È difficile essere donna.
Devi pensare come un uomo,
comportarti come una signora,
sembrare una ragazzina,
e lavorare come un mulo.

Cosa ci insegna la vita… testamento spirituale di un libero pensatore
È difficile essere donna.
Devi pensare come un uomo,
comportarti come una signora,
sembrare una ragazzina,
e lavorare come un mulo.
Le donne, che esseri meravigliosi,
guardano sempre avanti
e mai indietro.
Anche quando parcheggiano.
Una donna che ha ragione,
ha ragione.
Un uomo che ha ragione,
è single.
L’uomo: Dio, perché hai fatto la donna così bella?
Dio: perché tu la potessi amare.
L’uomo: ma…perché l’hai fatta così stupida?
Dio: perché lei potesse amare te.
Tu mi sei stato vicino
nei momenti difficili.
Poi ho capito
che i momenti difficili
erano quando
tu mi stavi vicino!
Le donne non sanno cosa vogliono,
ma sanno come ottenerlo!
Mi piacciono i silenziosi, non i taciturni,
mi piacciono gli originali, non gli stravaganti,
mi piacciono i coraggiosi, non gli incoscienti,
i protagonisti, non gli spettatori,
i sognatori, non gli utopisti,
i sinceri, non gli adulatori.
Mi piace chi affronta la vita
con leggerezza, non con superficialità,
chi crede in se stesso, non il convinto.
Mi piacciono le belle persone,
che è diverso dalle persone belle.
E poi, mi piace chi sa amare
e non solo col sentimento.
Lui: Sei bellissima!
Lei: Tu mi vuoi solo scopare.
Lui: E anche intelligente.
La gente piccola
la riconosci subito:
è quella che ti racconta
quanto è grande.
Quando una donna
ti chiede un parere
non le interessa
la tua opinione,
vuole solo
che confermi la sua.
Non devi cercare di essere
una grande donna.
Già il fatto
di essere donna
ti rende grande.
.
Più di sessant’anni fa, frequentavo la quinta classe del Ginnasio al Liceo Classico Jacopo Stellini di Udine. Per un breve periodo, avemmo, come supplente della professoressa d’Italiano, una giovane insegnante, laureata di fresco. Stavamo studiando il Leopardi, ed un giorno questa mi chiamò per essere interrogato. Dopo alcune domande a cui risposi in modo adeguato, il discorso cadde sulle varie liriche del nostro grande poeta e, in particolare sulla “Quiete dopo la tempesta”. Dopo avere illustrato l’ode e averla recitata, in parte a memoria, in parte come recensione prosaica, buttai lì la mia polpetta avvelenata: sostenni di aver trovato, in una vecchia antologia della Letteratura Italiana, il testo di un’ode intitolata “Temporale estivo”, sempre del Leopardi, che costituiva l’antefatto, in sequenza cronologica, di cui “La quiete dopo la tempesta” sarebbe stata la prosecuzione. La giovane professoressa mi chiese di parlare di questa poesia, che, in realtà, non risultava scritta da nessuna parte, e che esisteva solo nella mia immaginazione e nella mia memoria. L’avevo inventata io di sana pianta, in perfetto e credibile stile leopardiano, come potrete leggere. Così gliela recitai, dalla prima all’ultima parola. Eccola.
TEMPORALE ESTIVO
Di piombo è il cielo
e scuro di cupi nembi;
scende sulla natura
un velo opaco di morte.
Apronsi le porte ai venti.
Scendon dall’alto irati
come falchi dal nido
sull’umile preda,
imperversan sui prati,
per l’aie, negli orti,
piegan gli intorti
rami sibilando.
E, con loro,
l’arida polve
s’alza sconvolta
dal turbo fuggente
che tutto involve.
L’alta arbore tronfia,
piegata da cotal possanza,
china l’agile chioma
e piange, sull’erba del prato,
le infiacchite foglie
che il vento raccoglie
e guida in frenetica danza.
Scende la pioggia,
violenta sui tetti,
di striscio sui muri,
picchietta argentina
sugli otri, sui vasi,
sui ferrei portali,
bevanda divina
sull’aride zolle
da tanto satolle
d’estiva calura.
Sull’uscio di casa,
il pio colono
alza il guardo pregando:
“O Dio del cielo,
persa non sia
la mia fatica
da ria furia inimica:
il raccolto m’è vita!”
Così sperando dice
e il cielo acconsente;
omai lontan si sente
quell’irato tuonar.
Sbadiglia una finestra
disserrando le imposte,
spiove la gronda,
scola la fronda antica
la quercia dell’orto,
si ripopola l’aia,
s’ode vivace e gaia
la sinfonia consueta.
Da qui, a seguire, si poteva recitare “La quiete dopo la tempesta” in un “continuum” di sacrilega impostura.
Questo “scherzo”, molto goliardico, ebbe il suo corollario nella seria recensione che la sprovveduta supplente si dilungò a sciorinare, decantando l’arte letteraria e lirica del Leopardi, pur ammettendo di non aver mai letto questa poesia. Tutta questa epica arrampicata sugli specchi avvenne fra le impudenti sghignazzate dei miei compagni di classe, che si erano accorti della burla. Quando, qualche giorno dopo, l’insegnante (sic?) si accorse della solenne presa in giro, mi mandò dal preside. Questi, letto il testo della poesia, che io avevo dovuto mettere per iscritto, su sua esplicita richiesta, fra il serio e il faceto, mi fece una bonaria paternale, alla fine della quale sbottò: “Ci sarei cascato anche io!”
I loved you yesterday
I love you still,
I always have
I always will.
Ti ho amato ieri
ti amo ancora,
l’ho sempre fatto
sempre lo farò.
Le cellule degli esseri viventi
risuonano armonicamente
in sintonia con la bellezza.
(Kalòs kai agathòs).
Una ragazza saggia
conosce i suoi limiti,
ma una intelligente
sa che non ne ha.