Numero1754

La Donazione di Costantino, bugia dalle gambe lunghe

Smascherato da Lorenzo Valla nel 1440, il falso documento, su cui per secoli la Chiesa fondò il proprio potere temporale, ha fatto la storia più di tanti documenti veri.

Ludovico Ariosto suggeriva di cercarla sulla Luna. Era lì, secondo la fantasia del poeta, che era andata a finire la Donazione di Costantino, il falso decreto imperiale che legittimava il potere temporale della Chiesa. Quando il paladino Astolfo va alla ricerca del senno di Orlando, si ritrova in una misteriosa valle lunare che custodisce quanto sulla Terra è andato perduto. Ci sono le lacrime e i sospiri degli amanti, la gloria e le corone degli antichi re. In mezzo, svetta una montagnola di fiori marci. A questo, secondo il poeta, si era ridotta la celebre Donazione: una cianfrusaglia lunare. Destino favoloso e irreale, per un testo che è l’apoteosi del falso. Un falso che ha fatto la storia più di tanti documenti veri.

Dal Medioevo in poi, tutte le volte che si discuteva il potere temporale della Chiesa, si finiva sempre per tirare in ballo la Donazione. Sono solo tremila parole, eppure hanno per secoli impegnato Papi e imperatori, filologi e giuristi, poeti e profeti. Il testo si presenta come una lettera dell’imperatore Costantino che prima racconta le circostanze (false anche queste) della sua conversione al Cristianesimo e poi conferisce alla Chiesa una serie di privilegi: il Papa potrà rivestire la porpora imperiale, Roma avrà il primato su tutte le sedi ecclesiastiche. E, soprattutto, avrà un suo regno terreno: Costantino regala al papato il dominio sull’Italia e su tutte le regioni occidentali dell’impero.

L’insigne umanista Lorenzo Valla non dovette faticare troppo per smascherare il falso. La Donazione, per esempio, attribuisce a Roma il primato su Costantinopoli. Ma com’è possibile, argomenta Valla, se Costantinopoli fu fondata solo nel 330, mentre il documento si pretende datato al 313? Valla era noto per il suo caratteraccio. Con la scusa della filologia, spara bordate durissime contro il papato. Il suo pamphlet, scritto nel 1440, è comunque passato alla storia come un modello di metodo filologico. Un frutto virtuoso dell’umanesimo, dove i lumi della ragione disperdono le leggende del Medioevo.

Il veleno del diavolo

In realtà, l’imperatore Ottone III aveva denunciato la Donazione come un falso già nell’anno 1001. L’aveva attribuita al diacono Giovanni, un dignitario ecclesiastico soprannominato «il monco», perché, in seguito a un’accusa di tradimento, gli erano stati mozzati il naso, la lingua e due dita della mano. Probabilmente la Donazione non è uscita dalle mani monche di Giovanni. Ma il vero autore è ancora ignoto. Forse gli autori furono più d’uno, forse il testo è stato riscritto e modificato in diverse occasioni, a partire da una prima versione databile all’VIII secolo.

Quello che è certo, è che il papato intuì la formidabile forza propagandistica della Donazione. Ancora nel 1493, infischiandosene della filologia del Valla, papa Alessandro VI, lo spregiudicato Roderigo Borgia, ritirò fuori la Donazione. La usò per rivendicare alla Chiesa il diritto di spartire tra Spagna e Portogallo le nuove isole scoperte l’anno prima da Cristoforo Colombo: se Costantino aveva concesso ai Papi il dominio su tutte le terre a Occidente di Roma, è ovvio che nel lascito rientrava anche l’America! Viceversa, i riformatori religiosi e i pauperisti che volevano riportare il Cristianesimo alla purezza originaria deprecavano la Donazione. La consideravano un dono avvelenato, che aveva inquinato la Chiesa, contaminandola con i beni mondani. Per questo, si raccontava, quando fu annunciata la donazione, si udì la voce del diavolo che gridava trionfante: «Oggi ho infuso il mio veleno nella Chiesa». Un punto di vista che influisce anche su Dante, il quale, pur ritenendo la Donazione genuina, la giudicava un errore e una sciagura.

La leggenda del miracolo

La Donazione è come una scatola cinese: un falso che ne contiene molti altri. Il testo, per esempio, inventa un profilo di Costantino che è del tutto immaginario. Il biografo più attendibile dell’imperatore, Eusebio di Cesarea, scrive che Costantino si convertì al Cristianesimo solo sul letto di morte. Viceversa, la Donazione narra una vicenda del tutto favolosa: un miracolo avrebbe portato fin dall’inizio l’imperatore sulla via della vera fede. A Costantino, ammalato di lebbra, i sacerdoti pagani avevano consigliato di ammazzare un congruo numero di bambini e poi farsi il bagno nel loro sangue. Ma i santi Pietro e Paolo appaiono in sogno all’imperatore e gli indicano un diverso lavacro purificatore, quello del battesimo. Costantino accetta di farsi cristiano e riemerge guarito dal fonte battesimale.

È falsificata pure la figura di Silvestro, il Papa a cui Costantino si rivolge nella Donazione. I documenti storici lo delineano come una figura scialba. Ma nella leggenda, accreditata dalla Donazione, Silvestro svetta come un gigante della fede. Ed è anche merito della Donazione se si è consolidato il culto di Silvestro come santo: quel santo che ancora oggi celebriamo nei veglioni di fine anno, il 31 dicembre, giorno della sua morte nell’anno 335.

Lutero indignato

La Donazione, insomma, sarà pur finita tra le cianfrusaglie lunari, come immaginava Ariosto. Ma, anche dopo essere stata smascherata, ha continuato a fare sentire i suoi effetti. Nel febbraio del 1520, a Wittemberg. un monaco tedesco legge avidamente le pagine di Lorenzo Valla, appena stampate in Germania. S’indigna per quella truffa colossale, per la bugia su cui è fondato il potere della Chiesa di Roma. «Non ho più alcun dubbio che il Papa sia l’Anticristo», scrive subito dopo a un amico. Quel monaco si chiamava Martin Lutero. La falsa Donazione continuava a fare la storia.

Numero1751

La vita si vive

o si sopravvive?

La sopravvivenza è

vivere al di sopra

del limite più basso.,

ma al di sotto

del limite standard.

La vita “normale”

non è sopravvivenza,

bensì un’esistenza,

di per sé, alla grande.

Perciò, viva la vita!

Numero1750

L’odio è un istinto di sopravvivenza.

L’amore è un istinto predatorio.

Numero1749

Il tradimento uccide

le coppie già morte.

Numero1747

Leggere le poesie insegna ad amare,

aiuta a raggiungere l’empatia.

Numero1746

 

Oggi, se non sei cinico e caustico,

sembri un ingenuo, un buonista.

È terrificante. Tutto ciò che è corretto

sembra visto come perdente, molle.

Critichi, e l’insulto ti rende autentico.

Se sei rispettoso, sembri ipocrita:

se sei sarcastico, sembrerai vincente.

Numero1745

I  DIECI  COMANDAMENTI

Versione diffusa nel contesto cattolico.

Sebbene l’originale ebraico compaia nelle Bibbie cristiane, in ambito cattolico ne esistono diverse versioni, tra le quali una ridotta, il cui scopo è quello di facilitare la memorizzazione per il destinatario della catechesi. La più diffusa è la seguente:

Ascolta Israele! Io sono il Signore Dio tuo:

  1. Non avrai altro Dio all’infuori di me.
  2. Non nominare il nome di Dio invano.
  3. Ricordati di santificare le feste.
  4. Onora il padre e la madre.
  5. Non uccidere.
  6. Non commettere atti impuri.
  7. Non rubare.
  8. Non dire falsa testimonianza.
  9. Non desiderare la donna d’altri.
  10. Non desiderare la roba d’altri.

Pochi, tranne gli addetti ai lavori, sanno che questa versione, sintetizzata e semplificata, proviene da due elencazioni bibliche contenute in “Esodo” e in “Deuteronomio”, che sono, anch’esse, leggermente diverse tra loro. Il testo di entrambe, sostanzialmente coincidente, è però significativamente più lungo e più ampio di quello Cristiano Cattolico, con un numero di articoli che sono ben più di dieci e con una esposizione ben più prolissa e dettagliata.

Ad esempio, a corollario del Comandamento 1, nel testo dell’Esodo si legge:
Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra.

Vorrei che qualcuno spiegasse questo passaggio, che non compare nel testo Cattolico.
E, ancora, di seguito si legge:
Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai (gli idoli). Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti. 

A voi piace questo “Dio geloso”, e punitivo, come lui stesso si definisce? A me, assai poco.

In riferimento al Comandamento 2, nell’Esodo si legge:
Non pronunzierai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano.
Scusatemi, ma io non capisco cosa c’è di male a pronunciare il nome di un Dio (nelle preghiere e nelle invocazioni è lecito). “Invano” si riferisce forse alle imprecazioni o alle bestemmie? O, forse, a una mancanza di rispetto? Boh!

Per il Comandamento 3, si legge nell’Esodo:

Ricordati del giorno di sabato per santificarlo:
sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro.

Spiegatemi, per cortesia, perché, per noi, il giorno di festa è la Domenica (che vuol dire Giorno del Signore).
E poi, che cosa ci stavano a fare gli schiavi e le schiave nelle tribù Israelitiche, fuoriuscite dall’Egitto, perché, colà, esse stesse erano state schiave? Boh!

Il Comandamento 4 non ha bisogno di commenti.

Mentre, invece, il Comandamento 5 merita un duplice commento, a mio personale avviso.
Il divieto di uccidere risponde ad una “categoria” morale e mentale peculiarmente umana, dettata dal principio razionale, o ragionevole, della pacifica convivenza. Esso, infatti, non trova ospitalità nella “legge naturale”, che contempla il criterio della “legge della Giungla”,ossia la regola del “mors tua vita mea”. Questo, a premessa, per introdurre la seconda parte del mio commento.
Si leggano, per obiettività e serenità di giudizio, qua e là, le pagine, numerosissime, della Bibbia. Anche a caso. Si troveranno, ovunque, con una frequenza sorprendente, guerre, stragi, genocidi, stermini di popolazioni inermi, di donne vecchi, bambini, stupri di bambine, assoggettamenti in schiavitù, e tante altre nefandezze, ascrivibili proprio ai criteri del “mors tua, vita mea”.
A commetterli erano esattamente gli Ebrei delle tribù, guidate da Mosè e successori, a cui sulle tavole del Decalogo era destinati i Comandamenti.
Alla faccia del Comandamento 5!

Il Comandamento 6, nel testo sintetico Cattolico, dice di “non commettere atti impuri”.
Invece, i testi della Bibbia Ebraica dell’Esodo e del Deuteronomio dicono di “non commettere adulterio”.
C’è, a ragion veduta, una bella differenza!

La proibizione di “commettere adulterio” si riferiva al mantenimento di un ordine morale, sociale e civile, all’interno di una tribù di Israele, dove si sapeva tutto di tutti, perché vivevano a contatto di gomito ed altissimo era il pericolo di rivalità e faide, provocate a causa di “sconfinamenti” sessuali.
Ma il testo Cattolico parla, genericamente, di “atti impuri”, estendendo così ad ogni manifestazione o pratica sessuale, anche in privato ( rapporti al di fuori del matrimonio, masturbazione ecc.), l’anatema del Dio dall’alto dei cieli. Boh!

Sui Comandamenti 7 ed 8, non c’è niente da dire. Sono ovvietà contemplate in ogni ordinamento legislativo civile.

I Comandamenti 9  e 10 riguardano “desideri”.
Nel testo Cattolico sono sdoppiati gli argomenti di un solo pronunciamento, ad esempio, del Deuteronomio (quello dell’Esodo è quasi uguale) che dice:
Non desiderare la moglie del tuo prossimo. Non desiderare la casa del tuo prossimo, né il suo campo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna delle cose che sono del tuo prossimo.

A parte il bue e l’asino, che sono retaggio di pagine “bibliche” pastorali, si ripete, anche qui, la citazione degli schiavi come oggetto di possesso e di proprietà. Di certo non potevano essere schiavi Ebrei, ma gente catturata nelle sanguinose campagne belliche di questo feroce “Popolo di Dio”.

A proposito, quello che le traduzioni bibliche Cattoliche chiamano Dio, si riferisce a YAHWEH, che non era un Dio ma un ELOHIM.
Mi limito a rimandare la trattazione di questo argomento ai filmati numerosissimi, reperibili su YOU TUBE, sulle conferenze e sui testi di Mauro Biglino, un vero “guru” di questo eclatante, ma fondamentale, equivoco storico. (Invito a leggere il numero 1744 seguente)

Numero1742

IDEOLOGIE  E  UOMINI

Tutte le ideologie, di qualsivoglia genere e in qualunque epoca, hanno avuto ed hanno una parte di ragione, o di verità, nei loro contenuti, nei principi di base, nei messaggi che sono stati elaborati e diffusi. Religioni, sistemi politici, sociali, economici, movimenti letterari, artistici, scuole di pensiero, filosofie e correnti, fondative o scismatiche, tradizionali o eretiche: tutte hanno un nucleo di verità, percentualmente quantificabile in base alla credibilità del messaggio, e alla credulità dei destinatari.
Molto dipende dal livello di preparazione culturale, dallo stato di benessere, o di precarietà, dalla caratura evolutiva degli individui recettori a cui esse vengono indirizzate e si riferiscono.
Per quanto queste ideologie si sforzino di fornire una visione globale, pregnante e onnicomprensiva dei propri assiomi, per inquadrare univocamente la realtà esistente, tuttavia molta parte delle affermazioni apodittiche che da esse promanano, sono parziali, limitate, a volte poco o niente probabili, credibili con difficoltà, se non con un atto di fede, con una apertura di credito : da qui la tentazione di ricorrere, aprioristicamente, al dogma.
Dogma è calare dall’alto un principio che deve essere accolto per vero e per giusto, senza esame critico o discussione.
Orbene, il dogmatismo, cioè il ricorso sistematico, a volte capzioso, a volte truffaldino, a propinare una “verità” preconcetta, preconfezionata, imbastardita da molte pastoie di interessi, anche loschi e partigiani, per imporre le proprie ragioni, palesemente o surrettiziamente, è un procedimento ad uso e consumo degli uomini.
Il dogma è una millanteria, una pratica sporca e scorretta, tanto più esecrabile, quanto più si tenti di imporla con la forza, o con una sorta di “mobbing” strisciante, come una pece o un muro di gomma.
Ma la storia ci insegna che gli uomini sono ricorsi, spesso e volentieri, a questo metodo, in tanto in quanto essi hanno concepito l’intento di costituirsi come “casta” per la gestione, spregiudicata e senza scrupoli, della “fede” di cui il dogma è un atto.
Ed ecco, allora, che la “verità rivelata” viene manipolata, a cura degli uomini della “casta” : viene “interpretata” a seconda dei vantaggi che, in primis, possono discendere ad essi stessi.
È ben vero, infatti, che quando una ideologia scende dalla fase teorica, o teoretica, a quella della pratica attuazione, cioè quando un principio, dal generale, deve essere applicato al particolare, viene a crearsi una casistica infinita di problematiche diverse, per il fatto che la realtà materiale è talmente diversificata che, purtroppo facilmente, si rende necessaria una “mediazione”.
Per questa “funzione”, per gestire le “norme attuative” o i “decreti delegati”, si arroga il ruolo e il compito una categoria di uomini che ne fanno un “esercizio di potere”.
Due esempi storici, sotto gli occhi di tutti: la Chiesa Cristiana Cattolica e il Comunismo Sovietico.

Numero1740

La moda viene

seguita da chi

non ha un suo stile.

Numero1739

Mi voglio togliere la soddisfazione di dirlo.

Le mode attuali, diffuse, propagandate, propalate, sdoganate e sancite,  anche se i proseliti e gli “addicted” sono tanti e crescono sempre più, non mi piacciono: i piercing, i tatuaggi, i tagli di capelli alla “giocatore di calcio”, secondo la mia personalissima opinione, in fatto di gusto e buongusto, hanno un preciso, incontrovertibile e indifendibile connotato: sono BRUTTI !!!

Numero1738

Schiere, manipoli, coorti, centurie, legioni, eserciti di persone pensanti ed agenti sono ormai in balia di una nuova categoria di  conduttori, ispiratori, indicatori, opinion leaders, advisors che si identificano e si compendiano nella figura dell’ INFLUENCER :  l’ultimo “pifferaio magico”. Questi, è colui che, forte di una assiduità di frequentazione sui temi in argomento, di un bagaglio di conoscenze di non comune reperibilità, di una sensibilità istintiva ma anche ragionata ed aggiornata, fornisce dati, notizie, algoritmi, suggerimenti ed esempi, che possono “influenzare” i comportamenti dei fruitori, i “followers”, o seguaci, che a lui si rivolgono e che, supinamente, si adeguano alle di lui direttive.
Questa abdicazione, a prescindere, dalle proprie capacità di conoscenza, di ragionamento, di critica, a mio modo di vedere, è sconvolgente e devastante.
Nulla da eccepire sulla legittimità dell’esistenza di una tale figura e di una tale funzione: è in linea con i tempi e i modi del nostro vivere, nuovo e diverso. Se c’è mercato, in questo senso, è normale che crescano e si sviluppino le risposte a determinate esigenze, che si riempiano dei vuoti che si vengono a creare. Quello che mi fa specie, è che si sono determinate le condizioni per lo sdoganamento di queste “operatività di supporto” a carenze che, un tempo, non esistevano: allora, ogni essere dotato di un proprio “hardware” cerebrale, provvedeva a relazionarsi con il relativo “software” operativo, attraverso la paziente formazione, l’allenamento faticoso e diuturno, l’esercizio teorico/pratico sul campo applicativo. E ne usciva una esperienza da mettere a frutto, con cognizione di causa, con consapevolezza di praticantato, con dotazione di conoscenze dirette e di facoltà critiche e correttive. Insomma, un bagaglio di esperienze che non aveva bisogno di “consulenze” di nessun tipo.
Oggi, purtroppo, tutto questo gran “da fare” non lo si sa, o non lo si vuole, praticare. È molto più comodo riferirsi e rivolgersi agli “specialisti” o “specializzati” che, a pagamento, sostituiscono e supportano il proprio impegno personale, in qualunque campo. Sono loro che ti dicono cosa fare, dove andare, quali tempi e modi devi osservare per ottenere, in maniera rapida e sicura, il raggiungimento del tuo obiettivo.
Non è più 
la stagione della tua,  personale, formazione culturale, argomentativa, operativa: troppo tempo, troppo impegno, troppo dispendio di energie, con il rischio che il “business”, di cui trattasi, diventi rapidamente obsoleto o non più remunerativo. Si bruciano le tappe e, pertanto, si brucia anche la crescita, l’esperienza, il miglioramento nel divenire. Allora, accorciamo tutto: dal “prète a porter” al “prète a penser”: invece di fare la pasta in casa, compriamo la pasta già pronta, confezionata.
Stiamo, ormai, diventando una tipologia umana di “decerebrati” che, invece di “mettersi in proprio”, delega le proprie funzioni cognitive, razionali, imprenditoriali, operative e, in fin dei conti, anche la propria creatività e fantasia, che sono il vero “tesoro” della iniziativa umana, a dei “professionisti” del “know how”, del “come fare”. È così che stiamo diventando sempre più pecoroni, che stiamo sempre in fila intruppati nel gregge, guardando la coda della pecora davanti a noi, seguendola dovunque vada, purché ci porti dove c’è l’erbetta da brucare. Perché è questa, che ci sta davanti, la pecora che vede e sa dove c’è l’erba che noi cerchiamo.
Di questa “nuova” schiera di umani, di questi soldatini di piombo fatti con lo stampino, di questi “replicanti”, vuoti a perdere e spersonalizzati, non so che farmene se non una pessima opinione.

Numero1737

DONO  DELLA  SERA

Non ti stupire

delle calde risate,

delle danze

dei desideri,

delle emozioni

riassaporate,

in giochi

da ragazzi.

Accogli fidente

la mia mano

che si schiude

alla tua tremula,

pudico germoglio

di un amore

ormai serotino.

Numero1736

AGO  E  FILO
(Una vita strappata)

Eravamo

ago e filo

per imbastire

un rapporto,

toppe di velluto

per coprire

gli strappi

di una vita,

tanta pazienza

per rammendare

gli orli lisi

di un amore.

Eravamo,

e ora siamo,

una coperta

vecchia e sdrucita

che serviva,

e servirà,

ancora, un po’,

a riscaldare.

 

Numero1735

Franza o Spagna,

purché se magna.

Numero1730

Vertù contra furore

prenderà l’arme, et fia il combatter corto,

ché l’antiquo valore,

ne li Italici cor, non è ancor morto.

Francesco Petrarca        Italia mia, benché il parlar sia indarno.