi sono avvicinato, per caso, su YOUTUBE ad una serie di filmati, editi da alcuni psicologi e psicoterapeuti, riguardanti dei personaggi apparentemente particolari, o di nicchia : i narcisisti (overt = palese o covert = dissimulato) psicopatici che sono, al contrario, e con mia grande sorpresa, molto più diffusi di quanto si sappia.
Uno dei tipi di narcisista piu’ pericolosi e’ il narcisista covert, poiche’ al contrario dei narcisisti overt (o classici), rendendosi conto che mostrare il suo narcisismo puo’ essere controproducente per i suoi obiettivi, si nasconde, spesso fingendosi l’esatto opposto di cio’ che e’. I narcisisti covert si mostrano spesso come dei buoni, etici, giusti, paladini della giustizia e pilastri della societa’.
I covert sono i peggiori, quelli che fanno più danni di tutti dal punto di vista psicologico. Perché hanno un’empatia cognitiva molto sviluppata (capiscono i tuoi sentimenti ma non li sentono), e sfruttano questa capacità a scopo manipolatorio, conoscendo i punti deboli della vittima. È difficile smascherarli, e quando questo succede sono spietati. Provano gusto nel vedere la vittima distrutta, colpevole, per loro, di aver scoperto la loro reale identità.
Sono, invece, una categoria psicologica di untori e diffusori di malessere sociale, attraverso un inquinamento empatico/affettivo che, come un virus (arriva a proposito, in tempi di Coronavirus, ma questo è di tipo psicisociale), attacca, corrode e stravolge i rapporti interpersonali.
L’ arma letale, di cui si avvalgono questi personaggi, è una tecnica manipolatoria, quasi infallibile, che raramente permette alla vittima di cavarsela senza danni.
Dopo avere letto questa trascrizione, penso che converrete con me che, così stando le cose, sono più facilmente comprensibili tutti quei femminicidi di cui ultimamente sono pieni i telegiornali.
E, in generale, a mio avviso, si può affermare che sono sempre più diffusi l’impreparazione alla vita e i disagi del comportamento relazionale, sia nel ruolo di vittima che in quello di carnefice.
Riporto trascritto il contenuto di questa conferenza illustrativa a cura di una giovane ma preparata psicologa, che si firma Vappole (non so se è uno pseudonimo). Tenete presente che, pertanto, il punto di vista è femminile.
La tecnica di manipolazione più potente che si conosca è usata dagli psicopatici, persone con disturbo narcisistico della personalità.
Prima di parlarvi dei dettagli di questa tecnica, vorrei introdurvi alla conoscenza di uno studio tecnico-scientifico svolto, all’inizio del XX° secolo da Skinner e dal suo team. Barrhus Skinner, nel 1938, ha coniato l’espressione “condizionamento operante”, che consiste nella sperimentazione di vari metodi per condizionare i comportamenti di un essere, in base a diversi tipi di “rinforzi” del suo ambiente circostante.
Ad esempio, “operanti neutrali” si definivano tutti quei condizionamenti dell’ambiente che né incrementavano né decrementavano la probabilità di far ripetere un comportamento all’individuo. Si definivano “rinforzi” tutte quelle risposte dell’ambiente che incrementavano la probabilità di un ripetuto comportamento, e “condizionamento operante” la risposta che decrementava la probabilità di un ripetuto comportamento.
Per svolgere gli esperimenti, Skinner e il suo team usavano dei topi ( e anche dei piccioni) che intrappolavano in scatole (scatole di Skinner), nelle quali c’era una levetta, delle luci ed un erogatore di palline di cibo. A seconda di come la levetta veniva premuta dal topo e, a seconda delle luci accese, l’erogatore dava una pallottola di cibo, oppure no.
Nel primo esperimento, chiamato “rinforzo positivo”, ogni volta che il topo premeva la levetta, veniva erogata una pallottola di cibo. In questo modo, il topo imparava che, se voleva del cibo, bastava che premesse la levetta. Quindi, ogni tanto, la premeva.
Nel secondo esperimento, indipendentemente dal fatto che il topo premesse o meno la levetta, non veniva erogata nessuna pallottola di cibo. In questo modo, in breve, il topo si stufava di premere la levetta e, semplicemente, smetteva di premerla. Ma, qui arriva la parte interessante.
Dopo aver provato il “rinforzo positivo” per un po’, e, quindi, dopo aver insegnato al topo a premere la levetta per avere il cibo, gli sperimentatori hanno cominciato a mettere in atto quello che viene chiamato il “rinforzo intermittente”. Ovvero, qualche volta, quando il topo premeva la levetta, veniva erogata la pallottola di cibo, qualche volta no, in modo del tutto casuale (random).
Secondo voi, qual è stato il risultato? Logicamente, si penserebbe che, dopo un po’ di tempo, il topo si stuferà di premere la levetta perché tanto, dopo un po’, il cibo sarebbe arrivato. Giusto? Sbagliato. Il risultato è stato l’esatto contrario. Il topo diventava ossessionato, nel premere la levetta, al punto che smetteva di fare qualunque altra cosa, di prendersi cura di qualunque altro suo bisogno: semplicemente, rimaneva attaccato alla levetta.
Ma qui avviene la parte ancora più preoccupante. Dopo questa fase di “rinforzo intermittente”, gli sperimentatori provarono a togliere totalmente le pallottole di cibo, per vedere cosa accadeva: se, dopo un po’, non vedendo mai uscire il cibo, il topo avrebbe smesso di premere la levetta.
Secondo voi cosa è successo? Di nuovo l’esatto opposto di quello che ci si aspetterebbe logicamente. Anziché smettere di premere la levetta, il topo diventava ancora più ossessionato. Letteralmente, smetteva di fare qualunque altra cosa, pur di continuare a premere la levetta. Addirittura, arrivava a morire per continuare a premere la levetta.
Cosa significa questo? Questi esperimenti ci rivelano un comportamento psicologico dall’ambiente molto basilare, che va contro la nostra intuizione logica. Ovvero, quando abbiamo una cosa in abbondanza, non ci preoccupiamo di averla o no e, quindi, siamo rilassati al riguardo. Quando quella cosa non c’è, noi sappiamo di non poterla ottenere, quindi non ci preoccupiamo al riguardo. Ma quando quella cosa ci viene data in maniera casuale, scatta una specie di condizionamento di dipendenza e diventiamo quasi drogati da quella cosa, anche se quella cosa smette di esistere.
Questo spiega, ad esempio, i meccanismi di dipendenza che vengono generati dai giochi d’azzardo, dove alcune persone devono essere completamente esonerate dal poter giocare, perché diventano talmente dipendenti, al punto di perdere ogni loro avere, pur di continuare a giocare.
Lo stesso meccanismo viene anche utilizzato in molti videogiochi, dove, ormai, si registrano molti casi di ragazzi che smettono di mangiare o dormire completamente, pur di continuare a giocare.
Ma, e questo è il punto più pertinente a noi, questo meccanismo viene anche utilizzato, senza eccezione, da manipolatori psicopatici e narcisisti, per intrappolare le loro vittime.
Quell’effetto drogante, quindi, che sentiamo verso queste persone, quando siamo coinvolte in una relazione con loro, non è casuale e non è una pazzia.
È creato di proposito. Come viene creato, esattamente? È semplice.
All’inizio della relazione, lo psicopatico narcisista ci “bombarda d’amore”.
Ovvero, crea il processo di “rinforzo positivo”. In questa maniera, ci abituiamo, impariamo ad avere a disposizione questo affetto, questo amore, per cui non ce ne preoccupiamo. Come nella fase iniziale del topo nella scatola.
Poi, arriva la seconda fase: arriva il “rinforzo intermittente”. In questa fase il narcisista psicopatico inizia ad abusarci utilizzando denigrazioni, insulti, critiche, svalutazioni ecc. e le alterna a momenti in cui ci dà affetto ed amore, in maniera totalmente casuale. E questa è la chiave.
Non c’è un “pattern of you” (modello di te). Sembra che ci possa essere ma, in realtà, la loro azione è pressoché casuale. Questo è il momento in cui diventiamo drogate dal narcisista psicopatico.
Noi iniziamo a pensare: “Ma cosa abbiamo fatto di sbagliato?” Dobbiamo fare in modo di ripristinare le cose come erano prima. Dobbiamo ricreare quel “pattern” che ci dava l’affetto incondizionato. Cerchiamo, in tutti i modi, di risolvere, di risistemare le cose, di capire qual è il meccanismo che ci dà l’affetto, dietro il comportamento del narcisista.
Ma, e questa è la parte più importante, non c’è un meccanismo, e non c’è un modo, per ripristinare quella cosa: semplicemente, questo fa parte della tecnica manipolatoria.
E poi, alla fine, arriva la terza fase: la fase dello “scarto”, per usare un’espressione conosciuta, ovvero, quando il narcisista psicopatico vi taglia fuori, smette completamente di darvi affetto.
Questa è la fase in cui l’effetto droga si innesta ancora di più e noi ci disperiamo, perché non capiamo cosa abbiamo fatto di sbagliato, perché lui è uscito dalla nostra vita, ci ha tagliato fuori e ha completamente smesso di darci affetto.
Questa è la tattica che rassicura il narcisista di tenerci drogati a lui, mentre lui può fare quello che vuole. Questa tecnica di manipolazione è fondamentale, perché dipende da questo effetto droga, che è il motivo per cui è così difficile guarire da una rottura o da un rapporto con un narcisista psicopatico.
C’è una parte di noi che è letteralmente drogata, quindi, uscire da questo rapporto non è meno facile che, per un drogato di cocaina, di eroina, o di qualunque altra sostanza psicotropa, di smettere, di andare in astinenza.
Gli effetti sono identici. Per questo è fondamentale, se vogliamo non ricascare in queste dinamiche, innanzitutto riconoscerle e poi, non caderci dentro.
Come facciamo a non farci prendere di nuovo da questo effetto?
Beh, innanzi tutto, bisogna riconoscere che il motivo per cui caschiamo in questa tattica (o trappola) di manipolazione non è casuale.
È perché, anche nel nostro passato, e precisamente, durante la nostra crescita, nell’infanzia, qualcuno l’ha utilizzata nei nostri confronti: con molta probabilità, un genitore. Quindi, siamo già stati esposti a questa tecnica che, per questo, funziona con noi. Pertanto, il primo passo per la guarigione da qualunque dipendenza psicologica, è andare a fondo nelle proprie ombre, andare a fondo nei propri traumi e guarirli.
La seconda cosa da fare, è che possiamo utilizzare la nostra mente razionale, per renderci conto di quanto ci stiamo avvicinando a questa dinamica e se qualcuno sta cercando di metterla in atto con noi. I segnali sono abbastanza chiari. Ormai, sappiamo tutti cos’è il “love bombing” (bombardamento d’amore) e, soprattutto, dobbiamo subito tenere i nostri sensi all’erta, per scoprire cosa non va, cosa non quadra, quando il nostro istinto ci avverte che, comunque, qualcuno sta cercando di manipolarci.
Se, oltre questa intuizione, vediamo anche che questa persona comincia a denigrarci, ad insultarci, alternando questo a dei momenti in cui ci dà affetto, allora qui dobbiamo stare attente perché quella persona sta utilizzando la tecnica di manipolazione del “rinforzo intermittente” con noi.
Appena ci accorgiamo che quello è il caso, dobbiamo prendere immediatamente le distanze, non dobbiamo cadere nella trappola, dobbiamo cercare altre attività con cui distrarci, cercare di focalizzarci su altre persone oppure, meglio ancora, su noi stessi: cercare di usare la nostra mente razionale, per valutare la situazione e non le nostre emozioni.
Se andiamo ad abboccare a quell’esca, è molto facile cadere nell’effetto droga.
Attenzione, la tecnica del “rinforzo intermittente” viene realizzata non solo con l’affetto (oltre che col sesso), ma anche con le parole.
Per esempio, quando il narcisista psicopatico ci dirà: “Ah, non preoccuparti, migliorerò, farò di tutto per non ripetere gli stessi errori” e poi ricadrà, puntualmente, a rifare gli stessi errori. E questo, di nuovo, è il”rinforzo intermittente”: a parole, promette di migliorare, nei fatti ricomincia peggio di prima.
Vorrei concludere dicendo che, con un narcisista psicopatico, o, anche, con un narcisista vero e proprio, non esiste la guarigione: è soltanto un’illusione, una pallottola di cibo adoperata come esca. Non sperate che si possa avere un rapporto sano con loro, che riusciranno, in qualche modo, a cambiare.
Soltanto in pochi casi, quando il narcisismo della persona non è grave e ci sono veramente delle parti di lui che provano empatia, che hanno veramente voglia di guarire, ci può essere un miglioramento.
Però, attenzione, perché è molto facile confondersi. In generale, è meglio non sperare. Quindi non abbocchiamo all’esca.
Finirà anche la notte più buia
e sorgerà il sole.
Victor Hugo.
N.d.R. È un po’ come Adda passà ‘a nuttata (o meglio, come si legge nel testo, Ha da passà ‘a nuttata) che è una famosissima frase contenuta nella commedia Napoli milionaria! divenuta nel tempo celeberrima.
Un po’ come è accaduto alla notissima ‘e figlie so’ ffiglie! tratta da Filumena Marturano.
Oppure, anche, a I figli so’ piezz’ e core come cantava Mario Merola.
Sul FATTO QUOTIDIANO leggo oggi un articolo che mi piace.
Anche se i miei interessi sono molto lontani dalla politica.
Si sprecano in questi tempi le discussioni para-cliniche attorno alle sindromi narcisistiche che interesserebbero i nostri politici. La questione è ben altra: il narcisismo partitico nostrano non è un abito indossato da veri capi (alla De Gaulle o alla Churchill, grandi statisti portatori di ego ipertrofici) quanto la maschera pacchiana di minuscole figure autoreferenti e di scarso peso politico.
Diciamoci la verità, l’italiano ha sempre avuto un debole per l’uomo forte, simbolo totipotente capace di proteggere e mascherare le tante anime di una nazione cucita a forza, priva di un identità condivisa. Dietro l’ombra del condottiero era possibile celare, sia a destra che a sinistra, i micragnosi interessi, gli individualismi pelosi da cortile, i feroci e banali desideri violenti e inconfessabili dell’italiano medio.
Oggi questa tipologia di ometto medio è paradossalmente libera di autorappresentarsi e fare ‘outing’ (N.d.R. esternazione, rivelazione pubblica) senza più l’affanno del Grande Padre da seguire o accoppare. Sbandierare la propria volgarità come titolo di studio, vantarsi dell’ignoranza come valore aggiunto, abusare di luoghi comuni sono di questi tempi caratteristiche che fanno curriculum. Il leader contemporaneo cavalca banalissimi e triti cliché usurati come la pace nel mondo, l’eliminazione dell’odio, il bene che trionfa sul male, le buone parole contro l’hate speech (N.d.R. discorso di odio). Tutto per un giorno illuminato dai riflettori.
Oggi non esiste più il capopopolo, mutato in capobranco. O, per meglio dire, il capo claque (N.d.R. seguaci che applaudono) di un pubblico preselezionato tra i propri ammiratori, eletto a platea unica di riferimento, sprezzante del fatto che ne esistano altre. L’epoca attuale è quella del ‘narcisisimo territoriale’ nella quale il leader autofabbricato si contraddistingue per una marcata allergia alle regole, che vuole tuttavia ferree per gli altri. Inadatto ai regolamenti, incline al capriccio personale e sempre in cerca di adepti graditi da arruolare, al momento del redde rationem (N.d.R. resa dei conti) con la realtà preferisce fuggire altrove per garantirsi un’ingiudicabilità nel tempo, per poi dedicarsi a ricreare nuovi gruppi con adepti che passino il vaglio della sua adorazione.
La scomparsa dei grandi partiti del secolo passato ha fatto sì che da forti mani si sia passati ad oscuri funzionari vestiti da capo, che arrancavano nella stanza dei bottoni esibendo una cultura politica assente, mancanti di qualsiasi velleità educativa. Goffamente millantano titoli, scopiazzano tesi, sbianchettano il loro curriculum. Il loro riferimento sono loro stessi. Pensate al fenomeno mediatico delle Sardine, sul quale ha egregiamente scritto Francescomaria Tedesco, tratteggiandone l’inconsistenza politica e il vuoto pneumatico.
Nel cosiddetto ‘campo progressista’ abbiamo assistito in questi anni ad uno smantellamento delle idee e delle battaglie della sinistra storica, calpestate da una nuova generazione di politici ‘trendy’ (N.d.R. in voga,alla moda) provenienti da realtà artefatte o nicchie di privilegio, i quali mai hanno masticato il lessico delle battaglie storiche e popolari, dunque costretti ad abbozzare con narrazioni messianiche nelle quali la virtù e la pace nella galassia erano i mantra utili a sfondare.
Chi non ha capito il veltronismo non può spiegarsi il renzismo. Questi padri, che dal terrazzo delle loro ville blindate agitavano le forchette e i tovaglioli griffati contro le diseguaglianze e le turpitudini del mondo, hanno figliato una generazione di pargoli che si baloccava nei giardini recintati a battagliare contro i draghi con il cappello di carta e la spada di cartone.
Evaporata in fretta questa classe politica dopo il terrificante incontro col mondo reale la notte del 4 dicembre, i loro figli si sono sentiti autorizzati ad andare in piazza, convinti di doverne proseguire le mirabolanti narrazioni. Festosi e divertenti hanno invaso le città con le loro spade laser roteanti contro il male.
Finché i media hanno dato sponda alla costruzione del Movimento Impegnato per la Bontà (N.d.R. leggi SARDINE), tutto reggeva perché stava su di un piano mediatico virtuale e immaginario.
Le pietre hanno iniziato a piovere quando, andando per strada, hanno fatto incontri inaspettati. Hanno incrociato quella gente fatta di carne, lavoro e disgrazie che la notte del 4 dicembre ha preso a pedate i loro genitori e le loro storytelling (N.d.R. narrazioni).
Cercando spasmodicamente Salvini e le telecamere, si sono imbattuti in figure perturbanti: operai licenziati, insegnanti alla fame, cassintegrati, precari, pensionati.
Mentre erano intenti a eliminare l’odio si sono trovati a fare i conti con quegli strani figuri del mondo reale dai quali i loro genitori li hanno protetti per anni, prima di essere politicamente polverizzati. “Papà, ma cosa ci fa tutta questa gente nel nostro giardino? E perché ha così tanta fame?”.
PER APPROFONDIRE
Sono andato a leggermi l’articolo di Francescomaria Tedesco, filosofo della politica, che così recita :
LE SARDINE MI FANNO ORRORE.
Le Sardine hanno finora goduto di una narrazione progressista encomiastica al limite del parossismo.
Cercherò invece di spiegare il mio orrore politico-intellettuale per le Sardine stesse e per i media che le stanno parassitando (e loro ben contente di farsi parassitare).
Se lo scopo delle Sardine, questa versione progressista, à la page e bon ton dei 5S, è riportare verso il Pd i voti dei delusi del MoVimento, è vero anche che Santori & Co. lo fanno incarnando la quintessenza della demagogia e del populismo. Non che fossero caratteristiche aliene già al MoVimento, eppure qui si tratta di un significante vuoto che si serve della piazza piena come contenuto. Le Sardine non devono esprimersi su niente poiché ciò che le legittima è la piazza. E questo, paradossalmente, le avvicina non tanto ai 5S, quanto al loro odiato nemico, Salvini. Anche Salvini usa l’argomento della piazza, compresa quella virtuale: gli italiani sono con me, gli italiani dicono, gli italiani vogliono. Le Sardine non hanno bisogno di sottolinearlo a ogni pie’ sospinto, ce lo ricordano i media progressisti al posto loro.
Tuttavia – non è un giudizio di valore – sia il MoVimento che Salvini hanno irrobustito questa loro dimensione plebiscitaria con dei contenuti. Esecrabili? Non è questo il punto. La questione è che le Sardine non hanno detto niente finora (se escludiamo, anche con una certa benevolenza, le sciocchezze esternate sui media-parassiti: il programmino in sei punti che è più una netiquette inquietante per i social, l’equiparazione illiberale e totalitaria tra violenza fisica e violenza verbale, il Daspo, il bambino autistico e il pallone da basket, l’Erasmus a Catanzaro Lido, la giustificazione delle foto con Benetton, le risposte alle domande su Bibbiano di Selvaggia Lucarelli, e via discorrendo).
Dunque, si diceva, le Sardine come quintessenza del populismo, come ‘significante vuoto’ (che, intendiamoci, per il populismo di sinistra di Mouffe-Laclau è un elemento positivo di aggregazione delle domande eterogenee della società). Non c’è nessun contenuto, il contenuto sono le Sardine stesse, e tanto deve bastare. La critica sull’assenza di un programma viene respinta (“è solo un movimento, non un partito”), la critica all’assenza di impegno diretto per ottenere legittimazione democratica anche (“perché dovrebbero candidarsi? Hanno solo risvegliato le coscienze sopite della sinistra”). Non c’è nessuna idea democratica della contendibilità degli spazi politici, nell’ideologia sardinista: non bisogna ‘scalare’ un partito, non bisogna presentare degli argomenti, non bisogna esporsi alla discussione pubblica, perché tutto ciò viene bypassato dalla presenza in piazza. E dalla presenza nei media, che ne è ormai lo specchio legittimante (e anche su questo l’analogia è fortissima più con Salvini, ‘costruito’ ampiamente dalla sovraesposizione mediatica, che con i 5S, storicamente avversi – almeno nella prima fase – a comparire in tv e anzi fortissimamente critici del sistema dell’informazione).
E allora solo a me fa orrore che in una specie di distopia demagogica la leadership si produca come in Oltre il giardino? Fa specie solo a me questa produzione immediata del consenso, immediata nel senso letterale di non mediata da alcunché che abbia potuto rappresentare una sorta di dispiegamento della ragione pubblica? Si dirà che la politica non è solo elezioni e istituzioni. Tuttavia, essa si alimenta del discorso pubblico, della pubblicità. E invece un flash mob è l’esatto opposto di tutto questo: gesto, mobilitazione istantanea, immediata nel senso di cui sopra, che produce anche consenso immediato, direi anche – la parola che occorre cominciare a dire — potere. Potere immediato. C’è la gente in piazza, vero. Ma nello schema plebiscitario-populistico-demagogico, la piazza ratifica, non decide, ha a disposizione il grado zero della ragione pubblica. Interviene a leadership già prodotta. Il popolo non discute, ma alza la mano avendo la possibilità di dire solo sì o no (e dice sì, sempre sì).
Ecco: produzione di potere dall’alto, meccanismi completamente topdown di produzione del consenso e della leadership, assenza di luoghi pubblici di sviluppo analisi e decisione ex ante. Siamo di fronte al grado massimo del populismo. La leadership qui è auto-investitura certificata da un lato dalla piazza, dall’altro dalle televisioni. Come tutto questo non disturbi il ceto intellettuale è una cosa che mi lascia meravigliato, anzi sbalordito.
L’errore è ammesso,
purché diventi lezione.
Giampaolo Dallara.
ATTENZIONE : QUESTA È UNA BUFALA, UNA FAKE NEWS.
Sta circolando su FACEBOOK e viene attribuita ad una poetessa e scrittrice, KITTY ‘O MEARY (1839 – 1888), che l’avrebbe scritta nel 1869.
NON È AFFATTO VERO: È stata scritta adesso.
È vero, invece, chiunque l’abbia scritta, che vale la pena di leggerla.
Per questo la pubblico.
E la gente rimase a casa.
E lesse libri ed ascoltò.
E riposò e fece esercizi.
E fece arte e giocò.
E imparò nuovi modi di essere.
E si fermò.
E ascoltò più in profondità.
Qualcuno meditava.
Qualcuno pregava.
Qualcuno ballava.
Qualcuno incontrò la propria ombra.
E la gente cominciò a pensare in modo differente.
E la gente guarì.
E, nell’assenza di gente che viveva
in modi ignoranti,
pericolosi,
senza senso e senza cuore,
anche la terra cominciò a guarire.
E quando il pericolo finì.
E la gente si ritrovò.
Si addolorarono per i morti.
E fecero nuove scelte.
E sognarono nuove visioni.
E crearono nuovi modi di vivere.
E guarirono completamente la terra.
Così come erano guariti loro.
Perduto è tutto il tempo,
che in amar non si spende.
Torquato Tasso.
Quando è stato
eliminato l’impossibile,
ciò che resta,
per quanto improbabile,
deve essere la verità.
Sir Arthur Conan Doyle.
Segnalato da mio nipote Alan
Radhanath Swami
LA MENTALITÀ DIETRO ALLE BUONE RELAZIONI.
C’è una meravigliosa analogia sull’ape e la mosca, che ci insegna una preziosa lezione per migliorare i nostri legami interpersonali e la qualità della nostra vita.
L’ape vola di fiore in fiore, estraendo solo il nettare, senza intaccare la pianta. La mentalità dell’ape è quella di cercare l’essenza di ogni fiore. Persino in un luogo coperto di immondizia imputridita, piuttosto che prestare attenzione a tutto quel sudiciume, l’ape rimane concentrata nella sua ricerca di nettare ed entusiasta, vola addirittura sopra un unico, piccolo, fiore cresciuto in mezzo a chilometri e chilometri di spazzatura.
Nelle nostre relazioni, abbiamo molto da imparare dall’ape; essa ci insegna l’arte di focalizzarsi sugli aspetti positivi ed affrontare in modo opportuno le carenze in ognuno. Ci saranno difetti ovunque e in chiunque, non mancano mai le cose di cui lamentarsi, ma, come l’ape cerca di scovare il nettare, anche nei luoghi più impensati, così noi possiamo mirare a trovare le buone qualità in chi abbiamo intorno.
La mosca rappresenta un altro tipo di mentalità nei rapporti con gli altri. Sebbene entrambe le specie possono essere apprezzate, per il particolare istinto naturale che le distingue, possiamo comunque studiarle per apprendere importanti lezioni, per migliorare la qualità della nostra vita.
In un corpo altrimenti sano, la mosca si concentrerà nel succhiare una crosta infetta. La mosca può anche sorvolare centinaia di fiori, ma su cosa si concentra? Focalizza la sua attenzione sull’assaporare immondizia ed escrementi. Essa ignora il dolce profumo dei giardini di rose e, anche nelle situazioni migliori, e nei luoghi più puliti, la mosca rivolgerà la sua attenzione alla spazzatura.
Questo rappresenta l’ottica di non considerare le buone qualità di chi ci sta intorno, concentrandosi sulle loro mancanze. È così facile, non occorrono sforzi per trovare difetti negli altri. Criticare è una dipendenza, più le concediamo, più ne diventiamo ossessionati. Nei rapporti con gli altri è importante mantenere una comunicazione onesta e benevola, improntata sul dare valore a ciò che c’è di positivo, affrontando le cose negative in modo cortese e costruttivo, cercando di tirar fuori il meglio di entrambe le parti.
Agendo così, impariamo a riconoscere le qualità positive in noi stessi e a superare l’insana mancanza di autostima.
Mentalità da ape o mentalità da mosca, sta a te decidere.
Segnalata da Rita
Oggi Roberto Piumini, poeta Italiano, compie 73 anni.
L’Humanitas di Milano gli ha chiesto di scrivere di corona virus per i bambini, in modo rigoroso ma senza ansia e paura.
Ecco la sua filastrocca:
??
Che cos’ è che in aria vola?
C’ è qualcosa che non so?
Come mai non si va a scuola?
Ora ne parliamo un po’ .
Virus porta la corona,
ma di certo non è un re,
e nemmeno una persona:
ma allora, che cos’ è?
È un tipaccio piccolino,
così piccolo che proprio,
per vederlo da vicino,
devi avere il microscopio.
È un tipetto velenoso,
che mai fermo se ne sta:
invadente e dispettoso,
vuol andarsene qua e là.
È invisibile e leggero
e, pericolosamente,
microscopico guerriero,
vuole entrare nella gente.
Ma la gente siamo noi,
io, te, e tutte le persone:
ma io posso, e anche tu puoi,
lasciar fuori quel briccone.
Se ti scappa uno starnuto,
starnutisci nel tuo braccio:
stoppa il volo di quel bruto:
tu lo fai, e anch’ io lo faccio.
Quando esci, appena torni,
va’ a lavare le tue mani:
ogni volta, tutti i giorni,
non solo oggi, anche domani.
Lava con acqua e sapone,
lava a lungo, e con cura,
e così, se c’ è, il birbone
va giù con la sciacquatura.
Non toccare, con le dita,
la tua bocca, il naso, gli occhi:
non che sia cosa proibita,
però è meglio che non tocchi.
Quando incontri della gente,
rimanete un po’ lontani:
si può stare allegramente
senza stringersi le mani.
Baci e abbracci? Non li dare:
finché è in giro quel tipaccio,
è prudente rimandare
ogni bacio e ogni abbraccio.
C’ è qualcuno mascherato,
ma non è per Carnevale,
e non è un bandito armato
che ti vuol fare del male.
È una maschera gentile
per filtrare il suo respiro:
perché quel tipaccio vile
se ne vada meno in giro.
E fin quando quel tipaccio
se ne va, dannoso, in giro,
caro amico, sai che faccio?
io in casa mi ritiro.
È un’ idea straordinaria,
dato che è chiusa la scuola,
fino a che, fuori, nell’ aria,
quel tipaccio gira e vola.
E gli amici, e i parenti?
Anche in casa, stando fermo,
tu li vedi e li senti:
state insieme sullo schermo.
Chi si vuole bene, può
mantenere una distanza:
baci e abbracci adesso no,
ma parole in abbondanza.
Le parole sono doni,
sono semi da mandare,
perché sono semi buoni,
a chi noi vogliamo amare.
Io, tu, e tutta la gente,
con prudenza e attenzione,
batteremo certamente
l’ antipatico birbone.
E magari, quando avremo
superato questa prova,
tutti insieme impareremo
una vita saggia e nuova.
Segnalata da Rita
LA STORIA DELLE QUATTRO CANDELE
Raccontata, in una puntata de I FATTI VOSTRI, da Fabrizio Frizzi.
In una stanza quattro candele, bruciando, si consumavano lentamente.
Il luogo era talmente silenzioso che si poteva ascoltare la loro conversazione.
La prima diceva “Io sono la pace, ma gli uomini non riescono a mantenermi.
Penso proprio che non mi resti altro da fare che spegnermi”. E, a poco a poco,
la candela si lasciò spegnere.
La seconda candela disse “Io sono la fede, ma, purtroppo, non servo a nulla. Gli
uomini non ne vogliono sapere di me e, per questo motivo, non ha senso che io
resti accesa”. Appena ebbe terminato di parlare, una leggera brezza soffiò su
di lei e la spense.
Triste, la terza candela, a sua volta disse “Io sono l’amore e non ho la forza per
continuare a rimanere accesa. Gli uomini non mi considerano e non
comprendono la mia importanza”. E, senza attendere oltre, la candela si lasciò
spegnere.
In quel momento, un bambino entrò nella stanza, vide le tre candele spente e,
impaurito per la semioscurità, , disse “Ma cosa fate? Voi dovete rimanere
accese. Io ho paura del buio”. E, così dicendo, scoppiò in lacrime.
Allora, la quarta candela, impietosita, disse “Non piangere. Finché io sarò
accesa, potremo sempre riaccendere le altre tre candele: Io sono la speranza”.
Con gli occhi lucidi di lacrime, il bimbo prese la candela della speranza e
riaccese tutte le altre.
La libertà senza solidarietà
è puro arbitrio.
Massimo Recalcati.
LA CRISI
(N.d.R. : L’etimologia di crisi deriva senza dubbio dal verbo greco krino = separare, cernere, in senso più lato, discernere, giudicare, valutare. Nell’uso comune ha assunto un’accezione negativa in quanto vuole significare un peggioramento di una situazione. Se invece riflettiamo sull’etimologia della parola crisi, possiamo coglierne anche una sfumatura positiva, in quanto un momento di crisi cioè di riflessione, di valutazione, di discernimento, può trasformarsi nel presupposto necessario per un miglioramento, per una rinascita, per un rifiorire prossimo).
La crisi è la più grande benedizione
per le persone e le nazioni,
perché la crisi porta progressi.
La creatività nasce dall’angoscia,
come il giorno nasce
dalla notte oscura.
È nella crisi che sorgono
l’inventiva, le scoperte,
e le grandi strategie.
Chi supera la crisi,
supera se stesso,
senza essere superato.
Albert Einstein
Non possiamo pretendere
che le cose cambino,
se continuiamo a fare
sempre le stesse cose.
Albert Einstein