Scrivere poesie
non è difficile.
Difficile è viverle
.
Charles Bukowski.

Cosa ci insegna la vita… testamento spirituale di un libero pensatore
Scrivere poesie
non è difficile.
Difficile è viverle
.
Charles Bukowski.
Una poesia in musica, dedicata ad una categoria di persone molto speciali,
scritta da un giovane Claudio Baglioni, quasi 40 anni fa (1981).
I V E C C H I
I vecchi sulle panchine dei giardini
succhiano fili d’aria a un vento di ricordi
il segno del cappello sulle teste da pulcini
i vecchi mezzi ciechi
i vecchi mezzi sordi…
I vecchi che si addannano alle bocce
mattine lucide di festa che si può dormire
gli occhiali per vederci da vicino
a misurar le gocce
per una malattia difficile da dire…
I vecchi tosse secca che non dormono di notte
seduti in pizzo a un letto a riposare la stanchezza
si mangiano i sospiri e un po’ di mele cotte
i vecchi senza un corpo
i vecchi senza una carezza…
I vecchi un po’ contadini
che nel cielo sperano e temono il cielo
voci bruciate dal fumo
e dai grappini di un’osteria…
I vecchi vecchie canaglie
sempre pieni di sputi e consigli
i vecchi senza più figli
e questi figli che non chiamano mai…
I vecchi che portano il mangiare per i gatti
e come i gatti frugano tra i rifiuti
le ossa piene di rumori
e smorfie e versi un po’ da matti
i vecchi che non sono mai cresciuti…
I vecchi anima bianca di calce in controluce
occhi annacquati dalla pioggia della vita
i vecchi soli come i pali della luce
e dover vivere fino alla morte
che fatica…
I vecchi cuori di pezza
un vecchio cane e una pena al guinzaglio
confusi inciampano di tenerezza
e brontolando se ne vanno via…
I vecchi invecchiano piano
con una piccola busta della spesa
quelli che tornano in chiesa lasciano fuori bestemmie
e fanno pace con Dio…
I vecchi povere stelle
i vecchi povere patte sbottonate
guance raspose arrossate
di mal di cuore e di nostalgia…
I vecchi sempre tra i piedi
chiusi in cucina se viene qualcuno
i vecchi che non li vuole nessuno
i vecchi da buttare via…
Ma i vecchi… i vecchi
se avessi un’auto da caricarne tanti
mi piacerebbe un giorno portarli al mare
arrotolargli i pantaloni
e prendermeli in braccio tutti quanti…
sedia sediola… oggi si vola…
e attenti a non sudare
La più grande poetessa dell’antichità è, fuor di dubbio, Saffo.
Saffo nacque ad Eresos, nell’isola di Lesbo, oggi Mitilene, in Grecia. La data di nascita non è certa: c’è chi dice nel 640 prima di Cristo e chi nel 610. E, comunque, a parte l’incertezza sulla datazione della nascita, molte altre cose non storicamente definite circondano la biografia della nostra, a causa dell’alone romanzesco che vi aleggia. Nasce da famiglia nobile ed ha tre fratelli. A causa delle faide da guerra civile che sconvolgevano l’sola per il predominio politico, è costretta all’esilio, con la famiglia, in Sicilia, probabilmente a Siracusa o Akragas (Agrigento). Torna nel luogo natio, dopo circa 10 anni. Si dedica a scrivere poesie, comporre versi sarà tutta la sua vita, assieme ad un’altra attività: dirige un “tìaso”, una sorta di collegio gineceo, dove le giovani fanciulle delle migliori famiglie aristocratiche dell’isola ricevono una educazione assolutamente particolare. Presso la scuola, le allieve vengono preparate alla vita matrimoniale, con lezioni di economia domestica, non solo, ma anche di educazione ai valori che la società aristocratica di allora richiedeva ad una donna: l’amore, anche quello fisico, la delicatezza, la grazia, la capacità di sedurre, il canto, la musica, la danza, l’eleganza raffinata dell’atteggiamento. Anche in Giappone, le Geishe, le moderne “escort” o “entraineuse”, ricevono una preparazione simile per esercitare il ruolo di accompagnatrici di uomini, nelle sale da tè, ma non certo per fini matrimoniali.
Archeanassa, Atthis, Arignòta, Dike, Eirène, Mègara, Girinno, Tenesippa, Mica: questi i nomi di alcune allieve del “tìaso”. che è anche centro religioso e culturale, dedicato al culto della dea Afrodite (dea della bellezza). Qui, gli strettissimi, quotidiani, rapporti fra l’insegnante e le allieve spiegano la “nomea” che vi si sviluppassero anche “licenziosità” di carattere omosessuale, che hanno avuto, da sempre, la denominazione di “lesbiche” o “saffiche”. Di Saffo ci è rimasto poco: un “Inno ad Afrodite” con il testo intero e circa 200 frammenti, molti dei quali solo interpretabili “ad sensum”.
Però, Saffo ha scritto molto, 8 o 9 libri di poesie, con diverse tipologie di metri poetici adoperati: odi in distici di pentametri, odi in distici saffici, odi in asclepiadei maggiori, carmi ed epitalami: questi erano composizioni destinate alla celebrazione dei matrimoni ed erano molto frequenti nella produzione poetica di Saffo. Infatti, a molte delle sue allieve che, terminato il percorso formativo/educativo, lasciavano la scuola per andare a sposarsi, la nostra poetessa dedicava canti epitalamici (in lode al matrimonio). In essi traspare, in forma lirica e struggente, un empito sentimentale, a volte ricambiato, a volte no, di passione e di amore per le fanciulle, che si allontanavano da lei, ma le descrizioni di atti fisici fra donne sono poche e oggetto di dibattito.
Probabilmente, il fatto va inquadrato secondo il costume dell’epoca e secondo i valori etici e sociali della cultura greca, come forma prodromica di un amore eterosessuale, cioè una fase di “iniziazione” per la futura vita matrimoniale.
Nel “tìaso”, si imparava e rispettava il culto della dea dell’amore, Afrodite. Ricordiamo, per chiarezza, che il sesso e tutto ciò che riguardava il piacere fisico e la sua soddisfazione, non era affatto esecrabile e condannabile, come secondo i dettami della nostra cultura cristiano cattolica, ma era considerata una manifestazione del tutto lecita e, addirittura, patrocinata da una dea, fra le più importanti, del mondo religioso greco. Il piacere fisico, ispirato dall’amore, di qualunque specie, veniva considerato una espressione naturale di vitalità e di gioia di vivere. Le relazioni amorose fra le fanciulle e con la maestra sono, dunque, da inserire in un quadro paideutico più ampio ed analogo a quello della pederastia maschile, che trovava nelle palestre del “Ginnasio”, il suo luogo di esercizio, di culto, di relazione. Il fatto è che, solo oggi, cominciamo a concepire come ammissibile uno stato o condizione abbastanza comuni all’epoca: la bisessualità.
Nell’Iliade, il pelìde Achille fu preso da “ira funesta” perchè gli fu sottratta Briseide, sua schiava ed amante, ma aveva come suo “amico del cuore”, che viveva con lui nella stessa tenda, il bellissimo Patroclo. Fu la morte di questi, per mano di Ettore, a scatenare l’accelerazione degli eventi, la discesa in campo di Achille per vendicarlo e, dopo 10 anni di inutile assedio, la disfatta di Troia.
Alessandro Magno, sposava le eredi femmine ( almeno 3) dei regni che conquistava, si circondava di concubine e amanti, ma aveva accanto a sé un magnifico giovanotto, Efestione, ” di gran lunga, il più caro di tutti gli amici del re, allevato alla pari con lui e custode di tutti i suoi segreti”. La loro intensa amicizia, per diverse fonti, un vero e proprio amore omosessuale, durò tutta la vita e fu paragonata da altri, ma prima ancora, dai due diretti interessati, a quella, mitica, tra Achille e Patroclo. Alessandro Magno ed Efestione ebbero come precettore un tale Aristotele!
Tornando a Saffo, la pratica di comunità, ravvicinata in tutti i sensi, delle fanciulle, fra loro e con la maestra, non era affatto immorale nel contesto storico e sociale in cui Saffo viveva: per gli antichi Greci, l’erotismo, attenzione, si teneva ben lontano dalla pedofilia: tutelavano da frequentazioni estranee i bambini d’ambo i sessi che non avevano compiuto una certa età. Ma, esso si faceva canale di trasmissione di formazione culturale e morale nel contesto di un gruppo ristretto, dedicato all’istruzione e all’educazione delle giovani, qual era il “tìaso” femminile, pur preparando le giovani donne a vivere in una società che prevedeva una stretta separazione fra i sessi e una visione della donna, quasi unicamente, come fattrice di figli e signora del governo domestico.
A proposito di bisessualità, la Suda dice che Saffo sposò un certo Cercila di Andros e da lui ebbe una figlia di nome Cleide a cui dedicò alcuni teneri versi.
Qualcuno insinuò che si trattava di “fake news” e che Cleide fosse una sua allieva che ella amava. Altra “bufala” sarebbe quella della sua morte, avvenuta nel 570 avanti Cristo, (quindi all’età di 70 anni) per suicidio: si sarebbe gettata sugli scogli dalla Rupe di Lefkada (Leucade), perché esasperata dall’amore, non corrisposto, per il bellissimo, giovane battelliere Faone.
Un’altra leggenda riguarda la presunta passione amorosa per Saffo del poeta lirico conterraneo Alceo, che le avrebbe dedicato i seguenti versi: “Crine di viola, eletta dolceridente Saffo”. Questi versi si riferiscono veramente a Saffo o non sono, piuttosto, una idealizzazione non autobiografica? Se effettivamente i versi di Alceo si riferissero a Saffo, descritta come una donna bella e piena di grazia, dal fascino raffinato, dolce e sublime, verrebbe sfatata l’altra leggenda legata alla poetessa di Lesbo, quella della sua non avvenenza fisica. Sembra che fosse bruttina di viso, di bassa statura e con la pelle scura. Capisco bene che, a 70 anni, non si possa essere contenti del proprio aspetto fisico, ma questo non potrebbe essere un alibi per togliersi la vita.
Platone la nomina, chiamandola “Saffo , la bella”: intende dire “bella dentro”?
Pseudo-Platone nell’epigramma XVI scrive: “Alcuni dicono che le Muse siano 9. Guarda qua, c’è anche Saffo di Lesbo”.
Strabone, in età tardoellenistica, la definisce “un essere meraviglioso”.
Solone, suo contemporaneo, dopo aver ascoltato, in vecchiaia, un carme della poetessa, dice che, a quel punto, desidera due sole cose, ossia impararlo a memoria e morire.
Anacreonte, anche lui poeta, di una generazione posteriore a Saffo, parla di lei con una profonda ammirazione.
Anche un poeta di oggi, il bravissimo Roberto Vecchioni, ha scritto parole e musica di una canzone che io trovo bellissima e che invito tutti ad ascoltare: “Il cielo capovolto” che ha, come sottotitolo, “L’ultimo canto di Saffo”, proprio come l’ode di Giacomo Leopardi.
Ah, dimenticavo, Vecchioni ha, con altri 3, una figlia Francesca, che ha dichiarato pubblicamente di essere lesbica.
Ecco il testo di questa poesia di un padre, moderno e sensibile, che ama e rispetta una figlia, diversa ma sua.
Che ne sarà di me e di te,
che ne sarà di noi?
L’orlo del tuo vestito,
un’unghia di un tuo dito,
l’ora che te ne vai…
che ne sarà domani, dopodomani
e poi per sempre?
Mi tremerà la mano
passandola sul seno,
cifra degli anni miei…
A chi darai la bocca, il fiato,
le piccole ferite,
gli occhi che fanno festa,
la musica che resta
e che non canterai?
E dove guarderò la notte,
seppellita nel mare?
Mi sentirò morire
dovendo immaginare
con chi sei…
Gli uomini son come il mare:
l’azzurro capovolto che riflette il cielo;
sognano di navigare,
ma non è vero.
Scrivimi da un altro amore,
e per le lacrime
che avrai negli occhi chiusi,
guardami: ti lascio un fiore
d’immaginari sorrisi.
Che ne sarà di me e di te,
che ne sarà di noi?
Vorrei essere l’ombra,
l’ombra che ti guarda
e si addormenta in te;
da piccola ho sognato un uomo
che mi portava via,
e in quest’isola stretta
lo sognai così in fretta
che era passato già!
Avrei voluto avere grandi mani,
mani da soldato:
stringerti forte
da sfiorare la morte
e poi tornare qui;
avrei voluto far l’amore
come farebbe un uomo,
ma con la tenerezza,
l’incerta timidezza
che abbiamo solo noi…
gli uomini, continua attesa,
e disperata rabbia
di copiare il cielo;
rompere qualunque cosa,
se non è loro!
Scrivimi da un altro amore:
le tue parole
sembreranno nella sera
come l’ultimo bacio
dalla tua bocca leggera.
Francesca Vecchioni racconta di come suo papà Roberto le abbia “estorto” il suo orientamento sessuale.
“Andavo già all’università, ma con lui e mamma non trovavo il coraggio” ha spiegato, ricordando l’insistenza dei genitori nel sapere di chi fosse innamorata. “Lui chiedeva: Perché non vuoi dirmi chi è? Non sarà un drogato? Sarà mica in galera?”
“Gli dissi che era una donna e lui: Ma vaffa…. mi hai fatto spaventare! Non potevi dirlo subito?”
Questo testo, leggermente modificato, si trova anche al Numero1444.
P R E A M B O L O
Era meglio se mi tappavo la bocca,
ma ho ceduto alla tentazione,
ho composto questa filastrocca
e ve la canto a guisa di canzone.
Si, ve la canto e anche ve la suono.
Se la chitarra piange e ho poca voce,
in anticipo, vi chiederò perdono.
Siate buoni, non mi mettete in croce.
La cantata ha soltanto due accordi:
il MI settima alternato con il LA.
“Il Plevan di Malborghet”,se lo ricordi,
allora sai più o meno come fa.
È un po’ monotono e ripetitivo,
non c’è intermezzo e poche variazioni
ma tant’è, amici, questo è il motivo,
talvolta sono queste le canzoni.
La melodia s’impara molto presto,
così, se qualcuno di voi vuole cantare
insieme a me, vi ho dato il testo,
sarò felice di farmi accompagnare.
Imbraccio la chitarra per Graziella
voi, pazientemente, state ad ascoltare.
Spero che la cantata mia sia bella,
schiarisco la voce e vado a incominciare.
LA PENSIONE DI GRAZIELLA
Vi racconto una storiella,
una vera bagatella,
miei signori:
una semplice canzone
per narrar la conclusione
dei lavori.
Dei lavori di bidella
della nostra Graziella,
brava gente:
è arrivata alla pensione
e con gran soddisfazione,
finalmente.
E se nasce una stella,
di sicuro sarà quella
della mia amica;
della nuova condizione
si farà una ragione,
ma con fatica.
Ora, alla chetichella,
suonerà la campanella
per se stessa.
È finita la lezione,
così, la ricreazione
le sia concessa.
La lavagna lei cancella,
scrive FINE e suggella
la carriera,
che, con grande abnegazione,
ha portato a conclusione
e ne va fiera.
Quando apre la cartella,
ogni alunno, in comunella,
la applaude.
Le maestre, in riunione,
votan la sua prestazione
“Magna cum laude”.
Le daranno la pagella,
certamente molto bella
di fine anno:
otterrà la promozione
ed avrà una votazione
che pochi hanno.
Tutti sanno che Graziella
non fa certo da modella
al “fancazzismo”;
di sicuro, è un’eccezione
per la grande propensione
al dinamismo.
Lei è stata sempre quella
che si spreme le cervella
per far le cose:
con la sua organizzazione,
le fa sempre e benone,
pur se noiose.
Per aver la tintarella
e per essere un po’ snella,
fa di tutto.
Ma, se ha qualche frustrazione,
cede alla tentazione,
proprio di brutto.
Con l’amica Gabriella
gioca a tennis e favella
per tutta l’ora.
Ma avrà la convinzione
d’imparare la lezione
giocando ancora.
E, se vuole una gonnella,
con la Bruna “damigella”
va alla caccia
degli sconti di stagione:
si farà una collezione
che le piaccia.
Il marito e mamma bella,
i suoi figli e la sorella
son felici.
Ed ha piena approvazione
e una grande acclamazione
dai suoi amici.
Vi annuncio la novella:
la pensione di Graziella
e siam contenti.
È finita la canzone,
a Graziella un gran bacione
e i complimenti!
Quello che segue, l’ho letto, a conclusione della serata, ad un gruppo di amici, riunito per una cena seguita da una schitarrata senza pretese, in tono dimesso, solo per pochi intimi.
La rima compare, a casaccio, senza uno schema fisso, perciò non la definirei una poesia vera e propria, bensì un a prosa poetica o una poesia prosaica. Come vi pare.
Quello che conta è che la recitazione sia fluida e scorrevole e, soprattutto, che il contenuto sia interessante e condivisibile, intrigante e coinvolgente.
Sembra che lo sia stato. E che lo sia, tuttora e senza un tempo definito, a voi il giudizio.
C O M M I A T O
Così, pian piano, è quasi finita
‘sta nostra simpatica serata
che, insieme, abbiamo passata
suonando e ascoltando canzoni:
la colonna sonora della vita,
le speranze, i sogni, le emozioni
dei nostri anni più belli:
parole, refrain, ritornelli
han portato alla mente i ricordi
delle nostre lontane stagioni.
Una chitarra e quattro accordi
e la voce che vola su in alto
e il cuore che ha un soprassalto
per sentirci giovani e felici
lontani da eccessi e bagordi
ma soltanto da buoni amici.
Che bei tempi, lasciatemi dire,
quando tutto sembrava possibile
e il futuro appariva credibile
e potevi sognarlo davvero
e speravi, comunque, nel meglio
e il lavoro era proprio vero,
come l’amore quand’è sincero.
Siamo stati proprio fortunati.
Avevamo poco e ci sembrava tanto,
ci mancavano, forse, soltanto
le illusioni od i superpoteri,
le magie dei mondi incantati,
e le troppe fantascemenze
da cui oggi siamo bersagliati
per ottundere infantili coscienze.
Pochi diritti e tanti doveri:
tale era la nostra condizione,
ma bastava una semplice canzone
ed ecco tutto diventava più bello,
non il bello di oggi, ma quello di ieri
il bello di classe, il bello elegante,
il buon gusto dei valori veri,
non la moda becera e ignorante
che, per rendere diverso tutto,
abdica al proprio equilibrio
e trasforma ogni cosa in brutto.
Non apparteniamo più e ormai
alle cose di questo tempo.
Non so voi, ma io sono stanco
di disapprovare e contestare,
questo mondo non lo voglio criticare:
adesso, ragazzi miei , tocca a voi,
vivete pure come diavolo vi pare,
perché tanto, lo capirete poi
che cosa ci sarebbe da cambiare.
Io tolgo il disturbo, scusate l’intrusione,
quando sarà ora, me ne voglio andare,
in punta di piedi, con educazione.
Se stasera siete stati bene
e vi è piaciuta la nostra compagnia
e se, fra poco, ve ne andrete via
portandovi dentro qualche cosa
che vi ha arricchiti e resi migliori,
ripetiamo ancora questi incontri,
rimettiamo insieme i nostri cuori
un po’ drogati dalla nostalgia
e ricordiamoci che la poesia
non è soltanto di chi la scrive
ma anche di chi la sente sua,
di chi l’ascolta dentro e la vive,
come retaggio davvero universale
del proprio immaginario personale,
che diventa, poco a poco, collettivo
per unirci in un grande abbraccio,
per snidare quel poco di eterno
che c’è dentro di noi ancora vivo
e che ci rende buoni, umani,
liberi e aperti alle cose belle
che abbiamo sempre in comune,
oltre le nostre caduche particelle.
Grazie per essere stati qui,
per aver partecipato e ascoltato,
per aver sentito e sognato.
È bello, infatti, stare insieme,
quando abbiamo davvero qualcosa
che ci accomuna ancora così:
la musica, la poesia, i buoni sentimenti
che stasera ci hanno lasciati contenti
di aver vissuto queste ore.
Grazie a tutti e … di tutto cuore.
Alberto Visintino 2018
P R E A M B O L O
Era meglio se mi tappavo la bocca,
invece ho ceduto alla tentazione,
ho composto questa lunga filastrocca
e ve la canto a guisa di canzone.
Si, ve la canto e anche ve la suono.
Se la chitarra piange e ho poca voce,
in anticipo, vi chiederò perdono.
Siate buoni, non mi mettete in croce.
La cantata ha soltanto due accordi:
il MI settima alternato con il LA.
“Il Plevan di Malborghet”, te lo ricordi?
L’abbiam cantata un’estate fa.
È un po’ monotono e ripetitivo,
non c’è intermezzo e poche variazioni
ma tant’è, amici, questo è il motivo,
talvolta sono queste le canzoni.
La melodia s’impara molto presto,
così, se qualcuno di voi vuole cantare
insieme a me, vi ho dato il testo,
sarò felice di farmi accompagnare.
Imbraccio la chitarra e butto la stampella,
voi, pazientemente, state ad ascoltare.
Spero che la cantata mia sia bella,
schiarisco la voce e vado a incominciare.
ALL’ AMICO ALBERTO IN PENSIONE
Così il nostro Albertone
finalmente è in pensione
da più di un mese
e da buon anfitrione
offre questa imbandigione
a proprie spese.
Siamo qui in riunione
e abbiamo l’occasione
per festeggiarlo.
Ma un piccolo sermone,
che gli serva un po’ da sprone,
vogliamo farlo.
Parlo a nome di persone
la cui vera propensione
è l’amicizia
e ogni raccomandazione,
pur se fa provocazione,
non è malizia.
Questa semplice canzone
non dà certo l’emozione
di un Battisti
e non ha la presunzione
di fornir la prestazione
dei grandi artisti.
Sarà solo un tormentone
per destare l’attenzione
del buon Alberto
sulla nuova situazione
e per la prosecuzione,
ne sono certo,
verso una trasformazione
ed una rivoluzione
copernicana,
che non sia una prigione
o una pura reclusione
all’italiana.
Devi darti uno scossone,
non restare in soggezione
dell’indolenza.
Abbi una motivazione
e di una occupazione
non stare senza.
E se hai predilezione
per qualcosa, una passione,
tu dacci dentro.
Ne farai una religione
e la migliore opzione:
sarà il tuo centro.
Se tu fai il fannullone
poi ti senti un coglione,
non ti conviene.
Se vivrai da pelandrone
poi cadrai in frustrazione
e non va bene.
Presta molta attenzione
al tuo amico beverone:
non è sincero.
Vuoi la nostra approvazione?
Usa la moderazione,
ma per davvero.
Ma è arrivata la stagione
che avrai la sensazione
di perder colpi.
Ti farò una confessione:
io non vedo un cialtrone
che te ne incolpi.
Devi aver la convinzione
che non c’è più paragone
coi bei vent’anni.
E devi avere il pannolone
per salvare il pantalone
dai noti danni.
Non aver la presunzione,
come un Napoleone,
di avere tutto.
E non fare il farfallone
coi problemi di erezione,
o sarà un lutto.
Far la parte del leone,
come uno scapolone,
non è più il caso.
E se cadi dall’arcione
non farai un figurone
siine persuaso.
Devi farti una ragione
se sei ciuco e non stallone
nel fare sesso:
lo zampillo non è sciacquone,
lo scopino non è scopone
ma fa lo stesso.
Tu as dit “Ma vammi in mone,
o soi stuf di là a Verone
in autostrade.
Al à dit ancje Gastone
che mi ven il mal de none
cun che menade”.
Meglio il buco che il taccone
come insegna la lezione
del ritornello.
E, come in televisione,
siamo a “striscia lo striscione”
di Militello.
Giunto al fin della tenzone,
con un piglio da guascone,
io do l’affondo.
Mi si passi l’irrisione,
perché ho fatto il buontempone,
non lo nascondo.
All’amico Albertone
una raccomandazione,
nel finale:
ti ci troverai benone
se tu prendi la pensione
per quel che vale.
Fa’ che sia un’inversione,
è una grande occasione:
non va fallita.
Forse è l’unica stagione
che darà soddisfazione
alla tua vita.
L’amicizia ce lo impone:
darti la benedizione
per i dì futuri.
E, con una acclamazione,
ti mandiamo un bel bacione
e tanti auguri.
Alberto Visintino
Ristorante “AL ZUC”, Fontanabona di Pagnacco, 10 Febbraio 2018
Per moltissimo tempo,
anche senza rendermene
conto, non facevo che
cercare di essere mio
padre, che era un tipo
affascinante, un
giocatore, un po’
poeta, un po’
intrigante, un po’
cialtrone…. un tipo
fra Rimbaud e
Fitzgerald. Mio padre
era un amorale, non
gliene fregava niente
di niente. Io, invece,
sono moralissimo,
anche se non in senso
cattolico. Sento una
discriminante tremenda
fra il bene e il male.
Nel momento in cui
sono riuscito a
distaccarlo, ho
cominciato a
liberarmene. Sì,
bisogna assolutamente
uccidere la figura
paterna. O almeno,
castrarla, come
racconta il mito di
Urano, e il mito è
alla base di tutto.
Castrare il padre non
tanto perché, come
dice Freud, ti
toglie la madre, ma
soprattutto perché
toglie la forza
a te stesso.
Roberto Vecchioni.
Mormora fioco l’inverno
nei ricordi di carta.
Ancora nella tua stanza
chiusa si sente
l’alito di brace spenta.
Un desiderio di vento
scavalca la vetrata
e s’interrompe, e sparge
brace sui pavimenti.
Tu mi hai raccolto, perché avevo freddo.
Roberto Vecchioni.
Non ho voglia di niente: cavalli,
poeti, inganni, bicchieri. Non ho sonno,
né fame, niente di tuo
non mi appartiene, sarai domani
la donna mia di ieri.
Roberto Vecchioni.
E tutto quanto tu volevi,
giusto o sbagliato, lo prendevi,
senza pensarci su un minuto.
E poi non ubbidivi mai
e combinavi sempre guai.
Che si trattasse di una gara?
Un colpo il mondo, un colpo tu,
a chi stupiva un po’ di più.
Per un vecchio bambino 1977 Roberto Vecchioni
In principio erat Verbum.
In principio era il Verbo.
Poi venne il nome,
il pronome,
l’aggettivo;
l’articolo, la prassi, la frase,
il sostantivo
maschile, femminile.
E non capimmo più niente.
Roberto Vecchioni
Figlio chi ti insegnerà le stelle
se da questa nave non potrai vederle?
Chi ti indicherà le luci della riva?
Figlio, quante volte non si arriva!
Chi ti insegnerà a guardare il cielo
fino a rimanere senza respiro?
A guardare un quadro per ore e ore,
fino ad avere i brividi dentro al cuore?
Che al di là del torto e la ragione,
contano soltanto le persone?
Che non basta premere un bottone
per un’emozione?
Figlio,figlio,figlio. Roberto Vecchioni
Il 20 Settembre 2013, alle redazioni dei giornali di tutto il mondo, quindi anche di quelli Italiani, arriva una notizia di Agenzia, (in Italia ADNKRONOS) che lascia di stucco i destinatari e che, lì per lì, viene scambiata per una “fake news”.
Dice il testo che l’Accademia Reale Svedese, responsabile incaricata delle “nominations” ai “Premi Nobel”, starebbe per comunicare che , per il “Nobel” della Letteratura 2013, esiste una terna di nomi di candidati “a sorpresa”.
Veramente, a sorpresa, c’era già stata, nel 1997, l’assegnazione del “Nobel” per la Letteratura ad un personaggio molto impegnato nel mondo dello spettacolo, più che nella produzione libraria: quel geniale, strampalato “giullare medioevale”, che rispondeva al nome di Dario Fo. Evidentemente, si sta instaurando la moda che, per la Letteratura, si deve far riferimento anche ad altre e diverse forme espressive che non siano solo quelle della consueta produzione letteraria cartacea: lo spettacolo, gli audiovisivi, e quant’altro si sta diffondendo come mezzo di comunicazione e di trasmissione del messaggio d’arte letteraria. Questa volta toccherebbe al mondo della canzone, come veicolo culturale che, per la prima volta, viene elevato al rango di arte popolare.
Infatti, questi sono i nomi dei 3 candidati:
Leonard Cohen, cantautore, poeta, scrittore Canadese, chiaramente di religione Ebraica, conosciuto in tutto il mondo per le sue composizioni di canzoni profondamente ispirate alla sfera intima dell’uomo, alla religione, all’isolamento, alla sessualità. Al momento della notizia, Cohen ha 79 anni.
Bob Dylan, anche lui cantautore, poeta e scrittore, mostro sacro di generazioni di giovani, contestatori e pacifisti, anche lui di religione Ebraica, in seguito convertito al Cristianesimo, ma niente affatto coinvolto e piuttosto agnostico.
Vero “guru” dei generi musicali “folk rock”, “country rock”, “gospel” e via dicendo. Nel 2013, Dylan (vero cognome Zimmerman) ha 72 anni.
Il terzo candidato della terna, e qui sta la vera sorpresa, è un cantautore Italiano.
La notizia non ebbe seguito. Si pensò ad una presa in giro. Infatti, il “Nobel” per la Letteratura del 2013 venne assegnato ad Alice Munroe, scrittrice Canadese regina del “romanzo breve”, di larga divulgazione.
Alcuni giornalisti interpellarono la Segreteria dell’Accademia Svedese, chiedendo se avesse fondamento la notizia di cui sopra. La risposta fu che non era loro abitudine riferire alcunché in merito a “candidature”, “nominations” o quant’altro, per motivi di riservatezza o privacy delle persone coinvolte.
Ma chi sarebbe il cantautore Italiano che avrebbe avuto la candidatura?
Sì, è proprio lui, il nostro “professur” di latino e greco al Liceo Beccaria di Milano e in altri Licei Classici della Lombardia, che andava a scuola con i jeans e la camicia bianca sbottonata e che parlava ai suoi studenti come a suoi pari, grande poeta e musicista raffinato e paradossale nella sua “classicità”, che attinge l’ispirazione nel passato per cristallizzare l’eternità dei pensieri e dei sentimenti in una compartecipe modernità: Roberto Vecchioni.
Leonard Cohen è morto il 7 Novembre 2016. Non avrà mai il “Premio Nobel” perché non viene assegnato postumo o alla memoria.
Bob Dylan ha avuto il “Premio Nobel” per la Letteratura a 75 anni, il 13 Ottobre dell’anno 2016, lo stesso in cui muore, 25 giorni dopo, Leonard Cohen. Lo ha ritirato il 1 Aprile 2017.
Allora, forse quella notizia, poco credibile e stravagante, non era una bufala.
Senza atteggiarmi presuntuosamente a mago o veggente, avanzo qui e ora, 10 Luglio 2019, la previsione che, in uno dei prossimi anni a venire, Roberto Vecchioni riceverà il “Premio Nobel” per la Letteratura.
“Giorno verrà, presago il cor mel dice”.