Numero1981

 

Da Rita

 

Dalla poesia  “A galla”  di Eugenio  Montale  1919

 

….E senti, allora,

se pure ti ripetono che puoi

fermarti a mezza via o in alto mare,

che non c’è sosta per noi,

ma strada, ancora strada,

e che il cammino è sempre da ricominciare.

 

N.d.R.  Bellissima!  Un pensiero e un augurio, per tutti noi.

Numero1941

 

La “social catena” per combattere il nemico

“Siamo tutti uniti in un grande sforzo contro un nemico invisibile, temibile, che ci fa ricordare quanto è importante la solidarietà. Nella “Ginestra”, Giacomo Leopardi ci ricorda che l’unica difesa, l’unico modo per sopravvivere è la social catena”, ha commentato Olimpia Leopardi, discendente del poeta.

e quell’orror che primo
contra l’empia natura
strinse i mortali in social catena

e quando il terrore che per primo
unì gli uomini contro la natura malvagia
in una catena di solidarietà

Che cos’è la “social catena”

Composta a Torre del Greco nel 1836, “La Ginestra” esprime l’estremo messaggio della riflessione leopardiana. Il messaggio è un invito a prendere atto dell’infelicità degli uomini, così da stabilire un rapporto di solidarietà fra i componenti del genere umano, contro il vero nemico, che è la natura. Contro di essa, gli uomini non possono far altro che allearsi e costruire una rete di solidarietà e soccorso reciproco. È questa una delle grandi lezioni che ci ha consegnato il poeta Giacomo Leopardi attraverso i suoi versi. Versi che oggi risuonano quanto mai attuali, di fronte al dilagare di un’epidemia, che può essere sconfitta soltanto insieme.

Numero1940

 

Segnalata da Rita

 

Attribuita a TRILUSSA
(N.d.R. : Io non ci credo, Trilussa scrive assai meglio le “sue” poesie. Infatti, le mie perplessità riscontrano conferma, perché ho trovato quanto segue) :

La poesia è stata erroneamente attribuita a Trilussa, probabilmente sia per  il dialetto romanesco in cui è scritta, sia per lo stile carico di salutare ironia. S’intitola Io e Dio ed è stata scritta, in realtà, da Piero Infante:

 

IO E DIO

Ve vojo riccontà ‘na storia strana,
che m’è successa propio l’artra settimana.

Camminavo pe’ r vialone, davanti alla chiesa der paese
quanno ‘na strana voja d’entrà me prese.

​Sia chiaro non so mai stato un cristiano praticante,
se c’era un matrimonio, se vedevamo al ristorante.

​Ma me so sentito come se quarcuno,
me dicesse: “dai entra, nu’ c’è nessuno”.

Un misto de voja e paura m’aveva preso,
Ma ‘na vorta dentro, restai sorpreso.

La chiesa era vota, nun c’era nessuno;
la voce che ho sentito era la mia, no de quarcuno.

C’erano quattro panche e un vecchio crocifisso de nostro Signore:
“Guarda te se a chiamamme è stato er Creatore”.

Me gonfiai er petto e da sbruffone gridai: “ So passato pè un saluto”.
Quanno na voce me rispose: ”mo sei entrato, nu fa lo scemo mettete seduto!”

Pensai: mo me giro e vado via,
quanno quarcuno me rispose: “Nu te ne ‘nnà. Resta … famme compagnia”.

“Famo n’altra vorta , poi mi moje chi la sente: è tardi sarà già  tutto apparecchiato”.
“Avvicinate nu fa lo scemo, ‘o so che nu sei sposato.

Me sentivo troppo strano, io che nun avevo mai pregato
me sentivo pregà dar Signore der creato.

“Signore dateme na prova, devo da crede
che sete veramente Iddio che tutto vede”.

“Voi na prova ? Questo nu te basta? Te sei mi fijo,
e io sto qua inchiodato pe er bene che te vojo!”

“Me viè da piagne, me sento de scusamme.
Signore ve prego perdonate le mie mancanze.

A sapello che c’eravate pe davero …
venivo più spesso, ve accennevo quarche cero”.

“Ahahahahhaha ma te pensi che io sto solo qua dentro?
Io so sempre stato co te, nella gioia e nel tormento.

Te ricordi quanno eri piccolino,
io pe te ero Gesù bambino

Prima de coricatte la sera,
me dedicavi sempre na preghiera.

Era semplice, quella che po’ fa er core de un bambino,
me facevi piagne e con le mie lacrime te bagnavo er cuscino.

Poi anni de silenzio… te s’è indurito er core.
Proprio verso de me, che t’ho fatto co tanto amore.

Te gridavo fijo mio sto qua,
Arza l’occhi guarda tuo papà!

Ma te niente… guardavi pe tera
E te ostinavi a famme la guera.

Poi quanno tu padre stava male
e te già pensavi ar funerale,

sul letto de morte… nelle ultime ore
t’è scappata na preghiera… “Te affido ar core der Creatore”.

Ecco perché t’ho chiamato,
pe ditte quanto me sei mancato.

Ho cominciato a piagne dalla gioia e dar dolore…
Ho scoperto de esse amato dar Signore…

​Questa è na storiella che nun ’ha niente da insegnà,
​solo che in cielo c’è un Dio che piagne se lo chiami papà!

 

Chiedo scusa all’autore, ma ho voluto dare un’aggiustata alla metrica e alla rima e ho scritto, rispettando la struttura dell’idea e del contesto, questa versione, riveduta e corretta, che segue.

IO  E  DIO

Stavorta, ve vojo riccontà ‘na storia strana
che m’è successa proprio l’artra settimana.

Stavo passanno davanti alla chiesa der paese,
quanno ‘na voja d’entrà, d’un tratto, me prese.

Io nun sono mai stato un cristiano praticante:
se c’è un matrimonio, se vedemo ar ristorante.

Chissà perché, me so’ sentito come se quarcuno
me dicesse de botto: “Entra, che nun c’è nessuno”.

M’aveva preso un misto de voja e de paura,
ma, ero da solo, nun potevo fa’ brutta figura.

La chiesa era proprio vota, nessuno che pregava;
forse me dispiaceva, se quarcuno me guardava.

Quattro panche, ‘na gran croce co’ nostro Signore,
“Guarda te, se a chiamamme è stato er Creatore!”

Me feci coraggio e sussurrai: “So’ passato pe ‘n saluto”.
‘Na voce me rispose: “Sei entrato, mo mettete seduto!”.

Presi paura e me pensai: “Chi è? Mo me ne vado via”.
Ma la voce “Nun te ne annà – disse – famme compagnia”.

“Famo n’artra vorta, mi moje ha già apparecchiato”.
“Nun fa’ lo scemo, ‘o so bene che nun sei sposato”.

Me sentivo troppo strano, io non avevo mai pregato,
ma, però, me sentivo pregà dar Signore der Creato.

“Signore, dateme ‘na prova – dissi – devo da crede
che voi siete veramente Iddio che tutto vede?”.

“Voi ‘na prova? Guardame, sto ‘n croce, fijo mio,
Sto  inchiodato pe’ te, anche se so’ fijo de Dio.

“Me vie’ da piagne. Scusateme, ma proprio tanto,
perdonateme, Signore, se nun so’ stato un santo.

Se lo sapevo mai che voi c’eravate per davero….
venivo più spesso, ve accennevo quarche cero!”.

“Vabbè, ma adesso che stai qua dentro con me,
sappi che, ner bene e ner male, io sempre fui con te.

Forse nun te lo ricordi, ma quann’eri piccolino,
bé, io sono stato, per te, il tuo “Gesù Bambino”.

So anche, che, prima de coricatte, ogni sera,
tu me dedicavi sempre ‘na piccola preghiera.

Era semplice, quer che viene dar core de un bambino,
me facevi piagne, e le lacrime te bagnaveno er cuscino.

Poi, anni de silenzio,….chissà, te s’era indurito er core
proprio co’ me, che t’avevo fatto co’  tanto amore.

Io aspettavo e te gridavo: “Fijo mio, ecco, sto qua,
perché nun arzi l’occhi in su, guarda tuo papà!

Ma niente, tu te ne annavi avanti a guardà pe’ tera
mentre, ostinato, co’ me stavi sempre in  guera.

Un brutto giorno, quanno tuo padre stette male
e nun te restava, ormai, che pensare ar funerale,

però, sur suo letto de morte, in quell’urtime sue ore,
te scappò ‘na preghiera: “T’affido ar core der Signore”.

Ecco, caro, adesso sai er perché che t’ho chiamato:
era pe’ ditte, finalmente, quanto me sei mancato”.

Ho cominciato a piagne, dalla gioia e dar dolore,
perché avevo scoperto d’esse amato dar Signore.

Questa storiella, sì, c’ha quarcosa da insegnà:
che, in cielo, quarcuno piagne, se lo chiami papa!

 

 

Numero1936

 

LA  SPERANZA

SPERANZA     di  Gianni Rodari

Se io avessi una botteguccia
fatta di una sola stanza
vorrei mettermi a vendere
sai cosa? La speranza.

“Speranza a buon mercato!”
Per un soldo ne darei
ad un solo cliente
quanto basta per sei.

E alla povera gente
che non ha da campare
darei tutta la mia speranza
senza fargliela pagare.

Numero1919

 

ATTENZIONE :  QUESTA  È  UNA BUFALA,  UNA FAKE  NEWS.

Sta circolando su  FACEBOOK e viene attribuita ad una poetessa e scrittrice, KITTY  ‘O  MEARY  (1839 – 1888), che l’avrebbe scritta nel 1869.
NON  È  AFFATTO  VERO:     È stata scritta adesso.

È vero, invece, chiunque l’abbia scritta, che vale la pena di leggerla.
Per questo la pubblico.

 

E la gente rimase a casa.
E lesse libri ed ascoltò.
E riposò e fece esercizi.
E fece arte e giocò.
E imparò nuovi modi di essere.
E si fermò.

E ascoltò più in profondità.
Qualcuno meditava.
Qualcuno pregava.
Qualcuno ballava.
Qualcuno incontrò la propria ombra.
E la gente cominciò a pensare in modo differente.

E la gente guarì.
E, nell’assenza di gente che viveva
in modi ignoranti,
pericolosi,
senza senso e senza cuore,
anche la terra cominciò a guarire.

E quando il pericolo finì.
E la gente si ritrovò.
Si addolorarono per i morti.
E fecero nuove scelte.
E sognarono nuove visioni.
E crearono nuovi modi di vivere.
E guarirono completamente la terra.
Così come erano guariti loro.

Numero1918

 

CARO  CORONAVIRUS

 

Testo adattato alla musica di     “Erba di casa mia”      di  Massimo Ranieri

 

Caro Coronavirus,

ma questa pandemia

quando va via?

È un gran disagio

vivere col contagio,

restare chiusi in casa,

attenti ad ogni cosa.

 

Incubo, Coronavirus,

ci causi troppi guai

come non mai!

Della pazienza

siamo rimasti senza.

Che fare della vita

che tu hai rovinata?!

 

Ma questa malattia

un bel dì finirà,

allora tutti insieme

ci si ritroverà,

vedersi con gli amici

nella normalità.

Comincia un’altra vita!

Basta che sia finita!

 

Vattene, Coronavirus:

ora la vita è questa,

non è una festa.

Muore la gente

e non puoi farci niente.

Cantiamo tutti in coro,

almeno col pensiero.

 

Un’altra primavera

chissà quando verrà?

E questa nostra vita

chissà come sarà?!

Ancora un’altra volta

cominciar si dovrà.

Basta che vada via

questa epidemia!

 

Tricesimo,        22 Marzo  2020.

Numero1917

 

CORONAVIRUS

 

Sull’aria di                 “La canzone di Marinella”          di Fabrizio de André

 

E adesso abbiamo proprio la certezza:

questo “coronavirus” è una schifezza.

Staremo chiusi in casa, per settimane,

mentre la vita se ne andrà a puttane.

 

Ci roderemo il fegato di rabbia,

chiusi come leoni in una gabbia.

Ci stiamo rovinando l’esistenza,

frustrati da un senso d’impotenza.

 

Negli ospedali, in tanti stan morendo,

sono stroncati da ‘sto male orrendo

che si diffonde come uno “tsunami”

e che ti porta via quelli che ami.

 

Stavolta ce l’han fatta troppo grossa,

e in molti finiranno nella fossa,

perché finisca ‘sta maledizione

non basterà cantare una canzone.

 

E questo è un ricorso della storia

di cui abbiamo perso la memoria,

non ci voleva anche questa guerra

che porterà sterminio sulla terra.

 

E come prima non sarà più niente,

chissà come farà tutta la gente,

con questa malattia contagiosa:

dovremo inventarci qualche cosa.

 

Però, se il coraggio non si smorza,

in qualche modo, ci faremo forza:

bando ai piagnistei e alle lagnanze,

non perderemo anche le speranze.

 

Bando ai piagnistei e alle lagnanze,

non perderemo anche le speranze.

 

Tricesimo,   21  Marzo  2020                 Primo giorno di Primavera.

Numero1909

 

Segnalata da Rita

 

Oggi Roberto Piumini, poeta Italiano, compie 73 anni.

L’Humanitas di Milano gli ha chiesto di scrivere di corona virus per i bambini, in modo rigoroso ma senza ansia e paura.

Ecco la sua filastrocca:

??

Che cos’ è che in aria vola?

C’ è qualcosa che non so?

Come mai non si va a scuola?

Ora ne parliamo un po’ .

Virus porta la corona,

ma di certo non è un re,

e nemmeno una persona:

ma allora, che cos’ è?

È un tipaccio piccolino,

così piccolo che proprio,

per vederlo da vicino,

devi avere il microscopio.

È un tipetto velenoso,

che mai fermo se ne sta:

invadente e dispettoso,

vuol andarsene qua e là.

È invisibile e leggero

e, pericolosamente,

microscopico guerriero,

vuole entrare nella gente.

Ma la gente siamo noi,

io, te, e tutte le persone:

ma io posso, e anche tu puoi,

lasciar fuori quel briccone.

Se ti scappa uno starnuto,

starnutisci nel tuo braccio:

stoppa il volo di quel bruto:

tu lo fai, e anch’ io lo faccio.

Quando esci, appena torni,

va’ a lavare le tue mani:

ogni volta, tutti i giorni,

non solo oggi, anche domani.

Lava con acqua e sapone,

lava a lungo, e con cura,

e così, se c’ è, il birbone

va giù con la sciacquatura.

Non toccare, con le dita,

la tua bocca, il naso, gli occhi:

non che sia cosa proibita,

però è meglio che non tocchi.

Quando incontri della gente,

rimanete un po’ lontani:

si può stare allegramente

senza stringersi le mani.

Baci e abbracci? Non li dare:

finché è in giro quel tipaccio,

è prudente rimandare

ogni bacio e ogni abbraccio.

C’ è qualcuno mascherato,

ma non è per Carnevale,

e non è un bandito armato

che ti vuol fare del male.

È una maschera gentile

per filtrare il suo respiro:

perché quel tipaccio vile

se ne vada meno in giro.

E fin quando quel tipaccio

se ne va, dannoso, in giro,

caro amico, sai che faccio?

io in casa mi ritiro.

È un’ idea straordinaria,

dato che è chiusa la scuola,

fino a che, fuori, nell’ aria,

quel tipaccio gira e vola.

E gli amici, e i parenti?

Anche in casa, stando fermo,

tu li vedi e li senti:

state insieme sullo schermo.

Chi si vuole bene, può

mantenere una distanza:

baci e abbracci adesso no,

ma parole in abbondanza.

Le parole sono doni,

sono semi da mandare,

perché sono semi buoni,

a chi noi vogliamo amare.

Io, tu, e tutta la gente,

con prudenza e attenzione,

batteremo certamente

l’ antipatico birbone.

E magari, quando avremo

superato questa prova,

tutti insieme impareremo

una vita saggia e nuova.

Numero1895

Segnalata da Rita

Questi versi di Umberto Saba riescono ancora oggi a toccarci nel profondo
dando voce alla nostra paura più grande: perdere chi amiamo.

 

ADDIO

Dimmi tu addio,

se a me dirlo non riesce.

Morire è nulla,

perderti è difficile!

 

Umberto Saba.

Numero1801

Uno dei più bei testi di protesta e contestazione da un personaggio fra i più amati dal mondo intellettuale e non solo teatrale.

Canzone interpretata da Francesco Guccini.

C I R A N O                              Musica di Giancarlo Bigazzi    Parole di Giuseppe Dati.

Venite pure avanti voi con il naso corto
signori imbellettati, io più non vi sopporto,
infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio
perché con questa spada vi uccido quando voglio.

Venite pure avanti poeti sgangherati
inutili cantanti di giorni sciagurati
buffoni che campate di versi senza forza
avrete soldi e gloria, ma non avete scorza,
godetevi il successo, godete finché dura
ché il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura
e andate chissà dove per non pagar le tasse
col ghigno e l’arroganza dei primi della classe.
Io sono solo un povero cadetto di Guascogna
però non la sopporto la gente che non sogna.
Gli orpelli? L’arrivismo? All’amo non abbocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!

 

Facciamola finita, venite tutti avanti
nuovi protagonisti, politici rampanti,
venite portaborse, ruffiani e mezze calze
feroci conduttori di trasmissioni false
che avete spesso fatto del qualunquismo un arte
coraggio liberisti, buttate giù le carte,
tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese
in questo benedetto, assurdo bel paese.
Non me ne frega niente se anch’io sono sbagliato
spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato
coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco
io non perdono, non perdono e tocco!

Ma quando sono solo con questo naso al piede
che almeno di mezz’ora da sempre mi precede,
si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore
che a me è quasi proibito il sogno di un amore.
Non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute
per colpa o per destino le donne le ho perdute
e quando sento il peso d’essere sempre solo
mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo.
Ma dentro di me sento che il grande amore esiste
amo senza peccato, amo, ma sono triste,
perché Rossana è bella, siamo così diversi,
a parlarle non riesco, le parlerò coi versi
le parlerò coi versi.

Venite gente vuota, facciamola finita
voi preti che vendete a tutti un’altra vita,
se c’è, come voi dite, un Dio nell’infinito
guardatevi nel cuore, l’avete già tradito
e voi materialisti col vostro chiodo fisso
che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso
le verità cercate per terra da maiali,
tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali.
Tornate a casa nani, levatevi davanti
per la mia rabbia enorme mi servono giganti,
ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!

Io tocco i miei nemici col naso e con la spada
ma in questa vita oggi non trovo più la strada,
non voglio rassegnarmi ad essere cattivo
tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo.
Dev’esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto
dove non soffriremo e tutto sarà giusto,
non ridere, ti prego, di queste mie parole,
io sono solo un’ombra e tu, Rossana, il sole.
Ma tu, lo so, non ridi, dolcissima signora
ed io non mi nascondo sotto la tua dimora
perché oramai lo sento, non ho sofferto invano
se mi ami come sono per sempre tuo,
per sempre tuo, per sempre tuo, Cirano.

 

Numero1747

Leggere le poesie insegna ad amare,

aiuta a raggiungere l’empatia.

Numero1737

DONO  DELLA  SERA

Non ti stupire

delle calde risate,

delle danze

dei desideri,

delle emozioni

riassaporate,

in giochi

da ragazzi.

Accogli fidente

la mia mano

che si schiude

alla tua tremula,

pudico germoglio

di un amore

ormai serotino.

Numero1736

AGO  E  FILO
(Una vita strappata)

Eravamo

ago e filo

per imbastire

un rapporto,

toppe di velluto

per coprire

gli strappi

di una vita,

tanta pazienza

per rammendare

gli orli lisi

di un amore.

Eravamo,

e ora siamo,

una coperta

vecchia e sdrucita

che serviva,

e servirà,

ancora, un po’,

a riscaldare.

 

Numero1717

LOTTA  PER  LA  VITA     (TORMENTINO  RAP)

Se vuoi esistere,

tu devi insistere

e poi persistere

e mai desistere.

 

La terra stessa

ci fu promessa;

la nostra messa

non c’interessa.

 

Abbiamo in dono

il brutto e il buono,

torto e perdono

son quel che sono.

 

Ma quel che viene

non sempre è bene:

ci sono catene,

affanni e pene.

 

Morir si deve.

Il tempo è breve,

si scioglie lieve

come la neve.

 

Si spegne il fuoco,

il lume è fioco,

la vita è un gioco

che dura poco.

 

Lottiamo forte

contro la sorte.

Sbarriamo le porte

in faccia alla morte.

Numero1715

VIVA  LA  VITA    (RAP)         ( Epicureismo ironico. )

 

Leone o gazzella,

lupo o pecorella,

sì, la vita è bella:

godiamoci quella.

 

Godiamo adesso

che ci è concesso,

di ogni eccesso,

anche del sesso.

 

Se ci è permesso,

“‘o famo” spesso,

tanto è lo stesso

un gran successo.