Numero1951

 

Triste quel discepolo

che non supera il maestro.

Numero1920

 

L’errore è ammesso,

purché diventi lezione.

 

Giampaolo Dallara.

Numero1712

Negli ultimi 10 anni, girando per le scuole primarie Italiane, ho potuto constatare che, ormai, in ogni classe, sono presenti uno o più bambini “certificati”.
Certificati per cosa? Per una carenza di apprendimento.
Discalculia, dislessia, disortografia, disprassia, disgrafia.
(Aggiungo io : disastro! N.d.R.).
Oltre che sorprendermi, la cosa mi ha fatto riflettere. Possibile che ci sia un così alto numero di alunni disturbati? Ci sono bambini che, già all’asilo, arrivano con il loro bel certificato in mano; a volte, sono le stesse mamme a richiederlo, mi ha confessato un giorno una maestra, perché sanno che, in tal modo, il figlio avrà un percorso facilitato.
Così, uno scolaro, che ha difficoltà a scrivere a mano, magari perché ha premuto solo tasti, verrà esonerato , per sempre, dall’imparare a tracciare riccioli, occhielli e aste, senza che nessuno possa dirgli che le uniche vie per imparare passano per l’esercizio, la pazienza, la costanza.
Questo non si chiama educare, ma costringere alla povertà, mettere un inutile stigma sulle spalle di bambini che, nella maggior parte dei casi, non ne avrebbero alcun bisogno.
Però, così, alla fine dell’anno, i conti tornano. Tutti promossi! La scuola-azienda può  dormire sonni tranquilli, ha offerto, come sempre, il massimo dell’efficienza. Senza contare il fatto che questa supposta diversità si trasforma facilmente in una comoda pantofola.
Sono dislessico! Sono disprassico!
L’ha detto il dottore, non posso correre, camminare, mi accontento di ciabattare……

Susanna Tamaro     Alzare lo sguardo

Numero1711

….le autorità superiori hanno detto: basta con queste maestre capaci di spiegare solo cose elementari – le somme delle ciliegie, le divisioni di una torta, i sette Re di Roma. Il fatto che gli Italiani abbiano lasciato l’analfabetismo alle spalle proprio grazie alle maestre forgiate da quella scuola, non ha sfiorato nessuna delle razionalissime menti sessantottarde. Così ora ci troviamo ad avere ragazzi che arrivano all’Università, per esempio, senza conoscere e saper usare le basi della propria madrelingua.
E questa non è l’eccezione, ma la regola.
Diventano medici, avvocati, archeologi, insegnanti senza essere in grado di scrivere in un Italiano corretto e facendo degli errori che, un tempo, chi avesse frequentato anche solo la quinta elementare non si sarebbe mai sognato di fare.
È colpa loro o colpa di chi, più in alto, ha stabilito i programmi e la didattica? Di chi li ha offerti come capi sacrificali sull’altare della Dea Ignoranza?
Per l’aritmetica e la matematica le cose non vanno meglio. Nei test di matematica delle classifiche Europee siamo agli ultimi posti. Come potrebbe essere diversamente, dato che si comincia a confondere le idee fin dall’inizio?
Nella scuola elementare si è, ormai, abbandonato l’insegnamento degli “elementi” e questo abbandono non è, certo, colpa degli insegnanti, che sono, per lo più, molto appassionati del loro lavoro, ma delle idee che stanno a monte. Idee che hanno tutte, alla base, il concetto di “destrutturazione del reale”.
La chiave di lettura che viene offerta è quella della “complessità”.
Non si fanno più pensierini, ma si studia l’analisi del testo letterario; niente affluenti del Po di destra e di sinistra, ma riflessioni approfondite sul cambiamento climatico; niente addizioni di ciliegie, spartizioni di torte, ma “entità equipotenti”.
In una simile visione, non è contemplata l’idea che esista una base comune a tutti i saperi, e che questa base sia necessaria per poter costruire poi qualcosa che duri nel tempo. Tutto è – e deve essere – fluttuante, tutto è – e deve essere – relativo, perché nessuno di noi può avere la certezza, né tanto meno l’arroganza, di credere che esista un’unica versione del reale.
Rendere perversamente e inutilmente complicato ciò che è semplice, è figlio di questa visione ideologica.
La nostra scuola, invece, crea una grande confusione di concetti che cerca poi di risolvere grazie all’abbondanza di crocette – o la va, o la spacca – e con la compilazione di fotocopie, i cui puntini sospesi indicano la direzione da intraprendere.
Usare la mano per tracciare una crocetta o completare i puntini delle parole mancanti è molto diverso che usarla per scrivere un pensiero uscito dalla propria testa. Così come non è la stessa cosa leggere un’ informazione sul tablet e sullo smartphone, oppure sottolinearla sul libro, magari scrivendoci qualche nota accanto.
Non è questione di rimpiangere il bel tempo andato, ma di conoscere i più avanzati studi neurologici. Il rapporto occhio – mano – cervello è  estremamente complesso. Semplificarlo – o, peggio ancora, annullarlo – vuol dire lasciare in sonno migliaia e migliaia di connessioni neuronali.
E dal sonno delle connessioni al sonno della ragione, il passo è piuttosto breve.
È questo il fine della scuola?

Susanna Tamaro        Alzare lo sguardo         (compendio N.d.R.)

Numero1710

Educare.
È la stessa etimologia latina a suggerircelo: E-ducere, cioè portare fuori, condurre verso.
Basta un solo briciolo di buon senso per capire l’importanza di questo ferreo patto. Procedere, come si fa oggi, “l’un contro l’altro armati” non può che portare al suicidio della nostra civiltà.
Sì, la nostra società ricca, aperta e libera, come non mai nella storia umana, ha smesso di educare e non sembra essersi resa, davvero, conto delle conseguenze di questa deleteria scelta.
Un bambino non educato diventa un adulto non educato, ed è difficile immaginare come un adulto non educato possa rivelarsi un elemento attivo e propositivo della società.
Forse, la prima mietitura di questa semina è già da un po’ sotto i nostri occhi.
Il trionfo dell’ignoranza esibita come merito, l’esaltazione dei comportamenti incivili come ammirabili e coraggiosi, la prepotenza come istanza normale di un rapporto, che cosa sono, se non i frutti malati della non educazione?
Cosa ci dicono il dilagare delle droghe tra i ragazzi e, ormai, anche tra i bambini, la diffusione dell’alcolismo giovanile, la crescita esponenziale dei disturbi psichiatrici in età pediatrica?
Ci dicono che è in corso un gravissimo sbilanciamento antropologico e che questo squilibrio, anziché risolversi, con il tempo diventa sempre più grande, più inarrestabile, scende verso di noi – e verso il nostro futuro – come una valanga che travolge ogni cosa nella sua folle corsa.
Non è mia intenzione generalizzare, conosco, per fortuna, tanti ragazzi che non sono affatto così. Ragazzi meravigliosi, curiosi e liberi nella mente e nel cuore come mai la mia generazione, gravata dalle ideologie, ha potuto essere.
C’è una cosa, però, che li separa dai loro coetanei che fluttuano senza peso.
Ad un certo punto della loro crescita, qualcuno ha offerto loro la possibilità di radicarsi. Si torna, così, alle lezioni di scienze delle elementari. Prima di far spuntare le foglie, il fagiolo, avvolto nell’ovatta umida sul davanzale della finestra in classe, sviluppa una radice.
Oh, meraviglia! Per andare verso l’alto, bisogna prima scendere verso il basso.
Niente fondamenta, niente crescita.
Vale per gli uomini, vale per le case, vale per tutto ciò che deve ergersi in altezza e durare nel tempo.

Susanna Tamaro      Alzare lo sguardo.

Numero1581

Un maestro non è

chi insegna qualcosa,

ma chi ispira l’alunno

a dare il meglio di sé.,

per scoprire una conoscenza

che già possiede

nella propria anima.

Paulo Coelho.

Numero1416

Rimanere allievo

è il segreto

del maestro.

Numero1382

Le difficoltà che affronti oggi,

sviluppano la forza di domani.

Numero1365

Chi sa litigare

restando educato,

è capace di tutto.

Numero1314

Tu sei

quello che leggi.

Numero1296

Ai ragazzi: “Ogni parola

che non imparate oggi,

sarà un calcio in culo

che prenderete domani”.

Don Milani.

Numero1287

A tuo figlio non dare il pesce,

ma la canna da pesca.

Confucio.

Numero1286

Educare non è riempire un vaso,

ma accendere un fuoco.

Plutarco.

Numero1267

Le cose che impari

senza gioia

le dimentichi subito.

Numero1254

Nulla di ciò

che è veramente utile,

si può insegnare.