Folle,
chi parla alla luna,
stolto,
chi non le dà ascolto.

Cosa ci insegna la vita… testamento spirituale di un libero pensatore
Folle,
chi parla alla luna,
stolto,
chi non le dà ascolto.
Il poeta sei tu,
che leggi…..
Dopo i 18 anni,
possono scrivere poesie
solo i poeti,
o i deficienti.
Benedetto Croce.
FORMIDABILI QUEGLI ANNI
Noi non siamo della razza
di chi frigna e si dispera,
come zombie di un passato
che sembrava primavera.
A fanculo ogni rimpianto
che non sono roba vera,
la malinconia è uno sguardo
e la vita è roba seria.
E se passi un solo giorno
senza farti una domanda,
senza un grido di stupore,
l’hai mandata al creatore.
Formidabili quegli anni,
formidabili quei sogni nei miei sogni,
la malinconia bevuta, gli occhi insonni,
formidabili quei giorni nei miei giorni….
….noi siam quelli del rimorso
prima ancora del peccato,
siamo i primi della classe
di un amore immaginato.
E le libertà che avete
mica c’erano a quei tempi,
noi ci siamo fatti il culo,
tocca a voi mostrare i denti……
….ed è proprio aver vissuto
che ci fa vivere ancora
ed è proprio aver perduto
che ci fa credere ancora.
Roberto Vecchioni Formidabili quegli anni.
Mi piace chi
sceglie con cura
le parole da non dire.
Alda Merini
.
Più di sessant’anni fa, frequentavo la quinta classe del Ginnasio al Liceo Classico Jacopo Stellini di Udine. Per un breve periodo, avemmo, come supplente della professoressa d’Italiano, una giovane insegnante, laureata di fresco. Stavamo studiando il Leopardi, ed un giorno questa mi chiamò per essere interrogato. Dopo alcune domande a cui risposi in modo adeguato, il discorso cadde sulle varie liriche del nostro grande poeta e, in particolare sulla “Quiete dopo la tempesta”. Dopo avere illustrato l’ode e averla recitata, in parte a memoria, in parte come recensione prosaica, buttai lì la mia polpetta avvelenata: sostenni di aver trovato, in una vecchia antologia della Letteratura Italiana, il testo di un’ode intitolata “Temporale estivo”, sempre del Leopardi, che costituiva l’antefatto, in sequenza cronologica, di cui “La quiete dopo la tempesta” sarebbe stata la prosecuzione. La giovane professoressa mi chiese di parlare di questa poesia, che, in realtà, non risultava scritta da nessuna parte, e che esisteva solo nella mia immaginazione e nella mia memoria. L’avevo inventata io di sana pianta, in perfetto e credibile stile leopardiano, come potrete leggere. Così gliela recitai, dalla prima all’ultima parola. Eccola.
TEMPORALE ESTIVO
Di piombo è il cielo
e scuro di cupi nembi;
scende sulla natura
un velo opaco di morte.
Apronsi le porte ai venti.
Scendon dall’alto irati
come falchi dal nido
sull’umile preda,
imperversan sui prati,
per l’aie, negli orti,
piegan gli intorti
rami sibilando.
E, con loro,
l’arida polve
s’alza sconvolta
dal turbo fuggente
che tutto involve.
L’alta arbore tronfia,
piegata da cotal possanza,
china l’agile chioma
e piange, sull’erba del prato,
le infiacchite foglie
che il vento raccoglie
e guida in frenetica danza.
Scende la pioggia,
violenta sui tetti,
di striscio sui muri,
picchietta argentina
sugli otri, sui vasi,
sui ferrei portali,
bevanda divina
sull’aride zolle
da tanto satolle
d’estiva calura.
Sull’uscio di casa,
il pio colono
alza il guardo pregando:
“O Dio del cielo,
persa non sia
la mia fatica
da ria furia inimica:
il raccolto m’è vita!”
Così sperando dice
e il cielo acconsente;
omai lontan si sente
quell’irato tuonar.
Sbadiglia una finestra
disserrando le imposte,
spiove la gronda,
scola la fronda antica
la quercia dell’orto,
si ripopola l’aia,
s’ode vivace e gaia
la sinfonia consueta.
Da qui, a seguire, si poteva recitare “La quiete dopo la tempesta” in un “continuum” di sacrilega impostura.
Questo “scherzo”, molto goliardico, ebbe il suo corollario nella seria recensione che la sprovveduta supplente si dilungò a sciorinare, decantando l’arte letteraria e lirica del Leopardi, pur ammettendo di non aver mai letto questa poesia. Tutta questa epica arrampicata sugli specchi avvenne fra le impudenti sghignazzate dei miei compagni di classe, che si erano accorti della burla. Quando, qualche giorno dopo, l’insegnante (sic?) si accorse della solenne presa in giro, mi mandò dal preside. Questi, letto il testo della poesia, che io avevo dovuto mettere per iscritto, su sua esplicita richiesta, fra il serio e il faceto, mi fece una bonaria paternale, alla fine della quale sbottò: “Ci sarei cascato anche io!”
L ‘ U C C E L L E T T O I N C H I E S A.
Poesia popolare erroneamente attribuita a Trilussa, ma scritta da un suo contemporaneo semisconosciuto, tale Natale Polci.
Ne esistono varie versioni.
Di quella originale è famosa la recita di Andrea Bocelli.
Eccola.
Era d’agosto e un povero uccelletto,
ferito dalla fionda di un maschietto,
andò, per riposare l’ala offesa,
sulla finestra aperta di una chiesa.
Dalle tendine del confessionale,
il parroco intravvide l’animale,
ma, pressato dal ministero urgente,
rimase intento a confessar la gente.
Mentre, in ginocchi alcuni, altri a sedere
dicevano i fedeli le preghiere,
una donna, notato l’uccelletto,
lo prese al caldo e se lo mise al petto.
D’un tratto un cinguettio: a quel rumore,
il prete smise di fare il confessore
e, scuro in viso, peggio della pece,
s’arrampicò sul pulpito e poi fece:
“Fratelli, chi ha l’uccello, per favore,
esca fuori dal tempio del signore”.
I maschi, un po’ sorpresi a tal parole,
si accinsero ad alzar le suole.
Ma il prete, a quell’errore madornale,
“Fermi – gridò – mi sono espresso male!
Rientrate tutti e statemi a sentire:
solo chi ha preso l’uccello deve uscire”.
A testa bassa e la corona in mano,
cento donne si alzarono pian piano.
Ma mentre se ne andavan, ecco allora
che il parroco gridò: “Sbagliate ancora!”.
“Rientrate tutte quante, figlie amate,
io non volevo dir quel che pensate,
ma, mi rivolgo, non ci sia sorpresa,
solo a chi l’uccello ha preso in chiesa”.
Finì la frase e, nello stesso istante,
le monache s’alzaron tutte quante
e, con il volto pieno di rossore,
lasciavano la casa del Signore.
“O, Santa Vergine!” esclamò il buon prete,
“fatemi Voi la grazia, se potete”.
“Poi – dico – senza far rumore, piano piano,
s’alzi soltanto chi ha l’uccello in mano”.
Una ragazza che, col fidanzato,
s’era messa in un angolo appartato,
sommessa mormorò col viso smorto:
“Che ti dicevo, hai visto, se n’è accorto!”.
Io presento questa (parte 1), semplificata, riveduta, corretta e integrata.
Seguirà una parte 2 a commento e corollario.
P A R T E 1
Era d’Agosto e un povero uccelletto,
ferito dalla fionda di un maschietto,
si rifugiò, per riposare l’ala offesa,
nell’interno affollato di una chiesa.
Dalle tendine del confessionale,
il parroco intravvide l’animale,
ma, preso dal ministero urgente,
continuò a confessar la gente.
Mentre i fedeli stavano a sedere,
intenti a recitare le preghiere,
una donna, notato l’uccelletto,
lo prese e se lo mise dentro al petto.
D’un tratto un cinguettio: a quel rumore,
il prete smise di fare il confessore
e, scuro in volto, peggio della pece,
s’arrampicò sul pulpito e poi fece:
“Fratelli, chi ha l’uccello, per favore,
abbandoni la casa del Signore”.
I maschi, un po’ sorpresi a tal parole,
perplessi e lenti alzarono le suole.
Ma il prete, a quell’errore madornale,
“Fermi – gridò – mi sono espresso male!
Tornate indietro e statemi a sentire:
solo chi ha preso l’uccello deve uscire !”
A testa bassa e la corona in mano,
le donne tutte uscirono pian piano.
Ma, mentre andavan fuori, ecco allora
che il parroco gridò:”Sbagliate ancora!
Per l’amor del cielo, dove andate?
Io non volevo dir quel che pensate!
Dico, invece, e non vi suoni offesa,
che mi rivolgo a chi l’ha preso in chiesa !”
A capo chino e nello stesso istante
le monache si alzaron tutte quante
e, con il volto pieno di rossore,
lasciarono il tempio del Signore.
“Per tutti i santi, no ! -gridò il prete-
Sorelle, rientrate e state quiete.
Convien finire, fratelli peccatori,
l’equivoco e la serie degli errori :
esca soltanto chi è così villano
da stare in chiesa con l’uccello in mano”.
Una ragazza, col suo fidanzato,
nascosta in un angolo appartato
di una cappelletta laterale,
poco mancò che si sentisse male
e, con il volto pallido e smorto,
“Che ti dicevo -disse- se n’è accorto !” (Quel che segue è un’appendice…..)
A questo punto, come Redattore,
pur nel rispetto del tempio del Signore,
per partecipare allo scherzo pure io,
ho pensato di metterci del mio.
Ho aggiunto una strofa maliziosa,
con una battutina licenziosa,
ma, per arrivare a conclusione,
chiedo la vostra collaborazione.
Completate la frase prontamente
proprio con quello che vi viene in mente,
in questo modo, la poesia sarà giocosa
e la risata ancor più fragorosa. (Ecco la strofa……)
Ma in un angolo ancora più appartato,
un’altra ragazza col suo fidanzato,
“Non se n’è accorto-disse-io non son sciocca,
perché l’uccello, io lo tengo in….. bocca !”.
P A R T E 2
Morale della storia, brava gente:
con sé, ciascuno, sia più indulgente,
perché, se far l’amore è peccato,
dalla natura è presto perdonato.
Se far l’amore piace, tuttavia,
fatelo, almeno, senza ipocrisia,
così che ogni figlio sarà nato
dall’amore e non certo dal peccato.
Ma voglio dire, prima che ci caschi,
a ognuno dei miei colleghi maschi,
che ogni uccello, chiuso in una gabbia,
presto o tardi, morirà di rabbia.
E, per finire coi titoli di coda,
visto anche che, adesso, va di moda,
dico alle donne : “Fate ‘na bella cosa !
Sopra la parte del corpo più pelosa,
sarà opportuno che vi tatuate :
“Lasciate ogne violenza, voi ch’intrate”.
Così, al padre Dante fate il verso
ed il bel gioco sarà molto diverso,
ché quella porta è, a mio avviso,
non dell’inferno ma del paradiso
e pur, senza meritar l’assoluzione,
godiamo, almeno, la soddisfazione.
‘A L I V E L L A
di Totò (Antonio De Curtis).
Ogn’anno, il due Novembre, c’è l’usanza
di andare, per i defunti, al cimitero.
Ognuno ll’ha dda fa’ chesta crianza,
ognuno ha dda tené chistu penziero.
Ogn’anno, puntualmente, nel giorno
di questa triste e mesta ricorrenza,
pur’io ci vado e, con i fiori, adorno
il loculo marmoreo ‘e zi’ Vicenza.
‘St’anno m’è capitata ‘n’avventura.
Dopo di aver compiuto il triste omaggio,
Madonna, si ce penzo, che paura!
Ma po’ facette un’anema ‘e curaggio.
‘O fatto è chisto, statemi a sentire.
S’avvicinava ll’ora d’ ‘a chiusura
e io, tomo tomo, stavo per uscire,
buttando l’occhio su qualche sepoltura.
QUI DORME IN PACE IL NOBILE MARCHESE
SIGNORE DI TREVISO E DI BELLUNO
ARDIMENTOSO EROE DI MILLE IMPRESE
MORTO L’ 11 MAGGIO DEL 31.
‘O stemma cu ‘a curona ‘ncoppa a tutto…
…sotto,’na croce fatta ‘e lampadine,
tre mazze ‘e rose cu ‘na lista ‘e lutto,
cannele, cannelotte e sei lumine.
Proprio azzeccata ‘a tomba ‘e ‘stu signore
ce steva n’ata tomba piccerella,
abbandunata, senza manco un fiore,
pe’ segno, sulamente ‘na crucella.
E ‘ncoppa ‘a croce, a stento si liggeva:
ESPOSITO GENNARO NETTURBINO.
Guardannola, che ppena me faceva
‘stu muorto, senza manco nu lumino!
Questa è la vita, – ‘ncapo a me penzavo-
chi ha avuto tanto e chi nun ave niente!
‘Stu povero maronna s’aspettava
ca pure all’atu munno era pezzente?
Mentre fantasticavo ‘stu penziero,
s’era gia fatta sera e quase notte,
e i’ rummanette chiuso priggiuniero,
muorto ‘e paura…’nnanze ‘e cannelotte.
Tutto a ‘nu tratto, che veco ‘a luntano?
Ddoje ombre avvicenarse ‘a parte mia…
Penzaje: ‘stu fatto a me mme pare strano…
Songo scetato, …dormo, o è fantasia?
Ate che fantasia: era ‘o Marchese,
c’ ‘o tubbo, ‘a caramella e c’ ‘o pastrano;
chill’ato, appriesso ‘a isso, male in arnese,
tutto fetente e cu ‘na scopa ‘mmano,
e chillo, certamente è don Gennaro,
‘o muorto puveriello… ‘o scupatore.
‘Int’a ‘stu fatto i’ nun ce veco chiaro:
so’ muorte e se retireno a chest’ora?
Putevano stà ‘a me quase ‘nu palmo,
quando ‘o Marchese se fermaje ‘e botto,
s’avota e, tomo tomo, …calmo calmo,
dicette a don Gennaro: “Giovanotto!
Da voi vorrei saper, vile carogna,
con quale ardire e come avete osato
di farvi seppellir, per mia vergogna,
accanto a me, che sono un blasonato?!
La casta è casta e va, sì, rispettata,
ma voi perdeste il senso e la misura:
la vostra salma andava, sì, inumata,
ma seppellita nella spazzatura!
Ancora oltre sopportar non posso
la vostra vicinanza puzzolente!
Fa d’uopo, quindi, che cerchiate un fosso
tra i pari vostri, tra la vostra gente”.
“Signor Marchese, nun è colpa mia.
i’ nun v’avesse fatto chistu tuorto;
mia moglie è stata a ffa’ ‘sta fessaria,
i’ che putevo fa’ si ero muorto?
Si fosse vivo ve farrie cuntento,
pigliasse ‘a casciulella cu ‘e qquatt’osse,
e, proprio mo, obbj …’nd’a ‘stu mumento,
mme ne trasesse dinto a n’ata fossa”.
“E che cosa aspetti, oh turpe malcreato,
che l’ira mia raggiunga l’eccedenza?
Se io non fossi stato un titolato,
avrei già dato piglio alla violenza!”
“E famme vedé… e piglia ‘sta violenza!
‘A verità, Marché, mme so’ scucciato
‘e te sentì, e, se perdo ‘a pacienza,
mme scordo ca so’ muorto e so’ mazzate!
Ma chi te cride d’essere…nu ddio?
Ccà dinto, ‘o vvuò capì ca simmo eguale?
Muorto si’ tu e muorto so’ pur’io,
ognuno, comme a’n’ato, è tale e qquale!”
“Lurido porco,!… Come ti permetti
paragonarti a me ch’ebbi natali
illustri, nobilissimi e perfetti,
da fare invidia a Principi Reali?”
“ma qua’ Natale …Pasca e Ppifania!!
T’ ‘o vvuò mettere ‘ncapo…’int’a cervella
che staje malato ancora ‘e fantasia?
‘A morte ‘o ssaje ched’è?…È ‘na livella.
‘Nu rre, ‘nu maggistrato, ‘nu grand’ommo,
trasenno ‘stu canciello ha fatto ‘o punto
c’ha perzo tutto, ‘a vita e pure ‘o nomme,
tu, nun t’è fatto ancora chisto cunto?
Perciò, stamme a ssentì…nun fa’ ‘o restivo,
suppuorteme vicino,… che te ‘mporta?
‘Sti pagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive:
nuje simmo serie…appartenimmo ‘a morte!
La storia della mia vita
dice che non sono stato nessuno.
L’età dei miei anni
dice che starei per morire.
In realtà, mi sembra
di non essere mai nato
e che avrei tanto da fare.
E, se la morte è il prezzo
da pagare per rinascere,
allora, alla fine, così sia,
ma per una vita migliore
e, stavolta, tutta mia.
15 Febbraio 2019.
Q U A N D O S A R O’ C A P A C E D’ A M A R E
Giorgio Gaber testo di Alessandro Luporini.
Quando sarò capace d’amare
probabilmente non avrò bisogno
di assassinare in segreto mio padre,
né di far l’amore con mia madre in sogno.
Quando sarò capace d’amare,
con la mia donna non avrò nemmeno
la prepotenza e la fragilità
di un uomo bambino.
Quando sarò capace d’amare,
vorrò un donna che ci sia davvero,
che non affolli la mia esistenza,
ma non mi stia lontana neanche col pensiero.
Vorrò una donna che, se io accarezzo
una poltrona, un libro o una rosa,
lei avrebbe voglia di essere solo
quella cosa.
Quando sarò capace d’amare,
vorrò una donna che non cambi mai,
ma, dalle grandi alle piccole cose,
tutto avrà un senso perché esiste lei.
Potrò guardare dentro al suo cuore
e avvicinarmi al suo mistero,
non come quando io ragiono,
ma come quando respiro.
Quando sarò capace d’amare
farò l’amore come mi viene,
senza la smania di dimostrare,
senza chiedere mai se siamo stati bene.
E nel silenzio delle notti,
con gli occhi stanchi e l’animo gioioso,
percepire che anche il sonno è vita
e non riposo.
Quando sarò capace d’amare,
mi piacerebbe un amore
che non avesse alcun appuntamento
col dovere,
un amore senza sensi di colpa,
senza alcun rimorso,
egoista e naturale come un fiume
che fa il suo corso.
Senza cattive o buone azioni,
senza altre strane deviazioni,
che, se anche il fiume le potesse avere,
andrebbe sempre al mare…..
così vorrei amare.
I S O L I Giorgio Gaber (testo e musica).
I soli sono individui strani,
con il gusto di sentirsi soli, fuori dagli schemi,
non si sa bene cosa sono
forse ribelli, forse disertori,
nella follia di oggi i soli sono i nuovi pionieri.
I soli e le sole non hanno ideologie,
a parte una strana avversione per il numero due,
senza nessuna appartenenza,
senza pretesti o velleità sociali,
senza nessuno a casa a frizionarli con unguenti coniugali.
Ai soli non s’ addice l’intimità della famiglia,
magari solo un po’ d’amore, quando ne hanno voglia,
un attimo di smarrimento, un improvviso senso d’allegria,
allenarsi a sorridere per nascondere la fatica
soli, vivere da soli,
soli, uomini e donne soli.
I soli si annusano tra loro,
son così bravi a crearsi intorno un senso di mistero,
sono gli Humphrey Bogart dell’amore,
sono gli ambulanti, son gli dei del caso,
i soli sono gli eroi del nuovo mondo coraggioso.
I soli e le sole ormai sono tanti,
con quell’aria un po’ da saggi, un po’ d’adolescenti,
a volte pieni d’energia,
a volte tristi, fragili e depressi,
i soli c’han l’orgoglio di bastare a se stessi.
Ai soli non s’addice il quieto vivere sereno,
qualche volta è una scelta, qualche volta un po’ meno,
aver bisogno di qualcuno,
cercare un po’ di compagnia
e poi vivere in due e scoprire che siamo tutti
soli, vivere da soli,
soli, uomini e donne soli.
La solitudine non è malinconia,
un uomo solo è sempre in buona compagnia.
TESTO di una canzone da musicare:
C O M E C Y R A N O
Io no ho paura
di te.
Fai la faccia scura
con me.
E’ la tua natura,
perciò,
tu sei molto dura,
ma so
che quest’avventura
per me,
dentro quattro mura
con te,
non sarà sicura,
oh no:
è una tortura
che avrò.
Adesso basta!
E’ ora di finirla!
Mi sono rotto
di sentirmi un pirla.
Per celebrare
“la fin della tenzone”,
mi sono scritto
perfino ‘sta canzone.
Lo confesso:
ho perso la pazienza
e, come Cyrano,
“giusto al fin della licenza,
io tocco!” (ripetibile)
E scappo via da te!
E’ meglio la rottura
che vuoi,
che una fregatura
per noi.
Gennaio 2018.
Da una filastrocca di Gianni Rodari, liberamente ridotta, riveduta e corretta.
Un signore di Scandicci
buttava le castagne
e mangiava i ricci,
quel signore di Scandicci.
Un suo amico di Lastra a Signa
buttava via i pinoli
e mangiava la pigna,
quel suo amico di Lastra a Signa.
Tanta gente non lo sa,
non ci pensa e non si cruccia.
La vita la butta via
e mangia soltanto la buccia!
Suo cugino di Laterina
buttava il cioccolato
e mangiava la cartina,
quel suo cugino di Laterina.
Un parente di Figline
buttava via le rose
e odorava le spine,
quel parente di Figline.
Tanta gente non lo sa,
non ci pensa e non si cruccia.
La vita la butta via
e mangia soltanto la buccia!
Un suo zio di Firenze
buttava in mare i pesci
e mangiava le lenze,
quel suo zio di Firenze.
Un compare di Barberino
mangiava il bicchiere
e buttava il vino,
quel compare di Barberino.
Tanta gente non lo sa,
non ci pensa e non si cruccia.
La vita la butta via
e mangia soltanto la buccia!
La vita la butta via
e mangia soltanto la buccia!
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi,
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo, muti.
Cesare Pavese.
Quela Vecchietta ceca, che incontrai
la notte che ma persi in mezzo ar bosco,
me disse: – Se la strada nun la sai,
ti ciaccompagno io, ché la conosco.
Se ciai la forza de venimme appresso,
de tanto in tanto te darò ‘na voce,
fino là in fonno, dove c’è un cipresso,
fino là in cima, dove c’è la Croce… –
Io risposi: – Sarà. . . ma trovo strano
che me possa guidà chi nun ce vede . . . –
La Ceca, allora, me pijò la mano
e sospirò: – Cammina! – Era la Fede.
Trilussa.