Numero1976

 

Pubblico, così come l’ho letta, questa lettera aperta mandata da Alan.

Ricordo, per inciso, di aver giocato, in gioventù, contro l’Avv. Prof. Sergio Kostoris (del Tennis Club Triestino), un match di Coppa Italia sui campi di Padriciano, uscendone sconfitto. Bel giocatore, aveva una classifica troppo alta per me.

 

Camera Penale di Trieste
Prof. Sergio Kostoris
Presidenza
giadrossi@studiolegalegiadrossi.it
tel. 040/360232 – fax 040/660322
34122 TRIESTE Via Santa Caterina da Siena 5

Sentinella, quanto resta della notte? (Isaia 21,11)

L’Italia è alle prese con un’importante emergenza sanitaria. In modo diverso da
altri paesi europei, altrettanto coinvolti dalla pandemia da Covid 19, a due mesi dalle prime notizie di un’emergenza sanitaria nel lodigiano, continuano a essere mantenuti in vigore provvedimenti eccezionalmente limitativi delle libertà fondamentali dei cittadini.
La popolazione nelle prime settimane ha accolto le nuove regole con grande
senso civico. Si è dimostrata partecipe degli eventi luttuosi che stavano colpendo in particolare la Lombardia rimanendo nelle proprie abitazioni, sventolando bandiere e riorganizzando la propria vita familiare e lavorativa, in attesa di un segnale di conclusione dell’emergenza. La dubbia costituzionalità delle forme di decretazione assunte dal Governo e l’assenza di logicità e proporzionalità tra le esigenze sanitarie e le limitazioni imposte ai cittadini, a molti sono apparse evidenti. Incomprensibili erano e sono le ragioni di impedire ai cittadini di frequentare luoghi isolati e di consentire ai genitori di accompagnare i loro figli, con i quali convivono l’intera giornata, ad esempio a fare la spesa.
Ora tutto ciò non può essere più accettato. La creazione volontaria di stati di
emergenza permanenti è divenuta una prassi degli Stati contemporanei, anche di quelli che si definiscono democratici.
Vogliamo ricordare come Giuseppe Dossetti, giurista e uno dei componenti più
attivi nell’Assemblea che predispose il testo della nostra Costituzione, propose un articolo che doveva prevedere che “quando i poteri pubblici violano le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalle Costituzione, la  resistenza all’oppressione è un diritto e un dovere del cittadino”. L’articolo non fu approvato ma questo rimane un monito in uno Stato di diritto.
I provvedimenti più recenti che il Governo e le Regioni in queste settimane hanno adottato, invece di ripristinare le regole di vita quotidiana, hanno ulteriormente ristretto, con dettagli propri del peggiore burocratismo, le maglie dello spazio di libertà concesso agli individui, imponendo comportamenti, quali ad esempio l’obbligo di circolare, anche
in assenza di altre persone, pena una pesante sanzione pecuniaria, con mascherine che le autorità si sono dimostrate persino incapaci di fornire ai cittadini. Misure incomprensibili laddove si consideri che, nel pieno dell’emergenza, non erano state ritenute necessarie e che la gran parte del mondo scientifico le ha ritenute inutili ove si mantenga l’opportuno distanziamento per far rispettare queste norme, essenzialmente a carattere di
prudenza, invece di essere declinata con le forme di un orientamento o invito delle persone ad assumere comportamenti più consoni alla situazione sanitaria del paese, si è trasformata, di ora in ora, in una caccia all’untore, una gara delle forze dell’ordine a contestare il maggior numero possibile di sanzioni, instaurando un inaccettabile controllo capillare di polizia che non ha precedenti nella storia repubblicana. Un clima che ha avuto il suo epilogo durante le feste pasquali che hanno visto il dispiegamento da parte
delle forze dell’ordine e dell’esercito di uomini e mezzi, anche di elicotteri e droni, allo scopo di individuare persone ree solamente di essersi allontanate di qualche centinaio di metri dalla loro abitazione in città e luoghi pressoché deserti. Ciò ha fatto riemergere, in una seppur minima parte della popolazione, pruriti delatori che ci si augurava rimossi in una società incline alla solidarietà e alla convivenza, piuttosto che infestata da elementi psicologicamente turbati, e come tali funzionali al sistema di controllo. Una condizione questa che sembra essere stata artatamente favorita per celare le evidenti falle nel sistema della prevenzione, emergendo d’ora in ora, la sottovalutazione, se non il deliberato occultamento, dei luoghi di diffusione del contagio.
E’ stato fermato un intero paese, le sue attività economiche, la vita sociale in tutte le sue forme, la pubblica amministrazione, sono stati chiusi i palazzi di giustizia, interdicendo persino l’accesso ai luoghi di culto e agli spazi naturali, a conforto dell’anima e del corpo, senza che venissero adeguatamente individuate e isolate, informando la popolazione, quelle che erano le prevedibili aree di maggiore pericolosità di contagio.
L’epidemia sembra stia divenendo un laboratorio per sperimentare forme nuove di governo contrarie ai principi costituzionali. Un esempio per tutti è quello di rivedere il sistema processuale, in particolare quello più delicato che ha la funzione di accertare la responsabilità penale dell’individuo, allontanando dalle aule gli avvocati, favorendo soluzioni di partecipazione ai processi che lascino gli imputati privi di un’effettiva difesa. Società infetta, diritto penale corrotto.
La proposta di utilizzo di app volte al contact tracing, poi, deve necessariamente fare i conti con il principio di proporzionalità della misura che si vuole adottare e passa attraverso una preliminare verifica dell’insufficienza degli ordinari metodi utilizzati dalla scienza epidemiologica ove correttamente attivati, pena il pericolo di un’inutile quanto invasiva imposizione diffusa di una sorta di braccialetto elettronico.
I penalisti italiani, per il ruolo che nella storia hanno avuto, in particolare in
questo momento dominato da derive populistiche e bassi opportunismi politici, devono insorgere contro regole liberticide e la brutalizzazione del sistema e dei rapporti sociali, ricordando come le ragioni di una filosofia liberale siano quelle di ogni consociato.
Penalisti italiani, dobbiamo chiedere di uscire subito da questo preteso stato di
eccezione!
Trieste li 20 aprile 2020
La Camera Penale di Trieste
Alessandro Giadrossi

Numero1963

 

Ricevo da un’amica

 

“Se ne vanno.

Mesti, silenziosi,

come, magari

è stata umile

e silenziosa

la loro vita,

fatta di lavoro,

di sacrifici, tanti.

Se ne va una

generazione, quella

che ha visto la guerra,

ne ha sentito l’odore

e le privazioni,

tra la fuga in un

rifugio antiaereo

e la bramosa ricerca

di qualcosa per sfamarsi.

Se ne vanno mani

indurite dai calli,

visi segnati da

rughe profonde,

memorie di giornate

passate sotto

il sole cocente o

nel freddo pungente.

Mani che hanno

spostato macerie,

impastato cemento,

piegato ferro, in

canottiera e cappello

di carta di giornale.

Se ne vanno

quelli della Lambretta,

della Fiat 500 o 600,

dei primi frigoriferi,

della televisione

in bianco e nero.

Ci lasciano, avvolti

in un lenzuolo, come

Cristo nel sudario,

quelli del boom economico

che, con il sudore,

hanno ricostruito

questa nostra nazione,

regalandoci quel benessere

di cui abbiamo

impunemente approfittato.

Se ne va l’esperienza,

la comprensione,

la pazienza,

la resilienza,

il rispetto, pregi

oramai dimenticati.

Se ne vanno

senza una carezza,

senza che nessuno

gli stringesse la mano,

senza neanche

un ultimo bacio.

Se ne vanno i nonni,

memoria storica

del nostro Paese,

patrimonio della

intera umanità.

L’Italia intera deve

dirvi GRAZIE e

accompagnarvi in

quest’ultimo viaggio

con 60 milioni

di carezze…❤?

 

RICEVUTO da Dott.Begher, pneumologo ospedale S.Maurizio.

Numero1943

 

CURIOSITÀ  STORICHE  D’ ATTUALITÀ

 

Il necroforo (dal greco antico nekró(s)=”morto” + phor(eüs)=”portatore”), anche detto popolarmente becchino o, più volgarmente, beccamorto, a Roma vespillone, è una persona la cui professione è la sepoltura o la cremazione.

 

I monatti, ossia coloro che, che nei periodi di epidemia, erano incaricati di raccogliere e trasportare nei lazzaretti i malati e i cadaveri, a Venezia erano chiamati Pizzigamorti. 

Pizzigamorti o Pizzicamorti erano i becchini veneziani, ossia coloro che erano deputati a vestire e seppellire i morti. La parola becchino o beccamorto deriva dal verbo “beccare”, che significa prendere, e quindi il becchino sarebbe colui che raccoglie i morti. Si consideri anche la maschera con il lungo becco ricurvo, riempito di spezie e unguenti contro la pestilenza, che essi indossavano. La parola potrebbe però anche derivare da fatto che si afferravano “coll’uncino i morti nei tempi di contagio”; altra spiegazione sarebbe collegata al fatto che venivano anche chiamati in modo dispregiativo “corvi … quasi campassero delle carni de’ morti”, nel senso che vivevano e guadagnavano sulla morte altrui.

Pizzicamorti veneziani erano vestiti con un lungo mantello marrone, simile a quello dei frati e con un berretto del medesimo colore.  Durante le pestilenze, non era però questo l’abito utilizzato dai pizzicamorti, che indossavano casacche di grossa tela e guanti, entrambi coperti di catrame, per evitare qualsiasi contatto con i contagiati, e portavano dei campanelli di ottone per avvertire del loro arrivo. Durante la peste del 1485, indossavano una stola con una croce rossa davanti e dietro come i medici.

“Nel 1485 fuvvi un attacco di peste . S’osservò che la Città da molto tempo non potevasi liberare. I Preti, che andavano a confessare i malati avevano certe vesti , che solevano usare a tal bisogno . Queste per ordine pubblico furono loro tolte e bruciate . Fu pure ordinato, che niuno vendesse tele o abiti vecchi, che i Preti i quali visitavano ammorbati , portassero una stola biava , e così pure i Medici , e quelli che maneggiavano morti o appestati , una Croce rossa di dietro e dinanzi per essere conosciuti” .

Il  Magistrato della Sanità faticava naturalmente a trovare persone disposte a fare il mestiere del becchino nei periodi in cui imperversava la pestilenza. I Pizzigamorti, di solito sottopagati, chiedevano notevoli aumenti di stipendio durante le epidemie. Non essendo comunque essi in numero sufficiente, il governo era costretto ad assoldare dei detenuti, promettendo loro una buona retribuzione. Per lo stesso motivo, le infermiere dei lazzaretti erano quasi tutte prostitute.

Si trattava, in ogni modo, di personale poco affidabile, che rubava dalle case vuote, spogliava dei vestiti e di ogni avere i morti, per poi rivendere la merce rubata e probabilmente infetta. I Pizzicamorti vennero anche accusati di aver intenzionalmente diffuso l’infezione, per poter essere assunti con stipendi più vantaggiosi e guadagnare con il contrabbando. Pur essendo necessari per la salvaguardia della salute pubblica, i Pizzicamorti erano odiati dalla popolazione: nessun altra figura della sanità pubblica aveva contatti così stretti con la peste come loro, e per questo erano considerati pericolosi; al tempo stesso, si sapeva che rubavano ai morti e venivano perciò considerati privi di qualsiasi compassione umana, al pari delle bestie. I Pizzigamorti non erano comunque gli unici a trarre vantaggio dal dramma del contagio; esiste una vasta documentazione archivistica che prova che anche barcaioli e guardie dei lazzaretti  furono condannate per reati di questo genere.

Da un breve opuscolo del notaio veneziano Rocco Benedetti, veniamo a sapere che, durante la peste del 1575, intere famiglie venivano condotte all’aperto e costrette a spogliarsi in pubblico, così che i dottori potessero verificare che non erano infette. I Pizzicamorti giravano per la città e penetravano nelle case di quelli che vivevano da soli e di cui non si avevano più notizie da giorni, abbattendo le porte o entrando dalle finestre; trovavano i residenti morti nei loro letti o per terra, li trasportavano fuori e li caricavano sulle barche, che si muovevano continuamente avanti e indietro dai lazzaretti . Dato che parte del contagio era causato dal fatto che molte persone infette si ostinavano a voler rimanere nelle proprie case, fu decretato per pubblico Editto che:

“per l’avenire, gli feriti senza remissione alcuno si mandassero subito al Lazzaretto vecchio, e gli sani, che in quella casa che si trovassero al Lazzaretto novo, e quelli che non vi volessero o facessero resistentia d’andarvi, se gli gettavano giù la porta dal capo della sanità, e fossero da pizzamorti tratti per forza fuora di casa, e condotti via […] acciò che non si potesse fare contrabandi furono fatte inquisitioni per li sestieri, che andassero inquirendo e formando processo delle case infette, oltra di ciò sentendosi ogni giorno molti ricchiami e querele contra pizzicamorti dell’insolentia e robbarie, che essi facevano per la Città, fu dato a diversi il debito castigo del laccio, e tra gl’altri, alli 3 de Noveb. furono in pleno populo tra le due colonne di S. Marco appesi 4 insieme con una bella giovine d’età de 22 anni per haver dato a loro ricetto la notte in casa, e commodità d’ascondere gli furti”.

 

Caricatura del medico della peste, in Paul Fürst, Die Karikatur und Satire in der E. Hollander, Medizin mediko-kunsthistorische Studie, 1921

                                                                 Caricatura del medico della peste

Lo Stato, durante la terribile epidemia del 1575, dimostrò, in ogni modo, capacità di gestione, fornendo anche le giuste dotazioni ai pizzicamorti per la loro sicurezza.

In una città morta, in cui migliaia di persone abbassano i cestelli dalle finestre per chiedere la carità («fattasi tutta la città questuante», annota tristemente il Fuoli) il governo dà prova della consueta saggezza e sangue freddo: i lazzaretti sono mantenuti efficienti, i rifornimenti di viveri sono assicurati anche nei momenti più difficili, i pizzicamorti, grazie alla dotazione delle casacche di tela incatramata e dei guanti, abbondano, insomma nell’anormalità di una catastrofe senza precedenti si coglie la presenza di un ordinato e razionale intervento dell’apparato dello stato.

Numero1930

 

Prima del Covid-19, almeno altre 13 pandemie hanno infierito negli ultimi 3000 anni. Tutte o quasi generate da zoonosi, il salto di specie fra gli animali, selvatici o da allevamento, e l’uomo attraverso successive mutazioni genetiche dei virus. Polli, anatre, suini, topi, pulci, bovini, dromedari, zibetti e pipistrelli hanno fatto da conduttori, soprattutto in Asia, e in modo particolare in Cina dove hanno sempre vissuto a stretto contatto con l’uomo. Ma quando penetravano in un piccolo villaggio della foresta i virus o i batteri si estinguevano presto. Nelle città del Medioevo europeo, sporche e sovrappopolate, diventarono invece potenti assassini. E dall’epoca dell’urbanizzazione di massa e della globalizzazione, con gli allevamenti intensivi alle porte delle metropoli e i sempre più vasti mercati di animali vivi dentro le megalopoli cinesi, hanno fatto stragi mondiali: 500 milioni o un miliardo di vittime in totale nel corso dei secoli, secondo calcoli approssimativi.

La lotta fra l’uomo e la natura

Ogni pandemia ha cambiato il corso della storia: accompagnando o provocando guerre, migrazioni, crolli di imperi, sistemi economici, poteri religiosi, persecuzioni ideologiche. «È come se da millenni – riflette Ernesto Galli della Loggia, professore di storia contemporanea – fosse in corso una interminabile lotta fra noi umani e il nostro luogo di provenienza, cioè la natura. Grazie al nostro cervello ci siamo distanziati o resi più liberi da lei e una pandemia, attraverso il contatto troppo vicino e pericoloso con alcuni animali, è il modo in cui la stessa natura cerca di rimpossessarsi di quello spazio. Anche noi poi abbiamo contribuito con l’inquinamento ambientale: pensiamo solo al ruolo che l’uomo ha avuto nello sterminio delle api… ma ricordiamoci anche che nessuna pandemia è stata più forte dell’uomo».

La Spagnola, la più terribile

La più spaventosa è stata la Spagnola, pandemia del 1918-1920 (dilagata in due ondate, una primaverile e una autunnale, seguita forse negli Usa da due altre ondate minori fino al 1925). Esplosa alla fine della Grande Guerra, quando le popolazioni erano più debilitate e le truppe si muovevano da un continente all’altro, e trasmessa attraverso uccelli o suini dal virus H1N1. Ha ucciso fra i 50 e 100 milioni di persone nel mondo, molto di più delle vittime della stessa Grande Guerra. Arrivò fino ai confini del globo abitato, sull’Artico. Fu chiamata così perché ne parlarono per primi i giornali spagnoli e quelli americani – forse ancora influenzati dalla censura militare – preferirono evitare l’onta sul loro Paese. Perché, pare, la pandemia arrivò negli Usa con i soldati americani di ritorno dall’Europa. Non si conoscevano cure, se non rimedi empirici contro la febbre e la mascherina facciale o l’isolamento: tutto inutile o quasi. Solo nel 1938 il virologo Thomas Francis riuscì ad isolare il virus e a provare l’esistenza di altri virus influenzali, ma la strada verso il vaccino era ancora lunga e le cause dell’estinzione della pandemia sono ancor or oggi tema di dibattito.

Le conseguenze

La Spagnola provocò un terremoto demografico e migratorio: molti lasciarono le proprie nazioni alla ricerca di Paesi «sani», che però non c’erano, e colpì soprattutto giovani e adulti sani che, nella normale vita civile producendo, vendendo e comprando merci, erano la spina dorsale del sistema economico. La pandemia provocò ovunque la crisi della domanda e dell’offerta, della produzione e del consumo: un vero choc per qualsiasi Paese anche economicamente sano (anche se la manodopera, diventata ricercata e rara, ottenne salari migliori). Il Pil dell’Europa occidentale calò del 7,5%. Tutto questo non poteva non avere effetti destabilizzanti sui sistemi politici e sociali interni. La repubblica di Weimar, grande «bolla» di vuoto politico e incertezza economica, nasce in Germania nel novembre 1918, in coincidenza con la fine della Grande Guerra e l’inizio destabilizzante della Spagnola. E il vuoto di Weimar preparerà l’arrivo di Hitler. Secondo alcuni storici la Spagnola, che coinvolse tutta l’Europa e gli Usa, è alla fine una delle concause indirette anche della Seconda Guerra Mondiale.

L’influenza asiatica e la Sars

Nell’ultimo secolo, un’altra epidemia trasmessa da uccelli (anatre selvatiche dalla Cina) è stata l’influenza asiatica del 1956, provocata da un virus sottotipo dell’H1N1. Durò due anni e fece 1 milione di vittime nel mondo, ma diluita nel tempo non ebbe grandi conseguenze sul boom economico in corso. Nel 2003 arriva la Sars (prima epidemia da coronavirus del ventunesimo secolo), molto contagiosa ma poco letale (8200 vittime nel mondo). Fu portata dalle anatre selvatiche del Guangdong (l’antica provincia cinese meridionale di Canton) e il virus fu identificato dal medico italiano Carlo Urbani, che ne rimase vittima. Ma le pandemie dei millenni precedenti fecero ben altre stragi.

La peste nei secoli

Anni 430-426 a.C.Peste ateniese, 70-100 mila vittime durante la guerra con Sparta, politicamente importante anche perché vi muore Pericle, leader dell’egemonia ateniese. Nel 2005, nel Dna estratto dai denti di uno scheletro sepolto in un cimiltero militare dell’epoca, viene isolato un batterio di febbre tifodea. E si pensa a questo, o a un antenato del virus Ebola, come origine della pandemia.
Anni dal 130 d.C in poi, Peste antonina, con 5-10 milioni vittime, forse vaiolo o morbillo portato a Roma dalle Legioni dopo la campagna contro i Parti, per alcuni storici segna l’inizio della fine politica e militare dell’Impero. Vi muore l’imperatore Lucio Vero.

Anni 541-542 e poi a ondate fino al 750: Peste Giustinianea. L’origine è il batterio Yersina Pestis dei ratti, co-fattore la paurosa densità abitativa di Costantinopoli. Sono in totale fra i 50 e 100 milioni i morti stimati in totale. Percorso storico: Giustiniano, ultimo imperatore di lingua latina, vince la campagna contro i Vandali e poi cerca di strappare l’Italia ai Goti. Ma in un porto lungo il Nilo i suoi soldati vengono a contatto con una barca proveniente dall’Etiopia e carica anche di ratti: contagio inevitabile, portato poi anche a Costantinopoli – che allora aveva 500.000 abitanti – e in Italia dai legionari che tornano in patria. È considerata da alcuni storici la causa della fine dell’impero d’Oriente.
La Peste nera

Dal 1346 al 1353 e poi a ondate successive che seguono le invasioni dell’Orda d’Oro tartaro-mongola, lungo la via della Seta arriva la Peste Nera, sempre portata dalle pulci dei ratti. All’assedio di Caffa mongoli e cristiani si lanciano a vicenda i cadaveri degli appestati. La piaga colpisce popolazioni europee già defedate dalle carestie iniziate nel 1315 dopo una serie di alluvioni. Vittime mai calcolate con precisione, dai 25 ai 100 milioni. Cambia il mondo agricolo del Medioevo, alcuni storici scrivono di «fine dell’antichità«. «Se devo morire fra poco, perché andare nei campi?» è il ragionamento che spinge molti agricoltori ad abbandonare le terre, che presto diventano deserti. Ma chi sopravvive, immunizzato e trasferito nelle città, vivrà meglio: diventerà manodopera ricercata e più pagata di prima, mentre la scarsità di braccia fa crescere ovunque l’innovazione tecnico-meccanica, come la stampa e le armi da fuoco. Con meno soldati in campo, ai re e signori occorrono più armi.
La Peste Nera porta anche i pogrom antisemiti, i peggiori fino ai tempi della Shoa, con gli ebrei accusati come untori. Nel 1348 una bolla di papa Clemente VII vieta di «ascrivere agli ebrei delitti immaginari». Ma la piaga colpisce anche il prestigio della Chiesa: quella «vita e salute» chiesta nelle sue preghiere e processioni, non arriva. E si prepara indirettamente il clima morale e ideologico per l’avvento della Riforma (1517: Lutero affigge le sue tesi a Wittenberg).

La Peste nera ha avuto anche riflessi sull’arte e letteratura e l’arte: il Decamerone, il blocco della costruzione del Duomo di Siena, la diffusione delle «danze macabre» nella pittura medievale, influenzò la pittura fiamminga con le ossessioni nei quadri di Bosch, «Il trionfo della morte» di Peter Brueghel il Vecchio. E poi il capolavoro cinematografico di Bergman: «il settimo sigillo».
1629-1630: la Peste manzoniana

Durò due anni e non si può definire pandemia perché fu circoscritta soprattutto nel nord Italia. Arriva probabilmente dal passaggio degli eserciti (lanzichenecchi) che dormivano nei fienili e si presero le pulci dei ratti. Conseguenze: più di un milione di morti, destabilizzazione sociale, carestie, campagne abbandonate, rivolte rurali, guerre sociali e civili in Italia.

Come sarà il mondo dopo il Covid- 19

Negli ultimi 100 anni, la scienza ha accertato senza più dubbi l’origine zoonotica di varie pandemie (anche fuori dalla Cina: lo scimpanzé dei Laghi, in Africa, morsicando un essere umano avrebbe trasmesso nel 1980 il virus dell’HIV-Aids, circa 36 milioni di vittime nel mondo). La ricerca insegue nuovi vaccini, ma tremila anni dopo i coronavirus e i loro «parenti» arrivano lo stesso. Come cambierà il nostro mondo con il Covid-19 è ancora da scrivere. Sappiamo solo che non sarà più lo stesso.

Numero1918

 

CARO  CORONAVIRUS

 

Testo adattato alla musica di     “Erba di casa mia”      di  Massimo Ranieri

 

Caro Coronavirus,

ma questa pandemia

quando va via?

È un gran disagio

vivere col contagio,

restare chiusi in casa,

attenti ad ogni cosa.

 

Incubo, Coronavirus,

ci causi troppi guai

come non mai!

Della pazienza

siamo rimasti senza.

Che fare della vita

che tu hai rovinata?!

 

Ma questa malattia

un bel dì finirà,

allora tutti insieme

ci si ritroverà,

vedersi con gli amici

nella normalità.

Comincia un’altra vita!

Basta che sia finita!

 

Vattene, Coronavirus:

ora la vita è questa,

non è una festa.

Muore la gente

e non puoi farci niente.

Cantiamo tutti in coro,

almeno col pensiero.

 

Un’altra primavera

chissà quando verrà?

E questa nostra vita

chissà come sarà?!

Ancora un’altra volta

cominciar si dovrà.

Basta che vada via

questa epidemia!

 

Tricesimo,        22 Marzo  2020.

Numero1899

Coronavirus, autocertificazione per gli spostamenti: ecco il modulo da scaricare

Lunedì 9 Marzo 2020

Coronavirus, autocertificazione per gli spostamenti: ecco il modulo da scaricare

 

Questa che vedete è l’intestazione della, ormai,  “famigerata” AUTOCERTIFICAZIONE per poter circolare in Italia, a causa dei noti provvedimenti per il contenimento della diffusione epidemica del Coronavirus.

Guardate le prime due righe, dove si dovrebbero scrivere i dati anagrafici.
Se uno si chiama, che so, Giovan Francesco Lante della Rovere, nato il….., a Barcellona Pozzo di Gotto, residente in Primiero San Martino di Castrozza, in via Strada Vecchia del Mulino, n° 12 e….tralasciando il resto,   mi dite dove diavolo potrebbe scrivere i suoi dati negli spazi previsti dai cervelloni del Ministero dell’Interno?
Cosa ci voleva a predisporre un formulario concepito come segue:

Nome e Cognome ……………………………………………………………………………………………………………….
nato il  …………………..   a    …………………………………………………………………………………………………………
residente a  ………………………………………………………………………………………………….   CAP  …………..
via  ………………………………………………………………………………………………………………………     N°…………..

Ci vogliono solo due righe in più. E non si dica che lo spazio del testo non si può restringere, perché di spazio ne è rimasto a fondo pagina.
Senza parlare degli spazi per indicare la partenza e la destinazione del percorso e per esporre le motivazioni dello spostamento, se appena sono un po’ articolate. Sembra una barzelletta.
Certo che la burocrazia fa proprio dei grandi sforzi per agevolare il corretto comportamento dei cittadini!  Bravi, proprio bravi! L’efficienza e la praticità  non sanno proprio dove stanno di casa, questi “dirigenti” della Pubblica Amministrazione Romana.  Io non li chiamerei “dirigenti”, ma “dirigibili” e sapete perché? Perché sono dei “palloni gonfiati”. E….. incapaci.

Numero1892

 

Segnalato dal mio amico Alberto

CORONAVIRUS

Carissimi, vi allego alcune informazioni che ritengo utili per affrontare adeguatamente i tempi che stiamo vivendo. Fatene buon uso.

La Dottoressa Lidia Rota Vender collabora da anni come Volontaria della nostra Onlus, è Ematologa e Presidente dell’ ALT – Associazione per la Lotta alla Trombosi e alle malattie cardiovascolari. La dottoressa ci spiega cos’è il Coronavirus e come comportarci.

Il Coronavirus non lo ferma il panico, ma  l’intelligenza.

Da un giovane ricercatore che da Shenzhen è stato trasferito a Wuhan per collaborare con la task force che sta combattendo contro l’epidemia da Coronavirus riceviamo e volentieri trasmettiamo a tutti  queste informazioni  chiare, semplici e accessibili a tutti, che descrivono esattamente che cos’è il virus, come si  trasferisce da una persona all’altra e come puó essere neutralizzato nella vita di tutti i giorni.

L’infezione da Coronavirus non provoca raffreddore con naso sgocciolante o tosse catarrosa, ma tosse secca  e asciutta : questa è la cosa piu’ semplice da sapere.

Il virus non resiste al calore e muore se esposto a temperature di  26-27 gradi : quindi consumate spesso durante il giorno bevande calde come the, tisane e brodo, o semplicemente acqua calda: i liquidi caldi neutralizzano il virus e non è difficile berli. Evitate di bere acqua ghiacciata o di mangiare cubetti di ghiaccio o la neve per chi si trova in montagna ( bambini)!

Per chi può farlo: esponetevi al sole!

1. Il corona virus è piuttosto grande (diametro circa 400-500 nanometri), quindi ogni tipo di mascherina può fermarlo: non servono,  nella vita normale, mascherine speciali.

Diversa è invece la situazione dei medici e dei sanitari che sono esposti a forti cariche del virus e devono usare attrezzature speciali.

Se una persona infetta starnutisce davanti a voi, tre metri di distanza faranno cadere il virus a terra e gli impediranno di atterrare su di voi.

2. Quando il virus si trova su superfici metalliche,   sopravvive per circa 12 ore. Quindi, quando toccate superfici metalliche come maniglie, porte, elettrodomestici, sostegni sui tram, ecc., lavatevi bene le mani e disinfettatele con cura.

3. Il virus può vivere annidato nei vestiti e sui tessuti per circa 6/12 ore: i normali detersivi lo possono uccidere. Per gli abiti che non possono essere lavati ogni giorno, se potete esponeteli al sole e il virus morirà.

Come si manifesta:

1. Il virus si installa prima di tutto nella gola, provocando infiammazione e sensazione di gola secca:  questo sintomo può durare per  3 / 4 giorni.

2. il virus viaggia attraverso l’umidità presente nelle vie aeree, scende nella trachea e si installa nel polmone, causando polmonite. Questo  passaggio richiede circa 5/6 giorni.

3. La polmonite si manifesta con febbre alta e difficoltà di respiro, non si accompagna al classico raffreddore. Ma  potreste avere la sensazione di annegare. In questo caso rivolgetevi immediatamente al medico.

Come si può evitare:

1. La trasmissione del virus avviene per lo più  per  contatto diretto, toccando  tessuti  o materiali sui quali il  virus è presente :   lavarsi le mani frequentemente è fondamentale.

Il virus sopravvive sulle vostre mani solo per circa dieci minuti, ma in dieci minuti molte cose possono accadere : strofinarvi gli occhi o grattarvi il naso per esempio, e permettere al virus di entrare nella vostra gola …

Quindi, per il vostro bene e per il bene degli altri,  lavatevi molto spesso le mani e disinfettatele!

2. Potete fare gargarismi con una soluzione disinfettante che elimina o minimizza la quota di virus che potrebbe entrare nella vostra gola: così facendo lo eliminate  prima che scenda nella trachea e poi nei polmoni.

3. disinfettate la tastiera del pc e il mouse !

Dobbiamo tutti avere migliore cura di noi , per il nostro bene e per il bene degli altri.

Dalla redazione di ALT  / Associazione  per la  Lotta alla Trombosi e alle malattie cardiovascolari Onlus – Milano

www.trombosi.org

RICEVO ORA E TRASMETTO X CONOSCENZA

Il nuovo Coronavirus NCP potrebbe non mostrare segni di infezione per molti giorni, prima dei quali non si può sapere se una persona è infetta. Ma nel momento in cui si manifesta la febbre e / o la tosse e si va in ospedale, i polmoni sono di solito già in fibrosi al 50% ed è troppo tardi!

Gli esperti di Taiwan suggeriscono di mettere in atto una semplice verifica che possiamo fare da soli ogni mattina:

Fai un respiro profondo e trattieni il respiro per più di 10 secondi. Se lo completi con successo senza tossire, senza disagio, senso di oppressione, ecc., ciò dimostra che non vi è fibrosi nei polmoni, indicando sostanzialmente nessuna infezione.

In tempi così critici, fai questo controllo ogni mattina in un ambiente con aria pulita!

Questi sono seri ed eccellenti consigli da parte di medici giapponesi che trattano casi COVID-19. Tutti dovrebbero assicurarsi che la propria bocca e la propria gola siano umide, mai ASCIUTTE. 
Bevi qualche sorso d’acqua almeno ogni 15 minuti. PERCHÉ? Anche se il virus ti entra in bocca … l’acqua o altri liquidi lo spazzeranno via attraverso l’esofago e nello stomaco. Una volta nella pancia … L’acido gastrico dello stomaco ucciderà tutto il virus. 
Se non bevi abbastanza acqua più regolarmente … il virus può entrare nelle tue trombe e nei polmoni. È molto pericoloso.

Condividi queste informazioni con la famiglia, gli amici e tutti i conoscenti, per solidarietà e senso civico!!!!

 

 

Numero1878

 

Segnalata da mio nipote Alan.

Questa è la magistrale lettera che il preside del il liceo Volta di Milano, Domenico Squillace, ha scritto a tutti gli studenti della scuola e pubblicata sul sito. Perdete qualche minuto per leggerla: è un capolavoro.

AGLI STUDENTI DEL VOLTA

“La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia…..”

Le parole appena citate sono quelle che aprono il capitolo 31 de “I Promessi sposi”, capitolo che insieme al successivo è interamente dedicato all’epidemia di peste che si abbatté su Milano nel 1630. Si tratta di un testo illuminante e di straordinaria modernità che vi consiglio di leggere con attenzione, specie in questi giorni così confusi. Dentro quelle pagine c’è già tutto, la certezza della pericolosità degli stranieri, lo scontro violento tra le autorità, la ricerca spasmodica del cosiddetto paziente zero, il disprezzo per gli esperti, la caccia agli untori, le voci incontrollate, i rimedi più assurdi, la razzia dei beni di prima necessità, l’emergenza sanitaria…. In quelle pagine vi imbatterete fra l’altro in nomi che sicuramente conoscete frequentando le strade intorno al nostro Liceo che, non dimentichiamolo, sorge al centro di quello che era il lazzaretto di Milano: Ludovico Settala, Alessandro Tadino, Felice Casati per citarne alcuni. Insomma più che dal romanzo del Manzoni quelle parole sembrano sbucate fuori dalle pagine di un giornale di oggi.

Cari ragazzi, niente di nuovo sotto il sole, mi verrebbe da dire, eppure la scuola chiusa mi impone di parlare. La nostra è una di quelle istituzioni che con i suoi ritmi ed i suoi riti segna lo scorrere del tempo e l’ordinato svolgersi del vivere civile, non a caso la chiusura forzata delle scuole è qualcosa cui le autorità ricorrono in casi rari e veramente eccezionali. Non sta a me valutare l’opportunità del provvedimento, non sono un esperto né fingo di esserlo, rispetto e mi fido delle autorità e ne osservo scrupolosamente le indicazioni, quello che voglio però dirvi è di mantenere il sangue freddo, di non lasciarvi trascinare dal delirio collettivo, di continuare – con le dovute precauzioni – a fare una vita normale. Approfittate di queste giornate per fare delle passeggiate, per leggere un buon libro, non c’è alcun motivo – se state bene – di restare chiusi in casa. Non c’è alcun motivo per prendere d’assalto i supermercati e le farmacie, le mascherine lasciatele a chi è malato, servono solo a loro. La velocità con cui una malattia può spostarsi da un capo all’altro del mondo è figlia del nostro tempo, non esistono muri che le possano fermare, secoli fa si spostavano ugualmente, solo un po’ più lentamente. Uno dei rischi più grandi in vicende del genere, ce lo insegnano Manzoni e forse ancor più Boccaccio, è l’avvelenamento della vita sociale, dei rapporti umani, l’imbarbarimento del vivere civile. L’istinto atavico quando ci si sente minacciati da un nemico invisibile è quello di vederlo ovunque, il pericolo è quello di guardare ad ogni nostro simile come ad una minaccia, come ad un potenziale aggressore. Rispetto alle epidemie del XIV e del XVII secolo noi abbiamo dalla nostra parte la medicina moderna, non è poco credetemi, i suoi progressi, le sue certezze, usiamo il pensiero razionale di cui è figlia per preservare il bene più prezioso che possediamo, il nostro tessuto sociale, la nostra umanità. Se non riusciremo a farlo la peste avrà vinto davvero.

Vi aspetto presto a scuola.
Domenico Squillace

 

Numero1876

 

CORONAVIRUS
Il libro del 1981 che aveva previsto (quasi) tutto.

 

Il libro che ha previsto il Coronavirus si intitola “Eyes of the Darkness” (Gli Occhi dell’Oscurità) e uscì nel 1981.
Il suo autore aveva previsto, con inquietante precisione, l’emergenza sanitaria di questi mesi, anche se, al principio, la sua storia era leggermente diversa.
Si chiama Dean Koontz, ed è un romanziere americano, colui che, nel 1981, pubblicò un libro ricco di dettagli sulla diffusione di un virus letale. Epicentro dell’epidemia sarebbe stata la città cinese di Wuhan, che oggi è divenuta così tristemente famosa.
Non è la prima volta che alcune opere d’arte letterarie dimostrano una particolare abilità nel prevedere il futuro. È accaduto anche in altre occasioni, con eventi molto differenti, tanto da non sembrare una coincidenza.

Inizialmente, il thriller di Dean Koontz non avrebbe dovuto essere ambientato in Cina, bensì in Russia, dove, secondo l’autore, gli scienziati dell’Unione Sovietica avevano sviluppato in laboratorio un virus potentissimo, da utilizzare come arma e destinato a contagiare, in breve tempo, un numero enorme di persone.
In una seconda stesura, datata 1996, il romanziere si trova davanti alla necessità di cambiare leggermente la sua storia, mantenendola inalterata nella sostanza, ma “spostandola” dall’Unione Sovietica (che, nel frattempo, si era dissolta dopo la caduta del Muro di Berlino) alla Cina.
È a questo punto che si verifica una coincidenza sensazionale.
Dovendo scegliere una città, dalla quale far partire l’epidemia, a causa di una fuga del contagio da un laboratorio chimico, Dean Koontz decise per la città di Wuhan. Nella prima versione, il virus prendeva il nome della città russa di Gorki e venne identificato con il nome di “Gorki – 400”. Nella seconda stesura, ovviamente, cambiò anche il nome del virus, che venne ribattezzato “Wuhan – 400”. Si tratta di una prassi utilizzata anche nel mondo reale: basta pensare al virus “Ebola” che prende il nome dal fiume presso il quale si originò il contagio. Come se la strana coincidenza non bastasse, la vicenda narrata nel romanzo, si svolge intorno al 2020, come hanno dimostrato, con diverse fotografie e opportune sottolineature, moltissimi fan dell’opera in giro per la rete.

PROFEZIA O “COINCIDENZA LETTERARIA”?

In ambito musicale, si dice spesso che le note sono solo 7 e che, inevitabilmente, ogni nuovo brano composto, finisce con l’assomigliare a un brano scritto in passato, anche se l’autore non ha alcuna intenzione di macchiarsi di plagio. Facendo una considerazione simile, applicandola però nell’ambito letterario, si può affermare che, tra le innumerevoli storie, scritte dai romanzieri di tutto il mondo, prima o poi, qualcuna, casualmente, assomiglia alla verità.
In realtà, è ancora più semplice che queste “coincidenze” avvengono nel caso di romanzi verisimili, che cioè tentano di ricreare meccaniche il più possibile aderenti al vero.
A ben guardare, inoltre, le similitudini tra “Eyes of the Darkness” e la vera storia del Coronavirus, sono piuttosto limitate.
Nel romanzo, infatti, le caratteristiche del virus “Wuhan – 400” sono molto differenti da quelle del vero Coronavirus “COVID – 19”: a dimostrazione che le coincidenze esistono, ma non bisogna vederne anche dove non ci sono.

P.S.: Con la collaborazione di Rita.

Numero1845

“La natura è il medico

delle malattie,

il medico deve solo

seguirne gli insegnamenti”.

 

Ippocrate di Coo.

 

Uno dei fondamenti della medicina

ippocratica è il principio:

«Νόσων φύσεις ἰητροί»,

chiamato in seguito da Galeno

vis medicatrix naturae,

o «forza curatrice naturale»

Numero1844

Se ti udrà un medico di schiavi,

ti rimprovererà:

“Ma così tu renderai medico

il tuo paziente!”.

Proprio così dovrà dirti,

se sei un bravo medico.

 

Ippocrate di Coo.

Numero1837

– Sono stato a dieta 15 giorni!

– Ah, sì?! Quanto hai perso?

– 15 giorni!

Numero1815

IL  CERVELLO  È  PIÙ  GRANDE  DEL  CIELO.        (continua)

Sonno e sogno

 

Durante la notte, non più bombardato da stimoli sensoriali esterni, il cervello può finalmente effettuare il lavoro di archiviazione ed integrazione delle informazioni della giornata. Studi di imaging cerebrale (RM e RM funzionale, RM = Risonanza Magnetica) rivelano che le aree del cervello che si attivano quando dormiamo sono le stesse coinvolte nei processi di apprendimento: quindi, sognare serve proprio a consolidare le nuove informazioni acquisite. Che il sonno non sia un riposo per il cervello è dimostrato dal fatto che, nel passaggio dalla veglia al sonno, il suo consumo di energia cala solo di un 10%; in talune parti del cervello addirittura aumenta.

Una delle prerogative più affascinanti del cervello è che impara sempre.
Anche nel profondo lavorio delle ore di sonno, la mente impara e, al risveglio, abbiamo reti neurali diverse da quando ci siamo addormentati.
E, imparando, il cervello stimola la nostra creatività.
Anche la peculiare struttura narrativa dei sogni, fatta di salti improvvisi e bizzarre associazioni di idee, può determinare straordinarie interazioni con i processi creativi. Questo rimescolare le carte è, verosimilmente, responsabile dell’esperienza che tutti abbiamo fatto, almeno una volta, ossia di uscire da un sogno con un’idea nuova, una visione chiara rispetto ad un problema, che prima di addormentarci non avevamo.
Sono soprattutto gli stati di dormiveglia, un misto tra libera fantasia del sogno e albeggiare della coscienza, che possono diventare momenti di straordinaria ispirazione. È possibile che, dopo che il cervello, durante la notte, ha rimosso il disordine in eccesso, la mente si trovi più libera di compiere associazioni che prima non era in grado di vedere.

Gli studi sul cervello ci dicono dunque che la nostra vita notturna non è solo un gioco di disattivazione di aree cerebrali. Nel sonno, anzi, si attivano molte aree; per esempio, l’ippocampo, regno dell’apprendimento e della memoria, sede in cui si formano i ricordi. E, con esso, si attiva anche l’amigdala, cioè l’area cerebrale deputata all’elaborazione delle emozioni e dei comportamenti, e ciò significa che i sogni coinvolgono fortemente la sfera emotiva, suscitando gioia, ma anche paura. Contemporaneamente, altre zone cerebrali vengono disattivate, tra queste, soprattutto, la corteccia prefrontale dorso-laterale, sede dei processi decisionali e motivazionali che ci permettono l’adattamento a situazioni nuove; in questo modo, con il sonno, si inattiva la parte più razionale del nostro cervello e, forse per questo, nei nostri sogni troviamo spesso un senso disordinato e senza apparente plausibilità.

Come abbiamo detto, molte cose succedono dentro la nostra testa durante la notte. Mentre il corpo riposa, il cervello si rigenera; si ampliano le connessioni fra le cellule cerebrali, alcuni circuiti si consolidano mentre altri sono sfoltiti, si attivano nuove sinapsi che codificano quanto si è imparato da svegli e, così, si consolidano i ricordi e si modifica la nostra personalità.
Dopo quanto abbiamo detto, appare chiaro come il sonno, per il cervello, per l’acquisizione di conoscenze, per lo sviluppo delle nostre idee e della nostra memoria, sia altrettanto importante della veglia. In un cervello sano tutto è legato: senza la veglia non avremmo coscienza, ma senza la possibilità di dormire non potremmo vivere. Tutto ciò che ci rende quello che siamo dipende anche dalle ore che ogni notte trascorriamo sognando.
Eppure il sonno continua ad essere dimenticato, sottovalutato e messo in secondo piano. Rendersi conto di quanto il sonno sia importante e fare di tutto per dormire bene può migliorare la qualità della nostra vita.
Possiamo dire che noi siamo come dormiamo.

Il sonno acquisisce un’importanza ancora più rilevante nei bambini: fin dai primi giorni di vita, il cervello ha bisogno di incamerare moltissime informazioni; serviranno per sviluppare le reti neurali e costituire il loro patrimonio di conoscenze. Per questo i neonati dormono circa 15 ore al giorno e i bambini dormono molto più degli adulti; e per questo nel loro sonno prevale la fase REM (Rapid Eyes Movement= Movimento Rapido degli Occhi), essenziale per lo sviluppo dei processi nervosi e la formazione di connessioni corticali. È scientificamente dimostrato che i bambini che dormono di più hanno una soglia di attenzione più alta e un atteggiamento più calmo, sono maggiormente in grado di imparare e adattarsi ai cambiamenti intorno a loro.
Per questo è importante  aiutare i bambini a dormire per tutte le ore necessarie, non cercando di farli adattare ai ritmi degli adulti, possibilmente accompagnandoli serenamente verso il sogno con il suono della nostra voce, con racconti inventati o leggendo un libro; sono esperienze che rimarranno per sempre nella loro vita, anche quando saranno adulti e che hanno il compito di accompagnarli verso l’inconscio del sonno, togliendo loro la paura della solitudine. Anche nel mondo di oggi, così cambiato rispetto a quando eravamo noi bambini, il legame che si crea tra le parole dell’adulto e l’attenzione stupita del bambino ci trasporta indietro nel tempo, alle innumerevoli volte che, tra chi racconta e chi ascolta si è realizzato questo momento straordinario in cui le memorie dell’uno sono diventate i sogni dell’altro, creando magie che, per il bambino, diverranno straordinari ricordi e frammenti della sua identità.

La maggioranza degli adulti dovrebbe dormire dalle 7 alle 8 ore a notte. Dormire troppo (più di 9 ore) o troppo poco (meno di 5 ore), mette a rischio il cuore e mette a repentaglio l’organismo (obesità, diabete, ansia).
Particolarmente pericoloso è il dormire poco.
Oltre che dormire bene la notte, un’altra cosa che può essere utile al cervello è schiacciare un pisolino (power nap): la siesta è assolutamente naturale e ci aiuta ed essere più vispi, creativi e produttivi. Si è visto che anche un breve pisolino pomeridiano migliora la coordinazione motoria e l’apprendimento del 20%, mentre è dimostrato da una serie vastissima di studi, che la deprivazione del sonno diminuisce le prestazioni cerebrali e compromette la memoria.
Le statistiche sono impressionanti: secondo alcuni sondaggi, circa un terzo degli adulti non riesce a dormire quanto dovrebbe e molti bambini arrivano a scuola affaticati. La nostra tendenza a dormire poco e male riduce la produttività, impedisce l’apprendimento, rovina i rapporti, blocca il pensiero creativo e indebolisce l’autocontrollo. Negli adulti, il dormire poco e male è spesso causa di depressione e di obesità, nei bambini potrebbe scatenare la sindrome da deficit dell’attenzione con iperattività.

Persino una minima privazione può avere un effetto deleterio sulla salute ed è associata ad un elevato rischio di malattie cardiache, diabete, ipertensione e morte prematura. Anche memoria, vocabolario e pensiero logico sono correlati ad un buon sonno. Sappiamo che la melatonina abbassa la pressione arteriosa e contribuisce a prevenire infarti e ictus. Chi dorme meno di 6 ore a notte produce livelli inferiori di melatonina, aumentando il rischio di ipertensione. Lo stesso vale per il diabete. Non dormire stimola la produzione di cortisolo, ormone dello stress, il quale, oltre ai danni che produce al cervello, inibisce la produzione di collagene, dando alla pelle un’aria malsana e facendo comparire rughe e occhiaie. Se non dormiamo abbastanza faremo fatica a concentrarci, tenderemo ad avere più incidenti, saremo meno determinati e produttivi. In conclusione, avere un sonno regolare permette di riprendere le forze spese durante il giorno e all’organismo di funzionare meglio, favorendo concentrazione, coordinamento e, soprattutto, buonumore.
Il sonno, in breve, contribuisce a farci diventare le persone che vogliamo essere. Per questo il sonno e i sogni, con la loro bellezza e il loro mistero,sono uno straordinario regalo che la natura ci fa.
In cambio ci chiede soltanto di chiudere gli occhi e lasciarci andare.

Numero1780

La mente ci mette

più tempo a guarire,

che il corpo.

Numero1779

Le cellule del nostro corpo reagiscono

a tutto ciò che dice la mente.

La negatività abbatte

il nostro sistema immunitario.