Numero1036

Quando ci si innamora,

uno più uno fa uno.

Quando ci si lascia,

due meno uno fa zero.

Numero1035

L’amore è una pianta

che nasce spontanea,

ma vive soltanto

se viene coltivata.

Numero1034

L’amore bisogna raccoglierlo,

proprio come quando,

in mezzo al deserto,

si ha avuto la fortuna

di trovare un fiore.

Numero1033

E’ una vera magia incontrare

la persona della tua vita,

senza averla mai cercata.

Numero1032

L’amore muore quando

non ci si lascia trasportare.

Numero1031

Quando il sentimento

vince sull’orgoglio,

allora è vero amore.

Numero1030

Comunque vada,

si viaggia insieme.

Insieme siamo saliti

sul treno della vita

e il destino ci ha prenotato

lo stesso posto,

fianco a fianco.

Numero1029

L’ amore, quello vero,

resta comunque,

nonostante tutto,

ti rimane accanto.

Perché il suo tempo

è per sempre.

Numero1028

Non mi vergogno a dire che un tempo, nei FAVOLOSI ANNI ’60, le canzonette si scrivevano così. Erano di una ingenuità banale, ma piacevano per questo.

Noi eravamo banalmente ingenui, allora. Adesso, invece, siamo logori e incarogniti. Ci rimane la triste saggezza della vecchiaia e….qualche ricordo.

M A R I L I S A

Un’estate così non verrà mai più,

con te è finita la mia gioventù,

oh Marilisa, Marilisa torna ancor,

su questa spiaggia dove si è bruciato

tutto il nostro amor.

 

Il silenzio del mar parla ancor di te

di quando eri qui accanto a me,

oh Marilisa, Marilisa torna ancor,

perfino il sole sembra freddo e grigio

senza il tuo calor.

 

Ora sento che mai non potrò dimenticar

i giorni che ho vissuto in riva al mar,

oh Marilisa, Marilisa dove sei.

vorrei che il vento ti potesse dire

tutti i sogni miei.

 

Le parole d’amor che dicevi a me,

il vento le ha portate via con sé,

oh Marilisa, Marilisa dove sei,

non ho la forza per poterti dire

quanto ti vorrei.

 

Tricesimo    Anno 1964.

Numero1027

R I C O R D O   D I   G I O V E N T U’      Testo di una canzone di più di 50 anni fa.

N O I   S I A M O   I   S E L V A G G I

Se c’è qualcuno, amici miei,

che non sa chi siamo noi,

se c’è qualcuno tra di voi

che non c’ha sentiti mai,

a lui vogliam dire la verità

che fa inorridire la società!

…Uh! Noi siamo i Selvaggi!

 

Se c’incontrate per la strada

salutiamo prima noi,

siamo civili ed educati

quando siamo in mezzo a voi.

Ma, se sentiamo il ritmo di una canzone,

dimentichiamo quasi l’educazione!

…Uh! Noi siamo i Selvaggi!

 

Dimenticate per un poco

l’etichetta e i vostri guai,

provate un po’ a comportarvi

da selvaggi come noi.

Se questa confusione non vi va giù,

allora non vi piace la gioventù!

…Uh! Noi siamo i Selvaggi!

 

Tricesimo, anno 1964.

Numero1026

Q U A N D O    S A R O’   C A P A C E   D’ A M A R E

Giorgio Gaber            testo di Alessandro Luporini.

 

Quando sarò capace d’amare

probabilmente non avrò bisogno

di assassinare in segreto mio padre,

né di far l’amore con mia madre in sogno.

 

Quando sarò capace d’amare,

con la mia donna non avrò nemmeno

la prepotenza e la fragilità

di un uomo bambino.

 

Quando sarò capace d’amare,

vorrò un donna che ci sia davvero,

che non affolli la mia esistenza,

ma non mi stia lontana neanche col pensiero.

 

Vorrò una donna che, se io accarezzo

una poltrona, un libro o una rosa,

lei avrebbe voglia di essere solo

quella cosa.

 

Quando sarò capace d’amare,

vorrò una donna che non cambi mai,

ma, dalle grandi alle piccole cose,

tutto avrà un senso perché esiste lei.

 

Potrò guardare dentro al suo cuore

e avvicinarmi al suo mistero,

non come quando io ragiono,

ma come quando respiro.

 

Quando sarò capace d’amare

farò l’amore come mi viene,

senza la smania di dimostrare,

senza chiedere mai se siamo stati bene.

 

E nel silenzio delle notti,

con gli occhi stanchi e l’animo gioioso,

percepire che anche il sonno è vita

e non riposo.

 

Quando sarò capace d’amare,

mi piacerebbe un amore

che non avesse alcun appuntamento

col dovere,

 

un amore senza sensi di colpa,

senza alcun rimorso,

egoista e naturale come un fiume

che fa il suo corso.

 

Senza cattive o buone azioni,

senza altre strane deviazioni,

che, se anche il fiume le potesse avere,

andrebbe sempre al mare…..

 

così vorrei amare.

Numero1025

I    S O L I             Giorgio Gaber      (testo e musica).

 

I soli sono individui strani,

con il gusto di sentirsi soli, fuori dagli schemi,

non si sa bene cosa sono

forse ribelli, forse disertori,

nella follia di oggi i soli sono i nuovi pionieri.

 

I soli e le sole non hanno ideologie,

a parte una strana avversione per il numero due,

senza nessuna appartenenza,

senza pretesti o velleità sociali,

senza nessuno a casa a frizionarli con unguenti coniugali.

 

Ai soli non s’ addice l’intimità della famiglia,

magari solo un po’ d’amore, quando ne hanno voglia,

un attimo di smarrimento, un improvviso senso d’allegria,

allenarsi a sorridere per nascondere la fatica

soli, vivere da soli,

soli, uomini e donne soli.

 

I soli si annusano tra loro,

son così bravi a crearsi intorno un senso di mistero,

sono gli Humphrey Bogart dell’amore,

sono gli ambulanti, son gli dei del caso,

i soli sono gli eroi del nuovo mondo coraggioso.

 

I soli e le sole ormai sono tanti,

con quell’aria un po’ da saggi, un po’ d’adolescenti,

a volte pieni d’energia,

a volte tristi, fragili e depressi,

i soli c’han l’orgoglio di bastare a se stessi.

 

Ai soli non s’addice il quieto vivere sereno,

qualche volta è una scelta, qualche volta un po’ meno,

aver bisogno di qualcuno,

cercare un po’ di compagnia

e poi vivere in due e scoprire che siamo tutti

soli, vivere da soli,

soli, uomini e donne soli.

 

La solitudine non è malinconia,

un uomo solo è sempre in buona compagnia.

Numero1024

N O N   I N S E G N A T E    A I    B A M B I N I

Giorgio Gaber         testo  Alessandro Luporini

 

Non insegnate ai bambini

non insegnate la vostra morale,

è così vecchia e malata

potrebbe far male.

Forse una grave imprudenza

è lasciarli in balia

di una falsa coscienza.

Non elogiate il pensiero

che è sempre più raro,

non indicate per loro

una via conosciuta,

ma, se proprio volete,

insegnate soltanto

la magia della vita.

 

Giro giro tondo, cambia il mondo.

 

Non insegnate ai bambini,

non divulgate illusioni sociali,

non gli riempite il futuro

di vecchi ideali.

L’unica cosa sicura

è tenerli lontano

dalla nostra cultura.

Non esaltate il talento

che è sempre più spento,

non li avviate al bel canto,

al teatro, alla danza,

ma, se proprio volete,

raccontategli il sogno

di un’antica speranza.

 

Non insegnate ai bambini,

ma coltivate voi stessi

il cuore e la mente.

Stategli sempre vicini,

date fiducia all’amore,

il resto è niente.

 

Giro giro tondo, cambia il mondo.

Numero1023

L A   P A R O L A   I O                    Giorgio Gaber     testo Alessandro Luporini

La parola io

è un’idea che si fa strada a poco a poco,

nel bambino suona dolce come un’eco,

è una spinta per tentare i primi passi

verso l’intima certezza di se stessi.

 

La parola io

con il tempo assume un tono più preciso,

qualche volta rischia d’esser fastidioso,

ma è anche il segno di una logica infantile,

è un peccato ricorrente ma veniale.

 

Io, io, io,

ancora io.

 

Ma il vizio dell’adolescente

non si cancella con l’età

e negli adulti, stranamente,

diventa più allarmante e cresce.

 

La parola io

è uno strano grido che nasconde invano

la paura di non essere nessuno,

è un bisogno esagerato e un po’ morboso,

è l’immagine struggente del Narciso.

 

Io, io, io

e ancora io.

 

Io che non sono nato

per restare per sempre confuso nell’anonimato,

io mi faccio avanti,

non sopporto l’idea di sentirmi un numero fra tanti,

ogni giorno mi espando,

io posso essere il centro del mondo.

 

Io sono sempre presente

son disposto a qualsiasi bassezza per sentirmi importante,

devo fare presto,

esaltato da questa mania di affermarmi ad ogni costo,

mi inflaziono, mi svendo,

io voglio essere il centro del mondo.

 

Io non rispetto nessuno,

se mi serve, posso anche far finta di essere buono,

devo dominare,

sono un essere senza ideali assetato di potere,

sono io che comando,

io devo essere il centro del mondo.

 

Io vanitoso, presuntuoso,

esibizionista, borioso, tronfio,

io superbo, megalomane, sbruffone,

avido e invadente,

disgustoso, arrogante, prepotente

io, soltanto io,

ovunque io.

 

La parola io,

questo dolce monosillabo innocente

è fatale che diventi dilagante,

nella logica del mondo occidentale

forse è l’ultimo peccato originale.

Io.

Numero1022

TESTO di una canzone da musicare:

C O M E   C Y R A N O

 

Io no ho paura

di te.

Fai la faccia scura

con me.

 

E’ la tua natura,

perciò,

tu sei molto dura,

ma so

 

che quest’avventura

per me,

dentro quattro mura

con te,

 

non sarà sicura,

oh no:

è una tortura

che avrò.

 

Adesso basta!

E’ ora di finirla!

Mi sono rotto

di sentirmi un pirla.

Per celebrare

“la fin della tenzone”,

mi sono scritto

perfino ‘sta canzone.

Lo confesso:

ho perso la pazienza

e, come Cyrano,

“giusto al fin della licenza,

io tocco!”      (ripetibile)

E scappo via da te!

 

E’ meglio la rottura

che vuoi,

che una fregatura

per noi.

 

Gennaio 2018.